Archivi per la categoria ‘Asso di picche’

Confermato: Italia schiava degli Usa

Servi, servi, servi. Questo siamo per gli Americani, che giustamente trattano l’Italia da padroni in casa altrui. I cablo di Wikileaks pubblicati dall’Espresso e da Repubblica non sembrano lasciare adito a dubbi: il governo Berlusconi si è prostrato come uno stuoino davanti a tutte le richieste, pardon diktat, degli Stati Uniti. Intendiamoci: la battaglia ingaggiata dalla stampa repubblichina contro il ducetto di Arcore omette di ricordare che, pur se con minore facilità data la presenza dei guastafeste di estrema sinistra, anche un governo gradito a Carlo De Benedetti si sarebbe messo sull’attenti di fronte all’arroganza da panzer di Washington. Ma il servilismo di Roma è tanto peggiore proprio perché trasversale.

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La Bottene e la dignità delle donne


(a.m.) Basta con Ruby e le arcorine, quella di Silvio è una questione penale (e al limite estetica: questo vecchio laido ed eterno adolescente fa pena e anche schifo), parliamo piuttosto della dignità femminile calpestata nello sfruttamento delle prostitute da strada, nelle discriminazioni sul lavoro, nei maltrattamenti domestici. Questo il messaggio nel discorso tenuto oggi in piazza da Cinzia Bottene, consigliere comunale di Vicenza Libera-No Dal Molin: una boccata d’ossigeno condivisibile in tutto (tranne che nell’invocazione delle quote rosa: no alla logica della riserva indiana per legge, per favore). Brava Cinzia.

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La Lega, Bossi e il futuro dei ribelli vicentini


A due giorni dal ballottaggio che eleggerà il nuovo segretario provinciale della Lega Nord vicentina, i bookmakers danno per favorita la Busetti (appoggiata dal duo Finozzi-Dal Lago) sullo sfidante Grande, candidato dei ribelli di Lovat. E si capisce: la sindaco di Thiene è un’esponente della vecchia oligarchia, ha il doppio degli anni di Grande, rappresenta la continuità rispetto al correntismo senza idee. Con lei, insomma, anche gli sconfitti del primo turno, la Bizzotto e Stefani che avevano puntato su Fongaro, possono in teoria trovare un accordo per il dopo. Ma, come pare dalle voci di corridoio, i voti di Filippi erano già andati a lei e se quelli che fanno capo alla Bizzotto dovessero marcare visita al voto di domenica all’hotel Viest, se dovesse vincere la sua potrebbe essere una vittoria nient’affatto schiacciante. O potrebbe anche perdere.

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Il cispadano, il congresso e il servizio farlocco


(a.m.) C’è fermento nella Lega vicentina, in questi giorni di vigilia del ballottaggio per il nuovo segretario provinciale. Il nostro ultimo articolo sui ribelli di Lovat ha contribuito ad agitare le acque. E ne siamo contenti. Qualcuno ci ha fatto notare, però, che mettere sullo stesso piano i grandi valvassori Stefani e Dal Lago (con Bizzotto e Finozzi a scalpitare per la prima fila) e un valvassino come Filippi non è corretto. Come peso politico in senso stretto e come entrature in alto loco, può darsi, benché sul piano locale il giovane senatore un suo nutrito seguito ce l’abbia, come ha dimostrato il primo turno congressuale. La nostra opinione è però che Filippi sia il simbolo del declino politico di un partito un tempo ruspante e a suo modo idealista com’era la Lega delle origini. Quella di Miglio per intenderci. E la rappresentazione perfetta di tale declino e di come certi media lo assecondino sta nell’articolo che il GdV ha pubblicato il 29 gennaio 2011 a pagina 27. Si tratta di una specie di summa, molto specie e poco summa, della triste vicenda del Cis: un’area originariamente agricola, trasformata in logistica che ora potrà essere venduta dal privato-politico Filippi come commerciale (questo è il passaggio completo che nell’articolo avevamo riassunto parlando di cambio di destinazione d’uso “da agricolo a commerciale”). L’articolo va letto con attenzione perché è, questo sì, la summa di ciò che un giornalista non dovrebbe fare.  Un concentrato  di piaggeria e ipocrisia che rende a malapena l’idea di una ferita politica e ambientale che non è contestata nemmeno dai diretti interessati. Sembra quasi che l’autore del servizio abbia fatto apposta a voler passare per un talebano dell’ossequio. Vallo a capire.

