Il Fatto: nubi nere su BpVi, Veneto Banca e Banco popolare

Black Clouds

Il Fatto di oggi a pagina 20 pubblica una notizia da brivido circa l’incombente bisogno di capitale (7 o 8 miliardi di euro) di cui necessiterebbero le venete, ma non solo loro, BpVi, Veneto Banca e Banco Popolare (fuori dal Veneto Carige e Mps) per evitare un preoccupante contagio finanziario. Di più dalle parti di Unicredit si fa sapere che senza sottoscrizioni di terzi per l’aumento di capitale teoricamente garantito in toto proprio da Unicredit, la grande banca italiana si potrebbe tirare indietro rispetto alla operazione che ai primi di marzo ha visto la trasformazione dell’istituto berico da popolare a società per azioni. Non è un bel segnale a poche ore dalla assemblea dei soci dell’istituto di via Framarin. Soci che domani saranno chiamati a votare il bilancio. La cosa è un serio indizio del fatto che l’istituto nazionale capitanato da Federico Ghizzoni potrebbe avere sottoscritto con BpVi clausole di garanzia o malleva tali da potere far saltare per aria la proprio trasformazione in spa giustappunto perché verrebbe a mancare una certa sicurezza su chi acquista il cosiddetto inoptato.

È una bomba. Si fa capire senza tante sottigliezze che da qualche parte nel sistema bancario c’è qualcuno che chiederà a mamma Stato di intervenire. Alla faccia della rampante finanza italiana e del capitalismo liberista in cui chi sbaglia paga. C’è però un altro punto sul quale occorrerà investigare. Una eventuale défaillance di Unicredit per le garanzie sulla popolare vicentina, è per caso il preambolo per mettere in moto la pratica del bail in proprio in capo alla BpVi? Ad ogni modo il solito vecchio caro adagio si ripete con la consueta brutalità: profitti privati e perdite pubbliche. Ma stavolta lo Stato li avrá i quattrini? Svenerà Cdp? Adesso ancora di più si capisce la strizza che Francesco Iorio, ad di BpVi, ai primi di marzo aveva e ha ancora stampata in faccia. I politici nostrani che dicono al riguardo? E del veronese Banco Popolare che dicono visto che Il Fatto parla anche di questo istituto in termini assai poco lusinghieri? Per caso tutte queste indiscrezioni sono dovute ai segnali d’un sistema bancario italico ormai alla canna del gas e per questo esposto ad appetiti stranieri?

Ultima nota di colore. Vediamo adesso se su quel campione di pensiero libero e indipendente che è BpiWeb, cioé BpVeb, pardon TviWeb, insomma la riserva indiana di Arrigo Abalti e i suoi boyscout della tastiera, comparirà un nuovo articolo sui complotti contro la banca che fu del vignaio Gianni Zonin. Tanto per ridere lascio in copia carbone due elzeviri di un mastro di penna tanto indipendente quanto misconosciuto, tale Demetrio Spini: «Tutti a farsi scivolare addosso – declama il nostro il 6 marzo – l’attacco mediatico più potente, strumentale ed indegno contro un Istituto Bancario mai messo in atto nella storia di questo Paese». Faccio notare la fiera terzietà del giornalista, o presunto tale, che scrive istituto bancario con la “I” e la “B” maiuscole, roba da libro Cuore della deferenza. Ma Demetrio si supera e fa capire che lui ha verso la banca un atteggiamento comunque critico (più o meno come quello di Fede con Berlusconi) quando le stesse maiuscole in un corsivo (uso questo termine nel senso che è stato scritto di corsa) le usa per «Istituto Berico». Deferenza che il più tragico Fantozzi forse appena appena sfiorò quando al cospetto «del mega direttore clamoroso duca-conte Pier Carlo ing. Semenzara» fu costretto a disconoscere moglie e figlia per non incappare nella scaramanzia del superiore. Udite udite che eloquio: «Il disegno è ormai smaccatamente chiaro; fallito il tentativo mediatico e di certa stampa; fallito il tentativo kamikaze di evitare la trasformazione in Spa portato avanti dai comitati del no a tutti i costi; fallite le fughe di notizie giudiziarie, ecco che entra in campo l’Autorithy con un timing quantomeno sospetto». Domanda. Ma se per una visita dei funzionari dell’Autority sono giunte queste critiche, di Zonin il fantomatico Spini che cosa ha chiesto? Mutatis mutandis sarebbe da chiedere almeno la decapitazione con ostensione del decollato in una ancona di plexiglas in viale Roma…

