Archivio di settembre 2009

Red carpet sui cadaveri

Il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto negli ultimi 150 anni va ripetendo in giro che la consegna di 47 chalet a 200 dei trentamila sfollati per il terremoto d’Abruzzo dopo appena 162 giorni rappresenta “il cantiere più grande del mondo”, nonché l’opera di ricostruzione più rapida e imponente della storia dell’umanità. Anche meglio della muraglia cinese e della piramide di Cheope. Non parliamo poi della bonifica delle paludi pontine e della battaglia del grano, che gli fanno un baffo. A tenergli bordone c’è l’eccellentissimo Guido Bertolaso, il gran ciambellano della Protezione civile nonché “uomo della Provvidenza” che tutto il mondo ci invidia perché senza di lui non sapremmo proprio come fare: anche lui si loda e si imbroda a proposito della ricostruzione più rapida e imponente eccetera. La stampa al seguito registra e rilancia.

Peccato che non sia più in vita Indro Montanelli, che dopo il terribile sisma del 1980 in Campania e Basilicata, raccolse tra i lettori del suo Giornale (quello vero, non la tetra parodia oggi in edicola) un bel po’ di quattrini e consegnò ai terremotati di Castelnuovo di Conza un intero villaggio di nuove case, il “Villaggio Il Giornale”, inaugurato insieme all’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini 170 giorni dopo il sisma. Cioè soli 8 giorni dopo l’attuale ricostruzione più imponente e più rapida eccetera. Ma ci fu anche chi arrivò molto prima: lo staff di Giuseppe Zamberletti, democristiano lombardo concreto ed efficiente, che senza essere sottosegretario a nulla, ma in veste di commissario straordinario di governo, mise a frutto l’esperienza maturata nel 1976 in Friuli e riuscì a consegnare 150 chalet (identici ai 45 inaugurati ieri dal premier, anche se a pagarli è stata la provincia autonoma di Trento, governata da Lorenzo Dellai, centrosinistra) alla popolazione di Ariano Irpino, che aveva appena pianto 300 morti, riuscendo a seppellirli solo tre settimane dopo. Quando avvenne la consegna? Qualcuno, sentita la premiata ditta B&B, nel senso di Berlusconi & Bertolaso, dirà: sicuramente non prima di 170 giorni, altrimenti gli annunci del presidente del Consiglio e del capo della Protezione civile sarebbero nient’altro che balle. E i giornali che le registrano senza batter ciglio sarebbero nient’altro che uffici stampa. Bene, tenetevi forte: Zamberletti consegnò ad Ariano i primi prefabbricati appena 60 giorni dopo il terremoto e le 150 casette con giardino dopo soli 122 giorni, dando un tetto permanente a 450 persone: la metà dei superstiti. Cioè impiegò ben 40 giorni in meno della ricostruzione più imponente e rapida eccetera, per fare il triplo del migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 e del capo della Protezione civile che tutto il mondo ci invidia.

Con tre lievissime differenze, fra il 1980 e oggi. Primo: il terremoto in Campania e Lucania si estese per quasi due regioni intere, fece 3 mila morti (10 volte quelli d’Abruzzo), 9 mila feriti e 300 mila sfollati. Secondo: all’epoca la Protezione civile non esisteva: i soccorsi erano coordinati dalla radio della Rai, con le telefonate in diretta degli amministratori e dei cittadini. Terzo: scalcinata fin che si vuole, l’Italia era ancora una democrazia. E anche il politico più infame avrebbe esitato un po’, prima di pavoneggiarsi a favore di telecamera su un red carpet di cadaveri.