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Lega al ballottaggio, ribelli alla prova

A svelare quale sarà l’esito finale dei posizionamenti nonché dei rimescolamenti fra correnti e gruppi personali nella Lega Nord vicentina, sarà solo il ballottaggio per il posto di segretario provinciale. Un ballottaggio fra Bobo Grande e Mary Busetti che è già in calendario per domenica 13 febbraio. Può sembrare banale ricordare quello che è un dato scontato in tutti i partiti democratici; ma non è affatto banale se si parla del Carroccio che democratico, al suo interno, non è mai stato. Non nell’accezione formalmente corretta della parola. Cioè osservando la regola di elezioni dal basso che giungano a scegliere i dirigenti fino al vertice più alto attraverso il voto. Lo scontro tra le sue fila, il partito padano, lo ha sempre inteso come una zuffa permanente, benché occultata, fra ras locali e bande al seguito. L’esistenza dei quali deve passare al vaglio della volontà divina del sommo Capo Umberto Bossi. Divergenze programmatiche o di natura ideologica? Nessuna. Soltanto feroci rivalità fra caporioni, che quando non sono dovute ad ambizioni puramente egoistiche, spesso riflettono interessi clientelari o di certi imprenditori amici.

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La Lega e la commedia a due

Tocca riparlare di questa storia delle spillette tricolori. Lo sappiamo: parlandone facciamo il gioco da una parte degli ideatori, i giovani del Pd, che hanno escogitato la trovata di regalare una spilla con i colori della bandiera nazionale al solo scopo di tendere un agguato, dall’altra parte, ai leghisti, che non se lo sono letteralmente fatti chiedere due volte. Infatti al primo giro, la settimana scorsa in consiglio comunale, i consiglieri padani non ci sono cascati. In Provincia, invece, hanno abboccato. Intendiamoci: abboccato per modo di dire. E qui sta il quibus, l’interessante della notizia. Zerbo e il gruppo della Lega non hanno orchestrato tutta quella grottesca messinscena, esponendo le bandiere di San Marco listate a lutto e gridando comicamente alla “dittatura” centralista (ma a Roma a governare, oltre al Pdl, chi c’è: Pippi Calzelunghe?), perchè sono dei boccaloni. Eh no: la Lega di lotta (poca) e di governo (molto, pure troppo) non ha fatto altro che sfruttare l’assist degli avversari. L’occasione era ghiotta e servita su un piatto d’argento: consegna di un oggetto simboleggiante l’odiata festa dell’Unità, sceneggiata del rifiuto col solito gusto per l’eccesso (si sono inventati pure le scarpe col “logo” della Padania!), e alla fine dello spettacolo tutti soddisfatti per aver creato il caso da buttare in pasto alla stampa. Compreso il Pdl, con l’assessore Morena Martini che ha potuto occupare la casellina della destra fieramente italiana prendendo con grande foga le distanze dall’alleato-rivale Carroccio. Un gioco delle parti in cui l’unico a restare escluso, come di regola, è l’interesse del cittadino. Il quale, che sia pro o contro il celebrazionismo patriottardo, da queste commedie tacitamente concordate, in cui l’uno provoca l’altro ma in realtà gli strizza l’occhio ammiccando, non ha nulla da guadagnarci tranne che nello sviluppare il senso del ridicolo.

