Archivio di luglio 2009
Lo scontro alle porte

Al governo di centrodestra in carica è riuscita una paradossale operazione. Mettere in piedi uno strumento pluriennale per pianificare il budget nazionale. Sbagliare le previsioni poiché non è stata messa in conto la crisi, non rispettare nel concreto le previsioni elaborate dallo stesso governo, peggiorare come mai era accaduto i conti pubblici e al contempo favorire la disoccupazione. È questa, alle brevissime, la ponderosa analisi cui giunge Riccardo Melchiorre, il quale da oggi comincia una collaborazione con La Sberla che spero lunga. Il testo, ricco di cifre e di riferimenti normativi viene allegato a questo post. Riccardo Melchiorre però alla fine della sua analisi, dati alla mano, lancia un monito: se si continua su questra strada il Paese potrebbe andare incontro ad un buio periodo di durissimi scontri sociali.
Rapporti con una suora, espulso il frate di Medjugorje
Con l’accusa di «aver diffuso l’eresia», «manipolato le coscienze» e di aver avuto rapporti immorali con una suora, frate Tomislav Vlasic, la guida spirituale dei sei veggenti ai quali la Madonna sarebbe apparsa costantemente da ben 28 anni a Medjugorje, nell’Erzegovina occidentale, è stato espulso dall’ordine francescano dal ministro generale dell’ Ordine, José Rodrigues Carballo. Ne ha dato notizia il quotidiano di Sarajevo Dnevni avaz che pubblica il testo della lettera di espulsione. Ora mi domando, ma perché la Madonna nelle sue apparizioni non ha denunciato tutto ciò?
I talebani hanno il diritto di sbagliare da soli
Non è certo il momento di ritirare le truppe dall’Afghanistan perchè un nostro soldato è stato ucciso. Ma è da tempo che avremmo dovuto chiederci seriamente che cosa ci stiamo a fare in quel Paese lontano cinquemila chilometri da noi, ad ammazzar gente che non ci ha fatto nulla di male e, sia pur in proporzione di uno a cento data la sperequazione delle forze, a farci ammazzare.
Le motivazioni ufficiali, ribadite anche di recente dal ministro Frattini, sono: 1) combattere il terrorismo internazionale; 2) garantire la sicurezza all’interno di quel Paese; 3) aiutarne lo sviluppo. 1) Gli afgani non sono terroristi, tantomeno internazionali. Non c’erano afgani nei commandos che abbatterono le Torri Gemelle, non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Qaeda scoperte dopo l’11 settembre. C’erano arabai sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani. Nei dieci anni di durissimo confilitto contro l’invasore sovietico, gli afgani non si resero responsabili di un solo atto di terrorismo e anche adesso che la guerriglia si trova di fronte un esercito praticamente invisibile, che fa uso a tappeto di bombardieri, ed è quindi costretta a cercare forme alternative di lotta, gli atti di tipo terroristico sono relativamente pochi e comunque sempre mirati ad obiettivi militari o politici. Del resto non si può gabellare una lotta di resistenza che dura da otto anni, con l’evidente appoggio della popolazione senza il quale non potrebbe esistere, per terrorismo. Lo stesso Karzai, che è un fantoccio degli americani, è stato costretto ad ammettere: «Bisogna trattare con i Talebani perchè sono parte di questo Paese».
Ai Talebani, come gli altri afgani che li appoggiano, interessa solo il proprio Paese, non hanno alcuna intenzione di fare la “guerra santa” all’Occidente. Dice: ma l’Afghanistan è tuttora la culla del terrorismo quaedista, cioè arabo. Ma basta un semplice ragionamento per escluderlo. Che interesse avrebbero i terroristi internazionali a far base in un Paese dove stazionano 80mila soldati Nato, quando potrebbero benissimo stare nello Yemen, che li protegge, o mimetizzarsi fra le popolazioni in Arabia Saudita, in Giordania, in Egitto per prepararvi in tutta tranquillità i loro eventuali attentati?
2) È del tutto evidente che la situazione di insicurezza e di instabilità dell’Afghanistan è frutto proprio della presenza di quelle truppe straniere che dovrebbero portarvi l’ordine e invece provocano il disordine perchè quel popolo orgoglioso, che ha cacciato inglesi e sovietici, non tollera occupazioni, comunque motivate.
3) È tutto da dimostrare che gli afgani vogliano il nostro tipo di sviluppo, secondo le nostre leggi, le nostre istituzioni, i nostri usi, i nostri costumi, violentandone i loro e quell’equilibrio agro-pastorale su cui hanno vissuto per millenni.
Adesso le “Vispe Terese” dell’Occidente scoprono che gli americani usando un loro alleato, l’uzbeko Dostum, “signore della guerra”, uno dei peggiori pendagli da forca della regione, hanno ucciso duemila prigionieri talebani e poi li hanno gettati nelle fosse comuni. Ha scritto Gino Rampoldi su La Repubblica: “Se siamo onesti dobbiamo ammettere che queste cose le abbiamo sempre sapute”.
