Archivi per la categoria ‘Asso di picche’

Pigatoland

Ci risiamo: la Pigato Srl colpisce ancora. Dopo Laghetto 2, l’azienda di famiglia del consigliere comunale in affari Nico Pigato ce la ritroviamo anche fra i soci del piano Borgo Berga. E dopo l’ecologista Mario Cucinella, ieri è stata la volta del più international architetto portoghese Gonçalo Sousa Byrne: ha descritto quella che sarà «una città nella città», con 47 mila metri quadri di superficie coperta, di cui 17 mila per uffici, più di 11 mila per negozi, 18 mila di residenziale e 31 mila di garage. Committenti: la Maltauro, tornata ad essere attrice di primo piano nella politica del mattone in città, e la Codelfa di Tortona. Ma fra gli investitori di quest’altra bella cementificazione che affiancherà e ripagherà i privati della costruzione del nuovo tribunale, c’è la Pigato, ditta del consigliere braccio destro dell’assessore de facto alla mobilità, Claudio “Rotatoria” Cicero.

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La nostra non è una democrazia


(a.m.) L’Italia sta vivendo un momento delicato, per certi versi confuso. In questa confusione non fa mai male ascoltare le parole di Massimo Fini il quale spiega con molta chiarezza che cosa sia la cosiddetta democrazia rappresentativa.

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Lega, qualcosa si è rotto


Ha ragione il leghista trevigiano Muraro: la Lega Nord si è imborghesita. Io, nel mio cantuccio di osservatore, lo vado dicendo da due anni almeno. Oggi, su Repubblica, lo dice persino il leghistissimo Gentilini. E prima di lui lo aveva detto il vicentino Lovat, cacciato per aver alzato la testa (il cui errore a posteriori è stato forse quello di non aver aspettato la disfatta delle recenti amministrative: ora sarebbe in buona compagnia, nel criticare dall’interno un Carroccio romanizzato e berlusconizzato). E prima ancora, qui a Vicenza, lo aveva gridato con una raffica di esposti la pasionaria Equizi.

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Elezioni, Milano vista da Vicenza

Chissà se stanno fischiando le orecchie a Lia Sartori, la grande sconfitta alle comunali vicentine del 2008. La deludente performance di Letizia Moratti al primo turno delle amministrative di Milano ricorda l’indecorosa défaillance della donnona tutt’altro che forte del Pdl di osservanza galaniana, battuta da Achille Variati (Pd). Non per l’esito finale, che uscirà dal ballottaggio e che in ogni caso vede Lady Petrolio in affannosa rincorsa di Pisapia, ma per un aspetto politico decisivo: il tradimento dell’elettorato leghista. Come avvenne per Sua Sanità Sartori a Vicenza, la base padana ha tirato un sonoro bidone alla candidata berlusconiana sotto la Madunìna: vuoi per lo scontento ormai radicato nelle file del Carroccio verso il berlusconismo declinante e i suoi eccessi, vuoi per l’insofferenza verso una figura algida e lontana dagli umori e dalle esigenze della popolaresca Lega, vuoi per la precisa strategia di distacco e differenziazione portata lucidamente avanti da Bossi, che di fiuto non manca e che in campagna elettorale era stato chiaro: “se a Milano si perde, perde Berlusconi”. Lo sgambetto dell’alleato può costare caro alla suonata Moratti al secondo turno, quando è risaputo che è più difficile riportare i propri sostenitori alle urne specialmente se ci si porta dietro l’aura di perdente. C’è chi ha parlato, forse prematuramente, di inizio della fine per Berlusconi. Molto dipenderà dalle decisioni future in casa leghista. Se mollasse l’indecente Silvio, la Lega non farebbe solo un favore a se stessa: lo farebbe all’Italia. Persino Giuliano Ferrara, commentando a caldo nel suo Radio Londra (di regola perdibilissimo), ha dovuto riconoscere che l’ultima fase del ducetto di Arcore, una vera apologia dell’illegalità, sta facendo pagare un prezzo salatissimo al centrodestra e a noi tutti sudditi di regime. Ci vorrebbe un altro bel ribaltone in stile ’94.

Alessio Mannino

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Produttori contro parassiti


Se fossi un piccolo imprenditore vicentino, invece di battere le mani a comando a tutto ciò che esce dalla bocca di Emma Marcegaglia, mi preoccuperei di qualcosa di più pressante: sopravvivere. Ad attestare la minaccia di una vera estinzione del “padroncino” è stata l’autorevole voce di un esponente dell’establishment non sospettabile di preconcetto anti-industrialismo, il presidente della Camera di Commercio berica Vittorio Mincato.