Alessio Mannino

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Sarà vera svolta? La Lega vicentina va a congresso


Finora la Lega Nord è stata un partito con una sola legge: Bossi ha sempre ragione. La ferrea e adorante obbedienza al Senatùr, unita alla progressiva, vistosa espansione di potere negli enti locali, nelle società pubbliche e nelle fondazioni bancarie, ne ha fatto una sorta di neo-Dc in salsa leninista. Ma dietro la facciata di granitica compattezza, da anni si è sedimentata e incancrenita una realtà ben diversa: dai vertici giù a cascata fino all’ultimo circolo territoriale, si combattono feroci guerre per bande, fra ras e capi-bastone che si contendono e spartiscono tessere, cariche, candidature e poltrone.

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Giovani Pd: forza Italia!


Ieri, mercoledì 26 gennaio 2011, i Giovani Democratici (Pd) hanno offerto a ciascun consigliere comunale di Vicenza una spilletta col tricolore. La settimana prossima sarà la volta dei consiglieri della Provincia. Domanda: ma perchè, già che c’erano, questi figli e nipoti di internazionalisti rossi e universalisti cattolici, gente che per decenni ha predicato il disprezzo o tutt’al più l’insignificanza della parola “patria”, non sceglievano come slogan della iniziativa “Forza Italia”? Ragazzi, pensateci: se vi attaccate alla bandiera pur di fare un po’ di (innocua e futile) provocazione anti-leghista, ciò non denuncia da sè il fatto che il sentimento dell’unità nazionale, che la stessa idea di nazione italiana non siano più presupposti, dati scontati, basi comuni ma siano diventati, pericolosamente per chi li agita, un valore di parte? Perchè o l’Italia rappresenta qualcosa di sacro per tutti, oppure si trasforma, come fu in modo abnorme sotto il fascismo, in un’appartenenza di partito, squalificandosi a simbolo di divisione faziosa. Noi, tanto per chiarire come la pensiamo su questo aborto chiamato Italia, diciamo che avremmo voluto distribuire spillette del glorioso governo talebano. Il Mullah Omar e i suoi giovani ardenti e idealisti, però, non ce ne hanno spedite  in quanto hanno altro a cui pensare: devono difendere la terra dei loro padri contro certi italiani che in Afghanistan crepano (come l’alpino vicentino Miotto, riposi in pace e con onore) per tenere bordone, per volontà dei servi che ce li mandano, agli infami Stati Uniti. E lo fanno, i guerriglieri afgani, coi kalashnikov, non con le spillette. E per favore adesso occupiamoci di cose serie, non di patriottismo elettorale.

Alessio Mannino

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Viva i cattolici contro il dio mercato

I cattolici dovrebbero essere gli alleati naturali di chi non si rassegna a concepire e vivere la vita in termini esclusivamente materiali ma sente il bisogno di riscoprirne il valore spirituale. Sappiamo bene che il gregge dei fedeli, invece, tranne una minoranza di veri cristiani degni di questo nome, si contenta di un facile auto-ammonimento a non cedere alle sirene del consumismo. Una penitenza che dura il tempo della messa domenicale e si corrompe e interrompe al prossimo giro di shopping. Complice una Chiesa romana che, pur battendo sovente il chiodo della malvagità intrinseca al vuoto materialistico su cui si basa la civiltà del “benessere”, nei fatti non va al di là della pastorale generica e si guarda bene dall’attaccare frontalmente le cause che la originano e i meccanismi che la regolano, ovvero la diabolica crescita economica illimitata e la logica del massimo profitto (la scintillante durezza della Rerum Novarum, anno 1891, è purtroppo un ricordo preistorico). A maggior ragione, dunque, vanno apprezzate come preziosissime pepite d’oro nel flusso delle banalità ridondanti quei moniti che non lasciano dubbi su quale sia, o meglio quale dovrebbe essere, la posizione di un cattolico autentico nei confronti del pensiero unico consumista-produttivista.

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Miotto e Bossi

La Lega, espressione di un territorio, il Nord, e perciò non automaticamente ascrivibile alla dicotomia destra-sinistra, è sempre stata un movimento contraddittorio, a due facce. In origine no-global ma liberista, poi secessionista ma senza disdegnare ministeri a Roma, infine federalista ma con una riforma federale tutta sulla carta, usata come merce di ricatto per tenere in piedi un Berlusconi ostaggio di Bossi.

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