Archive del 20 luglio 2009

Conchiglia d’oro. Equizi annuncia battaglia legale contro il comune

(m.m.) L’ex consigliere comunale Franca Equizi ha inviato questa sera ai media berici un dispaccio durissimo. Al centro del contendere la vicenda legata al possibile ampliamento della Conchiglia d’Oro. Noto ristorante della zona Stadio i cui gestori, i fratelli Scalesìa sono noti in città per la loro vicinanza al Pdl ed in particolare ad An. Nel suo comunicato la Equizi se la prende con gli amministratori per il comportamento del comune. Gli strali sono contro la precente amministrazione di centrodestra e contro quella attuale di centrosinistra. Contestualmente nel dispaccio (pubblicato qui di seguito) Equizi chiede all’amministrazione di annullare il provvedimento. In caso contrario, sempre secondo l’annuncio dell’ex consigliere, sarà informata la magistratura.

Prendere decisioni che danneggiano la città è già cosa spiacevole. Ma obbligare i cittadini a patire facendo diventare l’errore una necessità è addirittura un insulto. Così ho accolto con molto scetticismo la notizia che il comune abbia concesso alla Conchiglia d’Oro dei fratelli Scalesìa la possibilità di ampliare l’attività a ridosso del parking Bassano. Sono basita che ciò che non era riuscito ad una giunta di centrodestra con un vicesindaco amico dei due, sia riuscito a quelle forze che tale decisione l’avevano sempre contestata. Stando alle cronache dei media locali la decisione è arrivata durante il consiglio di giovedì scorso grazie ad un emendamento proposto dalla giunta. Farò le mie verifiche. Al momento però posso solo dichiarare il disgusto provato per le parole dell’assessore al comune di Vicenza Antonio Dalla Pozza con delega al patrimonio. Questi sulla stampa di oggi ha avuto l’ardire di sostenere che l’affaire Scalesia andava risolto perché la vertenza avrebbe esposto il comune ad un contenzioso per decine di migliaia di euro. Dalla Pozza giustamente se la prende con la passata amministrazione; ma perché allora non si è avviato un contenzioso giudiziario verso chi si è mosso in modo scorretto sul piano amministrativo? Forse perché le responsabilità si sarebbero dovute ripartire tra politici e dirigenti; o magari funzionari del comune? Magari funzionari che ora hanno cambiato casacca politica e che quindi vanno tutelati? Già da ora mi dichiaro pronta a indirizzare a Palazzo Trissino una diffida formale nella quale chiederò in modo categorico di annullare la deliberazione di giovedì scorso ricorrendo all’istituto della auto-tutela. E se la circostanza non si materializzerà informerò dell’accaduto la magistratura. Questa è una vera e propria porcata iniziata dal centrodestra e completata dal centrosinistra. Non capisco la ritrosìa a far pagare il conto ai responsabili. In questa vicenda la giunta di Achille Variati si è comportata in modo vile e antidemocratico. Chi si doveva proteggere? Chi tra gli amici degli amici? Chi tra la struttura tecnica del comune? L’amministrazione del comune di Vicenza si comporta in modo equanime? Come si fa ad organizzare una serie di incontri sul “Pat che verrà” quando non si dice se gli uffici continueranno con le sperequazioni fra cittadino di serie “A” o di serie “B”?

