Archive del 24 luglio 2009

Il contropatto sul ‘Ribelle’

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(r.p.) La Voce del Ribelle, il mensile diretto da Massimo Fini, ha pubblicato sul suo sito l’appello alla dignità per Vicenza redatto da Alessio Mannino e Marco Milioni. Qualche giorno fa la stessa cosa aveva fatto Voglioscendere.it, blog di Pino Corrias, Peter Gomez e Marco Travaglio. Frattanto sono arrivate molte adesioni al cosiddetto contropatto mentre per i giorni a venire se ne attendono di nuove, anche da parte di persone ben note al pubblico nazionale. La discussione sul Dal Molin (e soprattutto sulle sue implicazioni profonde) riprende quota quindi. E si spera che ci siano ulteriori spunti di discussione al riguardo.

Osservazioni e suggerimneti preliminari al Pat

Ieri durante il primo pomeriggio ho presentato alcune osservazioni preliminari al piano di assetto territoriale per il comune di Vicenza. Piano che l’amministrazione sta preparando da alcuni mesi. Tra i suggerimenti inviati al sindaco Achille Variati (Pd) c’è quello di programmare una diminuzione dei veicoli circolanti riducendola di un 50-70% da qui a sette anni. Fra le altre ho suggerito l’obbligo di non consumare suolo vergine unitamente ad una serie di prescrizioni rigide sulla qualità dell’edificato in materia di risparmio energetico. Poiché la giunta da molte settimane caldeggia l’intervento anche dei singoli cittadini, ho ritenuto importante fare la mia parte. Mi aspetto ora una rapida e cortese risposta; nel merito ovviamente. Spero che il documento depositato ieri a palazzo Trissino possa essere oggetto di ulteriori spunti o commenti da parte dei lettori.

Marco Milioni
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Ecco il Pat della Vicenza del Futuro. Oltre 130.ooo abitanti entro il 2020

Sarà l’attore protagonista della scena politica vicentina 2009. Signore e signori, ecco il Pat, piano di assetto del territorio, la nuova bibbia urbanistica che disegna il volto di Vicenza dei prossimi 10 anni. Il sindaco Achille Variati, l’assessore alla programmazione e sviluppo del territorio Francesca Lazzari e l’assessore alle infrastrutture Ennio Tosetto hanno mostrato le carte, svelando le scelte che determineranno la crescita della città da oggi al 2020.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO DE IL GIORNALE DI VICENZA

Il “Patto per Vicenza” comincia il suo cammino

«La questione base Sì-base No si è chiusa nel momento in cui l’accordo è stato suggellato dal presidente Giorgio Napolitano. Ora è tempo di andare oltre la logica del muro contro muro, di uscire da una situazione che sta lacerando la nostra comunità. La città da tre anni è paralizzata a livello istituzionale e questo ha finito con l’isolarci, con il tagliarci fuori dalle grandi scelte del Governo. È tempo di aprire un tavolo per capire quali possono essere le opportunità di crescita, economiche, urbanistiche, infrastrutturali e di pace per la nostra città». Erano in 50 tondi tondi all’Alfa Hotel di via dell’Oreficeria ad ascoltare Ubaldo Alifuoco, portavoce di Vicenza Riformista”, “Impegno per Vicenza” di Mario Giulianati (rappresentata dal prof. Dal Corno) e “Cittadinanza Attiva” di Franco Figoli, e relatore di una proposta, il “Patto per Vicenza, che una scossa sembra averla comunque già prodotta. Cinquanta fra cittadini, rappresentanti economici e amministratori politici uniti dalla voglia superare l’impasse, di mettere la parola fine su una vicenda ritenuta superata oramai dai fatti ma che sta lasciando indietro Vicenza. Non male per un mercoledì qualsiasi e afoso di luglio; anzi alla fine è un vero e proprio evento, considerata la trasversalità delle presenze.

Ascolta il centro-destra: la delegazione del Pdl formata dai consiglieri comunali Francesco Rucco e Valerio Sorrentino, il consigliere-emissario leghista Daniele Borò (il sen. Paolo Franco ha dato l’adesione della Lega al confronto), l’ex deputato Giorgio Conte e l’ex presidente di Circoscrizione Marco Bonafede; interviene il centro-sinistra con Luciano Parolin, Adriano Verlato, critico su Variati ed il suo silenzio riguardo al documento. E poi ecco Zeffirino Filippi e Ingrid Bianchi, espressioni di un disagio diffuso. Alifuoco ricorda il suo No al Dal Molin e quando e perché ha deciso di rispettare le decisioni governative; racconta le reazioni al documento, da quelle favorevoli delle istituzioni, agli attacchi veementi subiti dal Presidio («ho scoperto di essere stato esposto in internet al pubblico ludibrio»), al Sì sommesso di una zona grigia che sembra maggioranza però fin troppo silenziosa. Ci va giù pesante contro le violenze del 4 luglio, sulla pretesa del movimento «di dettare la politica estera della Nazione», sulla decisione dell’amministrazione di riproporre in consiglio comunale l’ipotesi di via Moro: «È una perdita di tempo, dimostra che non si sa più cosa fare».

Gli interventi sono numerosi, i meno teneri sono proprio i cittadini ma non è serata di polemiche e di contrapposizioni ideologiche. Servono passi indietro da parte di tutti, lasciando il racconto della lunga querelle ai posteri. E serve soprattutto una fase 3, quella delle adesioni di tutte le associazioni economiche, della nascita di un movimento che coinvolga i partiti e la gente. «Il nostro è un documento concreto, di pacificazione. È tempo di cominciare a discutere del nostro futuro». A settembre probabilmente la prima assemblea, intanto c’è uno spazio da riempire. E stando alle prime reazioni, ufficiose ma entusiaste, di Borò e Bonafede, non è detto che agosto passi invano.

Roberto Luciani
da Il Giornale di Vicenza del 24 luglio 2009; pagina 17

La scuola ha smesso di insegnare

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni. Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese. Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.
Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa. Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale. Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Luca Ricolfi – La Stampa
testo estratto da Megachip

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