Marco Travaglio
da www.voglioscendere.it del 15 settembre 2009
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Cattivi maestri

Il festival del Presidio Permanente contro il Dal Molin è finito. Non ha lasciato un gran segno. Da un punto di vista della cultura politica, abbiamo già espresso su VicenzaPiù la nostra delusione (che, fra parentesi, ha fatto andare su tutte le furie una delle responsabili della comunicazione, Marta Passarin: cara Marta, mi compiaccio che abbiate cercato, seppure invano, un Sergio Romano per la geopolitica o un Maurizio Pallante per la decrescita, ma quando uno si mette in testa di andare oltre gli steccati di sinistra, continua la ricerca, non si dà per vinto, e magari chiede una mano ai poveri diavoli come me e Milioni che ci danniamo da anni proprio in questo). Lo zenit dell’autoinganno è stato toccato lunedì 7 settembre, con la conferenza di Toni Negri e di Michael Hardt, coautore con l’ex docente di Potere Operaio del bestseller noglobal “Impero”.
Noglobal? Ma quando mai. Sembrava di ascoltare un attempato marxista convertito ai più ingenui luoghi comuni socialdemocratici. Anzi, Democratici tout court, nel senso di Partito Democratico americano. I due non hanno fatto altro che magnificare Barack Obama, eroe delle “moltitudini” contrapposte a “loro”, i padroni. Per i due profeti del noglobalismo pret-a-porter, il presidente nero è immune da ogni critica. Se non riesce a cambiare decisamente il passo rispetto a quello chiodato di George W. Bush e dei neocons, è perchè “si è trovato di fronte ad una serie enorme di problemi troppo complessi“. Prima erano semplici e teneri da tagliare con un grissino. Per il resto, le due teste d’uovo (diciamo così) hanno infilato una patacca dietro l’altra. Obama “se n’è andato dall’Irak”: falso, sta diminuendo il numero di truppe, ma l’esercito statunitense resterà eccome. Obama “ha chiuso Guantanamo”: falso, nel senso che i detenuti, prelevati illegalmente, sono stati spediti ai quattro angoli del globo nelle carceri di paesi compiacenti, dove i torturatori della Cia e del Pentagono possono continuare a barbarizzarli senza fastidiosi riflettori puntati addosso. Sull’Afghanistan, poi, nessuna condanna. O meglio, si pone l’interrogativo: i “movimenti” devono riprendere la contestazione contro l’imperialismo Usa? Che razza di ipocriti. Proprio la vittoria di Obama ha avuto l’effetto di anestetizzare il mondo noglobal con l’ipnosi creata ad arte del presidente nero, simpatico e buono. E ora questi intellettuali con la fama di rigorosi e radicali critici del sistema allargano le braccia e non ci capacitano dell’ammuttolimento dei loro amati movimenti, che non si muovono per niente. E che anzi, complici proprio un Negri o un Hardt diventati delle ziette col rosario in mano, si bevono la favoletta della riforma sanitaria. O bella, i rivoluzionari si sono trasformati in pallidi riformisti. Un marxista, per quanto tardo e vetero, dovrebbe facilmente intuire che una sanità estesa a più larghe masse di cittadini (non a tutti, in ogni caso) significa dare loro un sostanzioso contentino per far accettare il fatto che la finanza, vera padrona di tutto, seguirà a condurre le sue macabre danze. Ah già, ma Negri sogna i “soviet delle banche”. Da un lato tifa per il riformismo nero-obamiano, dall’altro riesuma il bolscevismo rosso-sovietico. Un gioco di prestigio verbale e nulla più.
Quanto al cuore del problema, ovvero la base Usa al Dal Molin, l’evento clou è stata la “confessione” del sindaco Achille Variati. Il beniamino dei nobase l’ha ammesso: la Ederle 2 si farà, la battaglia non può più essere per il sì o per il no, ma solo per il “come”. Solo un cretino o un cinico di classe mondiale potevano pensare che Achille sarebbe andato avanti a oltranza. Ma la sinistra è tutt’e due le cose insieme. Variati ha buggerato il popolo No Dal Molin sin dall’inizio, per quanto sia stato abile a condire la sua retorica di moderatismi e distinguo e far scaricare l’energia eversiva del biennio 2007-2008 nell’autoconsolatorio referendum di un anno fa. Variati è la Dc del 2000: telegenica e marketing oriented, demagogica e parolaia, ma come la vecchia Balena Bianca, bravo a dar di sè l’immagine di uno che promette, decide e mantiene quando invece fa solo quello che gli torna elettoralmente comodo. Non è stato onesto con la città. Altrimenti avrebbe dovuto dire subito che nulla avrebbe ottenuto, salvo le famose “compensazioni”, e che perciò restare contrari avrebbe equivalso a prendere in giro tutti. Ma ciò lo avrebbe fatto pericolosamente sembrare identico al centrodestra, svelando il trucco di un Pd tale e quale al PdL su americanismo servile e affarismo trasversale.
Cara Cinzia Bottene e cari amici del Presidio, ora non ci sono più scuse. Voi sbandierate l’idea dell’Altrocomune. Fatelo diventare realtà. Cominciando però con l’abbandonare i totem del passato e i paraculi del presente.