Marco Milioni

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BpVi e Mioni, sulla onlus dubbi da 1,5 milioni di euro

(m.m.) La presa di posizione del consigliere comunale di Vicenza Liliana Zaltron sul possibile danno patito dalla prestigiosa Fondazione Mioni nell’ambito dell’affaire BpVi, sta facendo breccia sui media veneti. Non più tardi del 20 marzo, l’ultimo giorno d’inverno, Vicenzapiu.com si interrogava (paventando una cifra di quasi un milione e mezzo di euro andata in fumo) sui contorni di una partita delicata la quale sembra assomigliare a quella della fondazione Roi. A titolo di cronaca va anche ricordato che sempre la fondazione Mioni era stata menzionata in un lungo servizio del GdV così titolato: «Il patrimonio milionario Mioni è bloccato». In quel servizio peraltro non compaiono le doglianze che di lì a pochi mesi diverranno oggetto di una interrogazione del M5S. Peraltro sempre Il Giornale di Vicenza nel 2010 aveva dedicato alla storia dei fondatori della onlus un lungo approfondimento a firma di Ivano Tolettini.

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Due filoni d’indagine in conflitto? Le incognite sull’affaire Carboni

In questi giorni i media nazionali stanno dando molto risalto alla vicenda della inagine della procura di Arezzo a carico di un presunto sodalizio criminale in forte odore di massoneria. Un sodalizio che attraverso condotte finanziarie da codice penale avrebbe rilevato o avrebbe tentato di rilevare, questo sempre secondo l’accusa riportata dai media, imprese in crisi in varie regioni d’Italia: ovvero Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Veneto e Sardegna. A carico di questo presunto sodalizio sta indagando anche la procura di Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete: il che sta avendo ampia eco presso l’opinione pubblica. L’inchiesta della magistratura aretina peraltro avrebbe interessato segnatamente anche il Veneto. C’è però un aspetto da capire. I quindici blitz ordinati dalla magistratura toscana nell’ambito dell’inchiesta a carico, tra gli altri, di Flavio Carboni, rischiano in qualche modo di sovrapporsi alle investigazioni coordinate dalla procura perugina. Ma come mai? Proprio perché, almeno sembrerebbe, gli accertamenti portati avanti dal magistrato toscano non avrebbero preso in considerazione proprio la violazione della legge Anselmi. Una circostanza che in qualche modo potrebbe appesantire, depauperandone la prospettiva investigativa, giustappunto il lavoro delle toghe umbre.

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Censura popolare di Vicenza

censura

Comincia con una polemica mediatica l’assemblea della Banca Popolare di Vicenza in corso in queste ore a Gambellara (provincia di Vicenza) nello stabilimento della Perlini meccanica. Stamani in sala stampa è stato proibito ai giornalisti e agli operatori di riprendere il maxi-schermo della diretta dalla tensostruttura che ospita i soci. C’è stata la immediata reazione di alcuni colleghi, a partire da quelli delle tv nazionali, che hanno protestato contro una decisione ritenuta incomprensibile e assurda. Il niet però ha lasciato indifferenti i colleghi che in questo momento stanno girando tranquillamente le immagini trasmesse dal maxi-schermo.

Marco Milioni

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Girotto versus Renzi e le insidie per il governo

(m.m.) «Da oltre un anno molte attività produttive del Paese che hanno investito in settori innovativi e ambientalisti aspettano il green act annunciato da Renzi. Nell’attesa il Presidente del Consiglio ha pensato bene di andare con l’ascia su tutti i fronti per affossare l’efficienza energetica e l’autoproduzione di energia anche per gli utenti diversi da quelli domestici». Sui media nazionali il j’accuse del senatore trevigiano Gianni Girotto nei confronti dell’esecutivo nazionale non ha fatto breccia. Ma si tratta di uno di quei tanti episodi concreti che dimostrano che sulle cose che contano il premier Matteo Renzi è più incline all’annuncio che a trasformare quest’ultimo in atti concreti, quando non contrari ai princìpi decantati durante i pubblici proclami. Il il capo del governo però deve stare attento perché questi tanti piccoli “niente” se sommati alla pressione che gli sta arrivando dall’Europa, potrebbero costargli politicamente caro.