Franca Equizi
20 luglio 2009

Il duo Fasano e la difesa spompata

duo-fasano.jpg“Che la discussione abbia luogo, ma che le posizioni differenti dalle nostre siano tacitate con ogni mezzo. Anche il più stupido”. Deve essere suonato più o meno così uno dei rilievi principali nelle teste di coloro che in questi giorni si sono trovati in disaccordo col “Patto per Vicenza”. Patto reclamizzato urbi et orbi su Giornale di Vicenza ed assimilabili nonché prontamente ribattezzato sulla blogosfera come “Lodo Alifuoco”, forse per evidenziarne le similitudini col “lodo Alfano”?. Quando il 13 luglio ho pubblicato il mio pezzo con le pulci rispetto alla proposta di Ubaldo Alifuoco, Mario Giulianati e Franco Figoli sapevo che in città la cosa avrebbe suscitato interesse. Nei tre giorni successivi oltre 3.300 utenti hanno visitato le pagine relative alla querelle in corso. Più di 500 hanno scaricato il documento con i rilievi redatti dal sottoscritto. Alle critiche, come è auspicabile che sia, sono seguite le contro-critiche. Purtroppo, nessuno o quasi fra i nomi noti della stampa locale, ha avuto l’ardire di ribattere citandomi con nome e cognome o citando il mio blog. O magari argomentando ed entrando nel merito di ciò che ho scritto su La Sberla o magari sull’appello pubblicato da Vicenza Più. «De minimis non curat praetor». Questo è l’approccio che i direttori de Il Giornale di Vicenza e de La Domenica (“il duo Fasano de noantri”) hanno cercato di far passare, ma in realtà leggendo i rispettivi editoriali comparsi sabato su “La Domenica” e domenica sul GdV ho potuto notare facilmente che il loro non era distacco dovuto ad un evidente divario sul piano intellettuale (piano che disgraziatamente per la città non solo non posseggono, ma che nemmeno compete loro). Al contrario il sentimento che costoro manifestavano tra le righe era ben altro. Paura e molto fastidio. Basta. Impossibilità di replicare sul piano della dialettica e delle argomentazioni. Basta. D’Altronde che cosa ci si può aspettare da gente come Antonacci che quando ha deciso, in un suo articolo, di avere un parere su qualcosa è andato a scopiazzare Marcello Pera? E la dimensione umana dell’uomo la intuisci non tanto dall’editorialista che copia quanto da chi si decide di copiare… Uno come Pera. Che tristezza… In questo quadro vanno aggiunte anche le considerazioni pro patto che il GdV ha pubblicato il 16 luglio a pagina 47 in una rubrica stentoreamente chiamata “Officina delle idee”. Poi la sera, quando incontro i colleghi contrari al mio punto di vista ridicolamente mi sento obiettare: «Ma tu non fai proposte concrete. Tu non hai in mente iniziative per la città». Ah no? Strano che i cronisti d’assalto del GdV o della Domenica di Vicenza non siano stati in grado di snidare una bella notizia. Una lettera inviata dal sottoscritto al sindaco, al presidente della provincia e al presidente della camera di commercio. Si tratta di documenti agli atti così segreti da non essere scoperti nemmeno quando sono stati divulgati pure sul web? Parola di uno che teme la cialtroneria più della cattiveria.

LEGGI L’INTERO ARTICOLO DI MARCO MILIONI

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino era un magistrato che sapeva di essere ammazzato. Sapeva che il tritolo veniva dal continente (come dicono i siciliani), sapeva che era di origine militare, sapeva che se la mafia era l’esecutrice, una parte dello Stato era il mandante. È andato al macello insieme alla scorta. Ogni domenica si recava a trovare sua madre in via D’Amelio. Davanti al cancello del condominio non c’era una transenna, un divieto qualunque che impedisse di parcheggiare un’autobomba. Bastava un vigile per salvarlo. Il fetore delle istituzioni di allora, in gran parte quelle di adesso, sta emergendo dalle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, dalle denunce incessanti di quel piccolo grande uomo che è il fratello di Borsellino, Salvatore, dal processo a Marcello Dell’Utri in corso a Palermo. I servizi segreti trattavano con la mafia, Totò Riina dettò le condizioni della pace tra Stato e mafia in un papello, una pace tra Stati conniventi. A ognuno il suo. La verità verrà fuori, la luce della vita e della morte di Borsellino è troppo potente per impedirlo. Paolo Borsellino ha spiegato in una delle sue ultime interviste l’equivoco di fondo della politica italiana. Il politico colluso, amico, referente, compare di affari, testimone di nozze di un criminale non ha bisogno di una condanna per uscire dalla vita pubblica. I partiti non devono «soltanto essere onesti, ma apparire onesti». E oggi abbiamo uno psiconano per presidente del Consiglio che proclama eroe Mangano, un mafioso che viveva a casa sua e portava a scuola i suoi figli e il fondatore di Forza Italia condannato in primo grado a nove anni per relazioni con la mafia…

VISUALIZZA L’INTERO POST DI BEPPE GRILLO

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