Alessio Mannino

Mike l’imbonitore

Ah, com’era simpatico Mike Bongiorno! Che grande uomo di comunicazione! Che maestro dell’intrattenimento televisivo! Siccome ce lo sentiremo dire in tutte le salse, nelle inevitabili commemorazioni post mortem, prepariamoci a replicare senza esitazione ristabilendo la verità dei fatti. Mike Bongiorno, il cosiddetto “re dei quiz”, era nulla di più che l’ennesimo imbonitore in servizio permanente effettivo.

Un ciarlatano di lunghissimo corso. Uno dei più incrollabili artefici di una televisione insopportabile, stupida nella forma e cinica nella sostanza, che non ha niente da dare se non un po’ di distrazione spicciola. L’inesausto, e strapagato, dispensatore di quella rassicurante mediocrità di cui tanta gente (ahinoi) ha bisogno, per allontanarsi dai problemi reali – e dalla consapevolezza di valere poco e di non fare nulla per migliorarsi. D’altra parte, se qualcuno l’avesse dimenticato, Bongiorno era nato a New York ed era impregnato della peggiore “cultura” americana. Stabilitosi in Italia nel 1953 aveva trovato nella neonata Rai-Tv lo spazio ideale per la sua giuliva nullità. Dopo di che, tra un Lascia o Raddoppia e un Rischiatutto, una Ruota della Fortuna e una campagna pubblicitaria, non c’è stato più verso di liberarsene.

Alla notizia della sua morte, riferisce l’Ansa, un Silvio Berlusconi «visibilmente provato (…) ha sottolineato la sua amicizia con il presentatore televisivo». Poi, sorvolando sul fatto che, non più tardi di un anno fa, non aveva mosso un dito per evitare che il suddetto venisse buttato fuori da Mediaset (e Mike se ne era pubblicamente rammaricato a “Che tempo che fa”, lamentando di non aver neppure ricevuto uno straccio di risposta alle sue telefonate), non ha mancato di fare quello che fa di solito: prendere a pretesto chiunque e qualsiasi cosa per parlare bene di se stesso. «Mi spiace molto, anche perché aveva un grande sogno, che era quello di diventare senatore della Repubblica. Io mi ero attivato a questo proposito». SuperSilvio e SuperMike. Momentaneamente allontanati dal destino, speriamo che si ritrovino presto.

da www.ilribelle.com

Scacco alle torri

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Il Gruppo l’Espresso e La Repubblica in particolare, hanno sempre rappresentato una precisa area liberal-progressista del Paese, con il cuore a sinistra e il portafoglio, se non a destra, comunque ben sistemato nelle giacche della finanza laica italiana, con gli inevitabili collegamenti a certi ambienti della finanza internazionale. Il quotidiano romano non ha mai nascosto quindi certe sue simpatie atlantiche. La cosa è valsa anche e soprattutto dopo i fatti tragici dell’11 settembre 2001, quando un certo appiattimento sulla dottrina “Bush-Cheney” è sembrato assai evidente. Allo stesso tempo però nel giornalismo, come in tutte le attività umane, oltre gli schieramenti, gli apparati, le sovrastrutture per dirla alla Marx, ci sono gli uomini. E quando la loro pasta umana è veramente buona, il buono viene fuori. Inevitabilmente. Non c’è sinistra, destra, sopra o sotto che tenga: quel mix invisibile di dignità, onore, onestà intellettuale e passione, se si ha a che fare con un uomo autentico, salta fuori. Carlo Bonini, un giornalista sensibile e attento, questo esprit humain lo ha fatto toccare con mano ai suoi lettori con un pezzo del 28 agosto 2009 pubblicato da Il Venerdì, l’inserto settimanale de La Repubblica. In modo pacato e lucido Bonini racconta alcuni passaggi di un libro inchiesta del seriosissimo Philip Shenon, uno dei cronisti di punta del New York Times (il lavoro in Italia è edito da Piemme edizioni col titolo “Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”).