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Dieci domande per Iorio

Black and white floorIn questi giorni sono tornate a materializzarsi molte nubi all’orizzonte della Banca Popolare di Vicenza. Ci sono le ansie generate dai conti. Che non vanno bene. E ci sono quelle generate dalle opacità che ancora permangono sull’istituto berico. A partire da quelle evidenziate dai media o in sede di question time a Montecitorio. L’amministratore delegato della banca Francesco Iorio, predica pazienza e ottimismo. Continua a sostenere la necessità di guardare avanti. Ma per guardare avanti, è la storia che lo insegna, bisogna sempre fare i conti, quanto meno in termini di comprensione, con quanto accaduto nel passato. Perché ieri, oggi e domani alla fine sono le declinazioni dello stesso unicum come grottescamente insegna Franco Franchi nell’indimenticabile “Un mostro e mezzo”. Ed è proprio con lo sguardo rivolto al passato che Iorio, se vuole portare una ventata di chiarezza sulla banca da lui capitanata, potrebbe rispondere ad alcune domande. Ecco l’elenco di quelle che così, su due piedi e alla rinfusa, mi vengono in mente…

LEGGI L’INTERO POST DI MARCO MILIONI

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Cherchez la femme

VRVI

Quale è la dama che, politicamente parlando, ha sedotto e abbandonato Variati e Tosi sul cammino dai due sempre condiviso della Valdastico Nord? Quale è la dama che, politicamente parlando, li ha prima sedotti e poi abbandonati? Banca Intesa? Abertis? La provincia di Trento? La A22? O qualcun’altra ancora? Difficile a dirsi. Ad ogni modo per capire l’intrigo, o la batosta, dipende dai punti di vista, vale, politicamente parlando, sempre il vecchio adagio francese… Cherchez la femme.

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Marzotto sim e Farbanca: le liason dangereuse della galassia BpVi

Le presunte disparità di trattamento da parte di Bankitalia, a svafore della prima, nei confronti della cuneese Benebanca e la Popolare di Vicenza; le relazioni opache che a partire dal 2013 si instaurano tra i due istituti e la Marzotto sim, una finanziaria un tempo riferibile alla omonima casata di moda e poi finita nelle mani del ramo ‘minore’ della famiglia, quello dei Donà Dalle Rose nonché nella galassia della BpVi la quale controlla una quota significativa ma di minoranza; il trasferimento di un importo milionario verso la popolare berica da parte dell’istituto cuneese quando quale commissario di quest’ultimo era il dottor Giambattista Duso. Su questi e su molti altri aspetti si concentra l’attenzione di una durissima interrogazione parlamentare che vede come primo firmatario il deputato monzese Daniele Pesco, membro della commissione finanze per il M5S. Il documento porta la data del giorno 8 febbraio e vede la bellezza di altri tredici firmatari.

Ad ogni modo l’interrogazione del M5S arriva in un momento delicato per il mondo economico vicentino. Oggi infatti su Il Fatto in pagina 3 Andrea Gianbartolomei firma una lunga analisi dal titolo eloquente: «Il giglio magico entra a la Sapienza di roma per fare affari coi farmaci». Al centro dell’approfondimento c’è la società Kcube «nella quale si intrecciano persone vicine al premier Matteo Renzi come Marco Carrai e Alberto Bianchi». Non mancano quindi le liason con il governo, ma anche col mondo economico veneto. Nel servizio si legge infatti: «Il presidente del cda è Carrai, proprietario del 10%. Nel board con lui anche il presidente della fondazione Open Alberto Bianchi; il tributarista vicino al Pd Tommaso Di Tanno, ex sindaco di Mps coinvolto nell’indagine; e infine Flavio Maffeis, titolare del 20% delle azioni e vicepresidente della Farbanca, società della Popolare di Vicenza specializzata nei finanziamenti nel settore sanitario. Maffeis è anche l’ex presidente della Glaxo spa (società italiana della multinazionale) arrestato nel 1993 per “Farmatangenti”, da cui è uscito il 19 maggio 1997 patteggiando la pena per corruzione».