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Giovani, cioè vecchi

I giovani, quando ci si mettono, sanno essere più patetici dei vecchi. Meritano un’attenzione speciale, perchè, anche se è banale dirlo, saranno gli adulti di domani, e quelli fra loro impegnati in politica i politici del futuro. Nella gara alle cretinate, le nuove leve vicentine si danno senza risparmio. L’ultimo spettacolo più grottesco ce l’ha offerto la Giovane Italia. Dovrebbe essere, da statuto, l’associazione juniores del Popolo delle Libertà. Un partito liberale alla Berlusconi, cioè all’amatriciana, ma pur sempre, almeno di nome, ispirato all’Occidente liberal-democratico, filo-americano e anti-totalitario. La realtà è che al suo interno pullulano i cultori del Duce e del folclore fascio. Chiariamo: questi non sono veri nostalgici neofascisti, come li ha definiti con strumentale allarmismo il sindaco Variati. Questi sono solo fighetti che si trastullano infantilmente con il mito del fascismo e di un’Italia che non c’è più e che non può più tornare.

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I tre referendum, perché voto sì


Siccome mettono i bastoni tra le ruote ai piani del governo Berlusconi e delle lobby industriali, c’è un silenzio di tomba sui tre referendum che si terranno il 12 e 13 giugno. Sul campo i sostenitori, partiti, movimenti e associazioni, si danno da fare come possono per sensibilizzare una popolazione ipnotizzata dalla sporca guerra alla Libia. Il regime mediatico ce la mette tutta, dal canto suo, per censurare l’appuntamento: da una parte la televisione quasi tutta in mano al Cavaliere, dall’altra la grande stampa che prende ordini dai padroni del vapore interessati ai business minacciati dalle consultazioni popolari. Nei prossimi mesi, tuttavia, pur tenendo l’encefalogramma del dibattito al livello più basso possibile, i manipolatori di professione dei tg e dei giornali dovranno occuparsene. Per il momento non voglio entrare nel merito tecnico dei tre quesiti, che bene o male verrà ampiamente sviscerato. Mi limito a fornire per ciascun tema il perché al mio sì a tutti e tre.

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L’onore dei leghisti


Se avessero maggior rispetto di sé stessi, i leghisti con una coscienza, e ce ne sono, dovrebbero organizzare una “giornata dell’onore”. Dovrebbero chiamare tutti gli ex leghisti espulsi, fuoriusciti e marginalizzati dal padre-padrone Bossi e dai suoi gerarchi in questi vent’anni di dittatura nella Lega Nord. Dovrebbero ascoltare le loro storie, dato che il nostro è un paese di smemorati. E poi dovrebbero porsi una domanda: cosa ci sto a fare in un partito militarizzato dove la coerenza è alla mercé della convenienza, e gli ideali di fondazione sono stati messi sotto i piedi per il potere?

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Bocciodromo, il gioco delle parti

Sul nuovo Ya Basta inaugurato sabato 5 marzo all’ex bocciodromo in zona Ferrovieri si è scatenata una polemica ipocrita e strumentale. Ipocrita perché era un’ipocrisia sostenere che il centro gestito dalle quattro associazioni vincitrici del bando (Web Lab, Giovani dei Ferrovieri, Pensionati per la Pace e Polisportiva Jackie Tonawanda) sarebbe stato un luogo a disposizione di chiunque. La motivazione con cui i gestori avevano presentato la propria attività era quella di un servizio per il quartiere: «L’ex bocciodromo sarà un centro civico socioculturale rivolto al quartiere e alla città, con cui coinvolgeremo più fasce di popolazione, non solo i giovani» (Il Giornale di Vicenza, 31 gennaio 2010). In realtà, come nei palazzi della politica vicentina sanno anche i sassi, un accordo fra il mondo dei disobbedienti che fanno capo al Presidio No Dal Molin e l’amministrazione Variati c’è stato.

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Contro i moderati e il moderatismo


Si autoproclamano moderati con tale ossessività, i moderati di destra centro e sinistra, che a furia di ripeterlo sembrano tutto fuorchè moderati. Moderati qua, moderati là: è stato il ventennio del moderatismo sbandierato come categoria dello spirito, condizione antropologica, appartenenza razziale. Chi è moderato è ipso facto una persona perbene e porta con sé i caratteri degli “italiani brava gente”: laboriosità, ragionevolezza, pacatezza, generosità, umanità. Chi non lo è, all’inverso, diventa estremista, oltranzista, rissoso, fazioso, ideologico e se insiste e persiste, persino terrorista. Di qua i buoni, misurati e colmi di buone intenzioni, di là i cattivi, litigiosi e perennemente sul piede di guerra.

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