LEGGI L’INTERO POST DI MARCO MILIONI PUBBLICATO SU MZ

Una Golf nel frigorifero

volkswagenDopo l’auto del popolo, ecco l’energia del popolo. La Volkswagen, il numero uno europeo e big global player mondiale dell’auto, l’azienda nata inventando col Maggiolino la vettura per tutti, si lancia a sorpresa nel mercato dell’energia con una trovata rivoluzionaria, che in Germania secondo Der Spiegel già fa tremare i produttori tradizionali. La trovata rivoluzionaria è appunto la mini-centrale elettrica in casa, in cantina o nello sgabuzzino, che produce l’energia per l’appartamento o il villino dove vivi, e trasmette l’esubero di produzione di energia a un accumulatore, il quale la redistribuisce in rete. Almeno centomila mini-centrali in domicili privati, interconnesse tra loro, possono fornire la stessa produzione di energia di due reattori atomici o di due grandi centrali elettriche a carbone. A prezzi molto interessanti per l’utente, e con alta efficienza nel rapporto consumo-produzione di energia. L’accordo è stato raggiunto tra Volkswagen e Lichtblick, un’azienda che produce e fornisce energia elettrica nel nordovest della Repubblica federale.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO DE LA REPUBBLICA

Tanto per dire… il silenzio. Anche a sinistra

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Tacere una importantissima notizia di politica internazionale. Tacere che l’Italia è stata de facto tenuta fuori da una decisione delle più importanti cancellerie europee in ordine al conflitto afghano. In questa doppia impresa è riuscita magistralmente la tv italiana. La novità è  importantissima ed è apparsa per la prima volta il 6 settembre (ma rilanciata ed integrata oggi) su tutte le maggiori agenzie europee. Si tratta di una presa di posizione unitaria tra i governi di Francia, GermaniaRegno Unito (avallati dagli Usa) con l’obiettivo, non molto velato, di terminare o di diminuire sensibilmente nel medio termine l’impegno militare della Nato, o di alcuni paesi Nato, in Afghanistan. Il tutto è avvenuto senza che l’Italia venisse consultata, almeno stando alle agenzie. Teoricamente si tratterebbe di una notizia extra-ghiotta e di peso più che rilevante. Nei giorni successivi al 6 settembre però non ho visto alcun Tg di prima serata sparare l’annuncio tra le news principali unitamente al fatto che l’italico governo era stato bellamente ignorato. E stranamente non ho ascoltato, ma magari sbaglio, alcuna presa di posizione della sinistra italiana: Verdi, Rifondazione e Pdci in primis. Provate a guardare i loro siti e vedete se c’è un riferimento. Questo dovrebbe far riflettere bene coloro che si dichiarano di sinistra. Si dovrebbe riflettere sulla serietà e l’impegno (indipendentemente dalle posizioni politiche) di un personaggio come Oskar Lafontaine che in Germania, dopo avere abbandonato incarichi governativi, prestigio e potere ha lavorato umilmente per anni in sordina. Con quale obiettivo?  Mettere insieme una nuova formazione (Die Linke, la sinistra) che oltre ad affermarsi progressivamente alle elezioni sta obbligando de facto il governo tedesco a rivedere le sue linee in materia di politica estera. Lafontaine è un politico colto, con la vista lunga. Lo ammettono anche i suoi avversari in Germania. Ha capito in anticipo che una parte della società tedesca mal digerisce le politiche turboliberiste propagnadate dai corifei del mercato globalizzato. E su queste premesse ha messo in piedi una iniziativa di lungo termine. Si può essere in disaccordo con le sue idee politiche, ma la persona è coerente e perspicace. In Italia invece abbiamo il cachemire di Fausto Bertinotti che rimaneva attaccato allo scranno di presidente della camera anche dopo che il suo partito era stato buttato fuori dall’aula per mancanza di “quorum”. Le pouvoir pour le pouvoir… Anche questa storia è taciuta dalla tv italiana, forse perché un rifondarolo salottiero, pronto a salire in abiti di tweed sulle poltrone di Bruno Vespa, è più utile al potere di un tedesco laureato in fisica che ragiona con la testa e va dritto come un panzer.