Per di più il nome Farbanca non è nuovo alle cronache nazionali. Basti ricordare quanto scrive Mario Gerevini sul Corsera il 22 settembre 2015 in merito al commercialista berico Paolo Zanconato, uno dei fedelissimi dell’ex presidente di BpVi Gianni Zonin: «E poi c’è la storia dell’albergo di Cortina. Nel 2011 una cordata di imprenditori rileva lo storico, e da anni abbandonato, Hotel San Marco, nella centralissima Piazza Roma. Obiettivo ristrutturazione, con una porzione già prenotata dalla BpVi per farne uno sportello. La banca concede alla San Marco srl un mutuo ipotecario da 20 milioni. Ma dopo appena un anno gli imprenditori fanno retromarcia e la BpVi rileva per 900 mila euro il 46% della società a cui aveva appena prestato 20 milioni. È a questo punto che nella partita, a fianco della banca, entra Zanconato acquistando il 5% per 100 mila euro. Allora era presidente del collegio sindacale della controllata Farbanca. Quando nel 2015 rivende il 5% a una collega commercialista di Padova (finanziata da Bpvi) è già sindaco della Popolare. E l’immobile è sempre lì, abbandonato e da ristrutturare».

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‘Ndrangheta, sequestrati beni per un milione di euro

Una villa, due appartamenti e un terreno in provincia di Vicenza, inoltre conti correnti, partecipazioni societarie ed un’autovettura, detenuti sia direttamente che attraverso prestanome. Sono i beni, per circa un milione, sequestrati dalla Guardia di Finanza di Bologna a tre persone, ritenute vicine a una potente cosca della ’Ndrangheta calabrese e coinvolte in un’inchiesta su un traffico di cocaina dal Sudamerica. Si tratta di un emiliano, un pugliese e un calabrese, tutti gravitanti nel Vicentino, già arrestati (e condannati in primo e secondo grado) nell’ambito dell’indagine ’Due Torri connection’ della Dda di Bologna, che nel 2011 aveva portato all’arresto di 14 persone…
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I Benetton nell’affaire Etruria – Fonspa

La famiglia Benetton è finita mani e piedi nell’affaire Etruria. In soldoni una parte dei crediti incagliati di Banca Etruria, i meno difficili da salvare, sono stati acquisiti da una banca romana d’affari (la Fonspa), così spiega l’Espresso (da ieri in edicola) in pagina 34, giusto pochi giorni prima che il governo condannasse nel gorgo delle bad bank proprio quei crediti. La Banca è la Fonspa, che tra manager e soci vede un pezzo del gotha imprenditoriale italiano tra cui Lorenzo Bini Smaghi fino al 2011 nel comitato tecnico esecutivo di Bce. La cosa che pesa come un macigno è che Bini Smaghi è oggi anche presidente della francese Société Générale. La quale, guarda caso, è l’advisor che in una con la societá americana Oliver Wyman, assiste Bankitalia nella vendita delle ‘good bank’ ora depurate dopo aver salassato gli obbligazionisti subordinati; i quali orano protestano. Ora la domanda è una: Fonspa ha avuto solo culo o qualcuno dalle parti di palazzo Chigi o dalle parti di palazzo Koch ha informato la compagine della finanza vip? In Fonspa oltre a Benetton abitano Piero Gnudi (commissario governativo di Ilva), Jean Baptiste de Franssu (attuale numero uno dello Ior, alla faccia della finanza etica richiamata dal papa), la famiglia De Agostini, Panfilo Tarantelli, giá punta di diamante di Citigroup in Europa e via vippando. Per caso, qualcuno di questi signori è massone? Viva l’Italia.

Marco Milioni

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