La scuola ha smesso di insegnare

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni. Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese. Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.
Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa. Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale. Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Luca Ricolfi – La Stampa
testo estratto da Megachip

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4 Commenti a “La scuola ha smesso di insegnare”

  • Giorgio scrive:

    Completamente condivisibile il pensiero di Ricolfi, ma cosa ne facciamo di tutti gli individui licenziati dal nostro sistema scolastico negli ultimi 40 anni?
    Appartengono appunto a quella fascia d’età indicata dall’autore, ed essendo ormai arrivati al capoline i risultati sono attorno a noi.
    Come uscirne se non adottando l’antropocrazia?

  • Giorgio scrive:

    ——————————————————————————–

    Alle volte pure dai piccoli dettagli ci si accorge che la storia cambia passo. Da mesi si ascoltano analisi altisonanti sul dopo crisi, come se gli effetti della crisi stessa siano già passati. Si sente spesso dire che la politica economica dei grandi del mondo avrà una svolta. Ma difficilmente, con le dovute eccezioni, ho letto sui media main-stream che uno dei grandi temi è il dollaro. Ovvero l’abbandono della divisa statunitense come moneta di scambio globale. In tanti l’hanno scritto, nessuno ormai lo dubita. Il dollaro è stato per sessant’anni uno dei mezzi con i quali gli Usa hanno sbidonato il loro benessere sulle spalle del resto dell’orbe terraqueo. Però l’abbandono del biglietto dello Zio Sam non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani. E soprattutto questa exit-strategy potrebbe essere il luogo virtuale, ma segreto, nel quale si disegnano le nuove mappe del potere che verrà. Un potere nel quale i signori della grande finanza e delle banche pretenderanno un posto in primissima fila.

    In questo contesto la notizia dei titoli di stato americani sequestrati a Chiasso è indicatore del fatto che la guerra per la definizione del nuovo potere monetario mondiale sia di fatto cominciata. E credo si tratti di una partita grossa per la quale il silenzio pressoché totale della grande stampa risulta fin troppo eloquente. Non si sa ancora se quei titoli siano veri o falsi. Ma la cosa non importa alla fine. Il loro valore di faccia (100 miliardi di euro) è enorme. Circa tre manovre finanziarie italiane. Se si tratta di una truffa, è risibile che si pensi all’operato di qualche ghenga più o meno mafiosa. Se si tratta di una truffa, siamo di fronte al progetto di agenzie che sono emanazione di qualche governo. È già successo in passato che le banche centrali di vari paesi si falsificassero il danaro a vicenda. Tra i tanti i sovietici avevano acquisito grandi doti nel falsificare dollari e sterline. Mai però si era giunti alla notizia di un valore di faccia tanto elevato. Piccola parentesi. Se in questo frangente lo Stato italiano agirà secondo le sue leggi e se si dà credito agli Stati Uniti secondo i quali quei documenti di credito sono fasulli, allora l’Italia avrebbe fatto comunque bingo perché la norma prescrive in questo caso una ammenda pari al 40% del valore di faccia del titolo falso sequestrato. Ma a chi chiederemo il risarcimento se ai due spalloni, in probabile violazione della legge, è stato permesso di abbandonare il Paese? Chiusa la parentesi è comunque certo che se ora le banche centrali cominciano a guerreggiare in questo modo, significa che hanno l’acqua alla gola. E ciò significa che debbono mettersi a fare le falsarie perché i governi di riferimento sono alla canna del gas.

    Se invece si tratta di titoli di stato veri, pronti ad essere dismessi dalla banca centrale giapponese, siamo di fronte ad uno scenario altrettanto grave. Perché ciò comporta che il dollaro viene giudicato spazzatura da una delle più importanti banche centrali del pianeta. Il tutto comporta ovviamente un rischio incalcolabile, quello per cui i risparmi di tanti privati in giro per il mondo finiranno al macero. Addirittura si è autorizzati a pensare che il Giappone avrebbe potuto agire conto terzi (Stati Uniti?) al fine di rifilare i titoli Usa, alias debito-credito contratto in dollari, ad ignari investitori fresconi ammaliati a dovere. Insomma un altro collasso finanziario, ben più pesante di quello dell’anno scorso, sarebbe all’orizzonte. Un collasso che è al contempo causa ed effetto di uno scontro sotterraneo tra il vecchio potere Usa e il nuovo che avanza. Cina in primis. Ma c’è un’altra questione da approfondire.