Marco Milioni

I cubetti di Cicero

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Domenica 6 settembre Giulio Antonacci, direttore de Il Giornale di Vicenza, ha scritto un bel fondo. L’argomento è quello noto del caso di via Ca’ Bianca. Una storia di spese impazzite, autorizzazioni bizzarre, e lavori eseguiti dio solo sa come. L’argomento per vero era stato già evidenziato dai media locali, ma stavolta Antonacci ha aumentato l’intensità dei fari del suo quotidiano e si è domandato a chi vadano attribuite le responsabilità politiche e amministrative di un caso che rimane anomalo. Nomi e cognomi il direttore non ne fa, ma ci va vicinissimo. A questo punto però mi chiedo. È lecito domandarsi se fra i personaggi presi di punta dal corsivo vi siano Claudio Cicero (ex assessore alla viabilità) nonché l’ingegnere Giovanni Fichera (attuale direttore del settore mobilita)? La domanda bisogna porsela anche alla luce di quanto scritto a più riprese sul duo Fichera Cicero proprio su questo blog (una querelle che pochi giorni orsono stranamente non aveva destato l’attenzione del GdV).
NUBI SU CICERO. Quanto a Cicero occorrerebbe capire come mai non abbia replicato visto che il suo assessorato ai tempi della passata giunta viene tirato in ballo direttamente proprio nell’articolo di domenica 6 settembre. Ma ombre simili si stagliano anche sulla posizione di Fichéra. Franca Equizi, ex consigliere comunale leghista, poche settimane fa aveva puntato l’indice sulla «annunciata» nomina a dirigente dell’ingegnere (dato politicamente vicino a Cicero) quando per quella posizione «avevano deciso di correre candidati con curriculum di primissimo livello».
LA MANOVRA. Di più, a palazzo Trissino gira insistentamente la voce che negli uffici sia stata ordita una manovra di corridoio per usare il caso del decesso Dal Toso al tunnel della Stanga, proprio per tarpare inopinatamente le ali ad uno dei candidati con le credenziali più in vista: l’ingegner Giovanni Sacchiero, che pur indagato («per un mero atto dovuto della procura») sarebbe in possesso di documenti non ancora agli atti del pubblico ministero. In forza di questi ultimi la sua figura sarebbe comunque fuori dalla vicenda Dal Toso. Inoltre l’incartamento non sarebbe ancora stato prodotto solo per evitare fratture o difficoltà all’interno della azienda di cui è dipendente.
LA GIUNTA. A questo punto vorrei capire come la pensi la giunta. A palazzo degli Uffici si parla di una antipatia sempre più marcata di Fichéra (e di Cicero) verso l’attuale assessore alla mobilità Ennio Tosetto, antipatia ben ricambiata per altro. Ma ammettendo che in questo momento ci sia in ballo una sciarada di poltrone in corso, il sindaco Achille Variati con chi sta? Con il gruppo consiliare di Cicero (due consiglieri compreso quest’ultimo, formalmente in minoranza ma de facto in maggioranza) o con uno dei suoi più fidati assessori? Quanto pesa il copioso e costoso piano di mobilità che l’amministrazione vorrebbe mettere in campo per migliorare la situazione viabilista cittadina? Chi avrà in mano veramente i cordoni della borsa? L’attuale giunta sarà veramente capace di fare chiarezza sul caso Ca’ Bianca oppure il supporto di Cicero a Variati farà sentire il suo peso? E in ultimo che cosa ne pensano in merito i capigruppo che sostengono ufficialmente la giunta di centrosinistra made in Variati?

Marco Milioni

Il silenzio di plastica

genchi01(m.m.) Fosse capitato in un altro Paese sarebbe stato il finimondo. Ma da noi no. Il 19 luglio di quest’anno, durante le commemorazioni per l’attentato al magistrato Paolo Borsellino, è accaduto un fatto preciso. Gioacchino Genchi, superconsulente informatico delle procure di mezza Italia, ha puntato l’indice contro il periodo dei primi anni Novanta. Ha fatto nomi, cognomi, elencato fatti e collegamenti con ambienti politici e istituzionali dei giorni nostri. Genchi (nella foto) ha indicato nella Corte di Cassazione uno degli snodi nevralgici di questo sistema. Ha spiegato che la mafia durante il periodo stragista dei primi anni Novanta non agì da sola ma fu fiancheggiata e forse diretta da apparati dello Stato e delle istituzioni. L’estate è quasi finita. I giornalisti spesso non sapevano come riempire le pagine dei quotidiani o i palinsensti radiotelevisivi. Mi sarei aspettato un po’ di attenzione in più da parte dei media sul polverone sollevato da Genchi. Ma ovviamente non è stato così. Lo stesso superconsulente spiega che la strategia della mafia e dei suoi “referenti gerarchici” è cambiata. Non si punta più sulle bombe. Si punta sulla mistificazione mediatica, visto che un pezzo dell’informazione è in quelle fodere… Il risultato? Durante i tg si racconta che d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo. Si gossipizza la politica. Si velinizza la vita. Questa strategia fa meno rumore delle bombe ed è molto più efficace perché oltre a non dirti nulla ti toglie pure gli anticorpi.

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Italia unita? Ma per piacere

Il gossip politico dell’estate è stato monopolizzato dalla prevedibile polemica tra la Chiesa e la Lega sugli sbarchi di immigrati, e dallo pseudo-dibattito sui festeggiamenti, giudicati insufficienti, che si terranno nel 2011 per l’anniversario dell’Unità d’Italia. Ci soffermiamo su quest’ultima querelle, abilmente montata dal Corriere della Sera attraverso la penna del suo editorialista addetto ai casi inventati, Galli Della Loggia, perchè ci dà l’occasione per porre una questione vera: il senso della parola Patria.
L’Italia è oggi, annus domini 2009, qualcosa di definibile come “terra dei padri” (chè questo significa “patria”)? Chi sono i nostri padri? Cos’è che ci rende “italiani”? A queste domande si potrebbe rispondere facendo l’elenco a ritroso degli eroi e degli artefici della storia della penisola, dai Romani (per i quali l’Italia andava fino al Rubicone a Nord e non comprendeva la Sicilia a sud) passando per i Comuni tardo-medievali e le Signorie rinascimentali fino ai Cavour, i Garibaldi e i Mazzini del Risorgimento. Ma non è una lezione di storiografia quella che qui vogliamo fare, benchè sia dal passato che dobbiamo trarre il significato di ciò che siamo ora. E’ proprio il qui e ora che dovrebbe emanare quell’essenza immediata, naturale, comune, profondamente e diffusamente sentita che è il patriottismo. Ebbene, il collante che dovrebbe unirci non c’è.
E non esiste per il semplice motivo che non possediamo un’immagine condivisa e rispettata del passato unitario. Per forza: l’unificazione risorgimentale è stata affare di sparute minoranze idealiste e soprattutto campo di manovra di una potenza regionale, il Piemonte dei Savoia, che ha fatto e disfatto tutto il possibile per mangiarsi lo Stivale. Plebisciti taroccati, repressioni contro i ribelli (fatti passare per “briganti”), centralismo schiacciasassi su una plurisecolare realtà di ricchi particolarismi, terra bruciata dell’economia meridionale a tutto vantaggio di quella lombardo-piemontese, negazione della questione sociale (differenza fra paese reale e paese legale) e della questione locale (le tradizioni politiche, civili e culturali pre-unitarie): fu una strage, voluta e programmata, di ciò che i popoli italici erano stati fino a quel momento.
Attenzione: fino ad allora, il senso patrio per quei popoli era dato non dalle conformazioni statali che nei secoli si succedettero caoticamente, magari sotto il tallone dello straniero (francese, spagnolo, austriaco, etc). Tranne eccezioni, come la Serenissima Repubblica di Venezia, i regni si erano creati e rimescolati sulla base di convenienze ed esigenze di pura realpolitik. Tuttavia resisteva rigoglioso un sostrato costituito dalle molto più solide e popolari usanze comunitarie, che solo la modernità e lo Stato unitario hanno in gran parte spazzato via in questi ultimi 150 anni. Gl’italiani, in altre parole, non hanno mai avuto una patria intesa come identificazione di Stato, Nazione, Popolo. Nè quando era un crogiolo di rissosi staterelli, nè tanto meno quando venne inglobata come un carciofo nel regno sabaudo. Hanno sempre e solo avuto attaccamento per il proprio piccolo microcosmo di volta in volta municipale, regionale o altro.
Da un punto di vista politico, insomma, non esistettero mai nemmeno le cosiddette piccole patrie. Se non per riconoscenza che le popolazioni davano agli Stati pre-risorgimentali in cambio della più o meno larga possibilità che essi lasciavano alla particolarità locali per sussistere e prosperare (in questo, e solo in questo senso, secondo noi, andrebbe recuperato e attualizzato il concetto di piccola patria). Ciò che rendeva italiani gl’Italiani prima del 1861 era il fatto che, giustamente, se ne stavano abbarbicati sulle proprie specificità difendendole gelosamente dall’ingerenza del potere statale di turno. L’italiano era tale per definizione perchè si sentiva un non-italiano. Era milanese, fiorentino, romano, genovese, salentino, sardo, siciliano. Ma italiano, no. E neppure asburgico, borbonico, papalino o devoto al reuccio sopra di lui.
Bisognerebbe prendere atto prima di tutto che tale localismo allergico all’amor di qualsiasi autorità è rimasto – anche se oggi, inquinato alle midolla, si mischia con l’individualismo consumistico tipico dell’Occidente moderno. E in secondo luogo che esso, fatto di campanili, piane, valli e al massimo regioni linguistiche (dialettali), è l’autentica ricchezza dell’espressione geografica chiamata Italia. D’Azeglio ha perso: gl’Italiani non si sono mai fatti. Altro che Unità.