    All’interno di questa guerra, reale o virtuale che sia, nessuno tra i big dello scacchiere globale però si è minimamente posto il dubbio se sia il caso di mettere in discussione il peccato originale di tutto quanto il moloch, leggi l’attuale modello di sviluppo. Forse perché non si può chiedere ai tacchini di festeggiare il natale. Ma il modello di sviluppo rimane tuttavia sul banco degli imputati assieme alla cosiddetta modernità: quest’ultima generata dall’industrialismo, sulle cui matrici filosofiche, sempre che esistano, sarebbe interessante approfondire.

    E nel medesimo contesto permane pure una macroscopica anomalia di fondo. Le cronache della crisi, sia quelle ad ampio scenario, sia quelle più spicciole, ci portano ad un paradosso finale che non può essere ignorato. Infatti se si ammette che il sistema attuale è l’unico possibile, si evince chiaramente dalla storia degli ultimi 150 anni che tale sistema non possa basarsi che sulla frode, sull’inganno, sulla sperequazione, sulla mistificazione. E che a livello politico, globale e non, la democrazia (rappresentativa) non è che un paravento rispetto ad un sistema iniquo che nel suo conto consuntivo non permette di riportare gigantesche anomalie economiche, sociali, ambientali, di giustizia, di libertà. Di umanità si potrebbe dire. E quindi, sempre usando i parametri della democrazia rappresentativa moderna, tale sistema intriso di sedicente libero mercato, ha forza per essere tale solo se i suoi princìpi fondanti possono essere sistematicamente violati da elite ben circoscritte.

    Per dirla in parte alla Marco Travaglio, l’intero sistema è un gigantesco, inumano e storicizzato falso in bilancio. Rispetto ad un rilievo del genere non ho mai sentito una replica efficace da parte dei sostenitori del “contemporary way of life”. Probabilmente perché non hanno argomenti. Se ne può uscire? Può essere. Ma questa è un’altra storia. C’è solo uno spunto di riflessione da aggiungere. Che non è mio ma di Enrico Rosa, un gagliardo sostenitore vicentino di Movimento Zero. «L’economia ha ragione di essere solo in quanto serve a me e ai miei simili. Ovvero quando essa è funzione di un rapporto fra uomo e uomo. Ma nel momento in cui questa cessa il suo supporto agli individui e alla gente per divenire una astrazione auto-referenziale, io essere umano che me ne faccio? A che cosa diavolo mi serve? Sbarazziamocene».

    Marco Milioni
    Fonte: http://www.movimentozero.org/mz/
    24.07.2009

    Milioni a lei non resta del tempo per togliersi dall’alveo dei maleducati, perchè è vissuto dalla compulsione arimanica della scrittura!
    Con simili ca..ate dove aspira ad assurgere?
    Chi sarebbe l’idiota che falsifica banconote da 1000 €? (immginarsi una da un miliardo dello stesso conio!)
    Probabilmente un elfo che affolla la sua fantasia.
    Alla stupidità umana non c’è limite, specialmente se ammanta il nulla!

  • Raf Perugini scrive:

    PER GIORGIO

    La stupidità umana mi sembra soltanto la sua! Le consiglierei un po’ di riposo per uscire dal baratro del suo nulla sconfinato!

  • admin scrive:

    Caro Giorgio rispondo una volta per tutte alle sue provocazioni senza però scendere nel volgare vista la mia maggiore cultura e il mio maggiore quoziente intellettivo (non mi vanto, è un dato di cronaca). Cominciamo dalle sue domande poste in passato. Perché sono “comunista in senso steineriano o antroposofico”? Tale domanda è un non senso, quindi se la tenga per la sua cerchia di iniziati a basso contenuto culturale. Io Steiner l’ho letto, a differenza di Lei, in tedesco, ed ho apprezzato il suo lavoro su Goethe e in generale il suo lavoro come archivista nonché come critico-curatore. Come filosfo-psicologo-guru-pensatore è semplicemente un ectoplasma. E’ uno che si è inebriato di cultura orientale capendone poco applicando al trascendente gli strumenti interpretativi del pensiero e del metodo scientifico. Un disastro. Il suo sodale Brentano ha ben pochi meriti, tra cui quello di avere spernacchiato l’infallibilità papale. Per il resto Brentano, un mezzo prete mancato, non è che un esegeta di quart’ordine rispetto all’opera di due mostri sacri come Aristotele e San Tommaso che le consiglio di andare a studiare, almeno per Bignami, in modo da farsi un’idea del mondo meno pedestre. Brentano e Steiner hanno fatto per altri versi lo stesso errore (minchiata piramidale) di un signore come compte che voleva rendere la disciplina sociologica come una scienza esatta. Ne è derivata una scemenza esatta. La stessa cosa ha fatto Brentano con la psicologia, la stessa cosa l’ha fatta Steiner con il suo percorso spirituale. Se gli interessava lo spirito c’erano milleni di saggezza orientale, indiana, cristiana, musulmana, pagana o animista già bella e pronta. Oppure c’era il neo-empirismo di Russell o un Dewey se avesse preferito un approccio diciamo laico. Invece no, uscito dal suo politecnico Steiner s’è messo in testa di legare arte, spirito e scienza, ma l’ha fatto male (il suo è mero giustificazionismo del potere del tempo infarcito di uso di droghe provenienti dall’Asia. Oggi Steiner sarebbe stato un cocainomane berlusconiano, fedele della pseudo-teoria della programmazione neuro linguistica; una brodaglia di vaccate buona a far sentire colti e spirituali degli yuppie del nord buzzurri e incolti, nonché ad arricchire i loro manager-emotivi alias guru alias faccendieri dell’emotività). Ne è uscita una specie di new age ante litteram molto in voga anche nei primi Ottanta tra gli amici del Psi di Craxi a Milano. Lo sapeva? Le basta così? No? Continuiamo. Quanto al Coisp risponderò a breve, dimostrando l’incapacità logica del suo portavoce nonché la pochezza delle sue asserzioni. Quanto a Raf Perugini è un mio amico che vive in Germania dove fa il ricercatore universitario; mi aiuta da amico, di tanto in tanto, nella gestione del blog; egli è di origine umbra e a differenza di me ha un giudizio sprezzante verso gli imbecilli. Tenga a mente queste parole Lei che parla di stupidità senza padroneggiarla ma essendone padroneggiato: “Gli stupidi vanno considerati come un gruppo di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni come la mafia o il complesso industriale, non organizzato, senza ordinamento, vertici o statuto, ma che tuttavia riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia”. Non sono parole mie, magari. Legga l’ottimo saggio sulla sconvolgente storia della stupidità del compianto professor Carlo Cipolla (titolo corretto: ‘Allegro ma non troppo’). Si maceri un po’ nella lettura… Lei cita poi un mio pezzo su MZ. Le mie osservazioni sono condivise da giornalisti su La Stampa, da diversi quotidiani inglesi, da una agenzia di stampa cattolica, da Giulietto Chiesa e molti altri (se ne vada su google a cercare i riferimenti perché io non ho tempo da perdere). Tutti motivano, lei no. Ma Lei è capace a leggere o si diverte a seccare? Forse è un po’ dislessico, magari un logopedista farebbe al caso suo. Caro Giorgio. Glielo dico e glielo ripeto, usare i paroloni non è sinonimo di sapere scrivere. Per sapere scrivere bisogna saper pensare. Per sapere pensare è buona cosa avere una buona educazione. Ecco, lei mi dà del maleducato; ok mi mi vanto di esserlo nella accezione borghese del termine (screanzato). Lei invece è male educato, ovvero ha avuto una cattiva educazione (quella scolastica intendo). Mi pare di capire che lei sia un ingegnere no. Ma dove caspita si è laureato? Nella stessa città dove la Gelmini è andata a sostenere quell’esame di Stato che non riusciva a passare al nord? Diciamo così. Si faccia un’istruzione, almeno un’infarinatura di base poi ci risentiamo. Frattanto la declasso al grado di Arianna (non rispondere ad alcuna critica in quanto in re ipsa una sgasata intestinale).

    Marco Milioni
    P.S. In realtà lei sta scherzando; è il mio maggiore ammiratore e io gioco con Lei a chi è più cretino, ma Lei mi batte sempre.
    P.S. Perché non chiede a Margherita Brunello (o ad altro referente veneto dei circoli steineriani) di organizzare una tenzone dialettica fra me e Lei, magari al vostro circolo di contrà Corpus Domini? E’ vostra la sede? Pagate l’affitto? Se mi dite che prezzi ci sono lì in giro vorrei aprire la sede di un nuovo circolo che sarà nomato “Spiegatemi che ciosa significa arimanico”.

    ALTRA COSA A TUTTI I VISITATORI

    ANDATEVI A FARE QUATTRO RISATE OPPURE ANDATE E ABBEVERATEVI ALLA PROFONDA SAGGEZZA:
    http://www.rudolfsteiner.it/appuntamenti.html
    http://www.rudolfsteiner.it
    http://www.rudolfsteiner.it/articoli/gregorat/clonazione.html

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