Alessio Mannino
da www.movimentozero.org/mz

Precisazioni dallo staff del sindaco di Vicenza

Ieri pomeriggio alle cinque ho ricevuto una garbata e cordiale telefonata da parte di Jacopo Bulgarini D’Elci (si tratta del portavoce del sindaco di Vicenza Achille Variati) il quale mi ha precisato un paio di cose rispetto al post di ieri intitolato Cortei: Vicenza volta e Gabbana. Bulgarini mi fa sapere che eventuali provvedimenti relativi alle modalità di manifestazione saranno presi dalla sola prefettura. Registro la presa di posizione della giunta, ma aggiungo a mia volta che l’amministrazione è comunqua tenuta a formulare una parere scritto che sarà trasmesso alla prefettura. Parere del quale l’ufficio territoriale del governo dovrà tenere conto (si tratta in ultima analisi di un atto formale prodotto dalla amministrazione municipale). A Bulgarini peraltro ho aggiunto che il mio pezzo era basato (e nel post lo scrivo chiaramente) sugli assunti di un articolo de Il Giornale di Vicenza. Giusto per leggere un po’ di passaggi: «… ieri a palazzo Trissino i capigruppo del consiglio comunale hanno esaminato e discusso le proposte confezionate dalla questura su invito del sindaco Achille Variati… Prima di esprimersi, Variati attende le indicazioni dei capigruppo. Il sindaco gradirebbe un’ampia condivisione… vale la pena di ricordare che fu proprio Variati, a inizio anno, a porre l’accento sulla necessità di darsi dei criteri per mantenere in equilibrio i diversi diritti in gioco… Non è esclusa l’adozione di un prontuario, in cui siano stabiliti orari o eventuali deroghe subordinate, ad esempio, al versamento di fidejussioni. Ma a palazzo Trissino non hanno fretta: si son dati tempo fino a fine settembre». Come si può ben leggere l’articolo è scritto male e lascia per strada molti buchi logici. Poiché l’articolista è di solito una buona penna, credo che si volesse descrivere una realtà diversa da quella effettiva proprio per mettere in difficoltà una o più parti politiche. L’ho scritto nel post in questione. Quindi ritengo che lo staff del sindaco debba preoccuparsi di chiedere rettifiche o spiegazioni al GdV, non al sottoscritto. Ciò detto ringrazio Jacopo per la gentilezza e la prontezza della sua chiamata. Il che fornisce comunque uno spunto ulteriore ai lettori del blog.

Marco Milioni

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