I Dostum, gli Heckmatyer, gli Ismail Khan, “signori della guerra” che taglieggiavano, rubavano, ammazzavano, stupravano a loro piacimento e arbibrio, i Talebani li avevano cacciati dall’Afghanistan e avevano ristabilito l’ordine e la legge nel Paese, sia pur un duro ordine e una dura legge, la Shariah, peraltro consonante con i sentimenti della maggioranza di quelle popolazioni. Inoltre nel 2000, l’anno prima dell’aggressione americana, il Mullah Omar aveva stroncato il traffico dell’oppio (oggi l’Afghanistan ne produce il 93% del totale mondiale).
E allora? Il generale russo che comandò le truppe sovietiche in Afghanistan ha detto: «Le truppe Nato si devono ritirare. Bisogna lasciare che gli afgani sbaglino da soli». Ed è paradossale ed avvilente che le parole più ragionevoli sull’Afghanistan le abbia dette un generale ex comunista.
Massimo Fini
da: www.massimofini.it
Borsellino. Diciasstte anni dopo la strage l’indagine è sul ruolo dei Servizi
Domani saranno passati diciassette anni dal giorno in cui giudice Paolo Borsellino e la sua scorta furono trucidati da un’autobomba. Diciassette anni senza verità. Troppe ombre, false testimonianze, reticenze, omertà. Ma forse tutto questo sta per finire. Le indagini delle Procure di Caltanissetta e Palermo – che mai si sono interrotte – negli ultimi mesi hanno individuato tre nuove testimonianze che potrebbero essere decisive. La prima è quella del mafioso Gaspare Spatuzza. Dopo 11 anni di carcere duro ha rivelato di essere stato lui a rubare la macchina che sarebbe poi stata imbottita di esplosivo. Un racconto che demolisce molte false verità, alcune delle quali consacrate da sentenze passate in giudicato, e apre la porta all’individuazione di nuovi e diversi responsabili dell’organizzazione della strage.
Le altre due testimonianze sono quelle di Giovanni Brusca, il killer della strage di Capaci, e di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, la mente dei rapporti tra il mondo politico e la mafia. Entrambi, da visuali diverse, dicono la stessa cosa. E cioè che, in quei 57 giorni che separano la morte dei giudici Falcone e Borsellino, lo Stato e Cosa nostra trattarono. Il figlio di don Vito racconta di aver incontrato in quella torrida estate del 1992 gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno e alcuni agenti segreti. Chiesero a suo padre di fare da intermediario con i boss. E don Vito ubbidì. In quello stesso periodo, infatti, incontrò Bernardo Provenzano e un emissario di Riina, Antonino Cinà. Divenne, in sostanza, il garante di un patto col sistema politico. Il racconto di Giovanni Brusca è ambientato in luoghi e situazioni del tutto diverse dal salotto di don Vito e arriva dal cuore nero di Cosa nostra. «Riina mi disse chi era il terminale della trattativa», ha rivelato di recente. E ha aggiunto: «Per la strage del dottor Borsellino ci fu una straordinaria accelerazione». Determinata dal fatto che il giudice si era opposto alla trattativa «con tutte le sue forze». Il tema delle nuove indagini è nella domanda che scaturisce da questa informazione. Una domanda che ci si pose fin dal 1992 e che oggi torna a essere drammaticamente attuale: è stata una strage di mafia, solo della mafia? È questa la posta in gioco. Altissima. Perché la ricerca della verità porta ad arare campi lontani da quelli tradizionalmente coltivati dai boss di Corleone.
Una fuga di notizie sulle indagini in corso ha riportato alla ribalta una vecchia storia che “l’Unità” ha già raccontato. È quella di Luigi Ilardo che, tra il 1994 e il 1996, si infiltrò nella mafia per conto del colonnello della DIA Michele Riccio e che poi, come tanti altri protagonisti di questa storia, fu assassinato. Ilardo è stato il primo a parlare di un patto tra politici della Seconda Repubblica e la mafia. Secondo il colonnello Riccio – che è diventato il principale accusatore del suo superiore – un giorno lo gridò al generale Mori: «Molte cose successe in Sicilia, questi attentati – gli disse – sono stati fatti dallo Stato e addossati alla mafia e voi lo sapete…». Una miniera di informazioni, Ilardo, e tutto date in tempi non sospetti. È stato anche il primo a parlare di «faccia da mostro». È questo personaggio, sul quale indagava la procura nazionale antimafia diretta da Pietro Grasso, l’oggetto della citata fuga di notizie). Si tratta di un agente dei Servizi contiguo ad ambienti mafiosi che, fin dagli anni ‘80, cominciò a comparire in luoghi dove venivano compiute delle stragi o degli omicidi.
È stato sempre Ilardo a raccontare di incontri riservatissimi tra Riina ed esponenti dei Servizi, insomma qualcosa di molto simile a quello che in seguito sarebbe stato chiamato il «papello». «Molte ombre – disse ancora Ilardo qualche tempo pprima di essere ucciso – aleggiano intorno all’arresto di Totò Riina. All’interno di Cosa Nostra si faceva esplicito riferimento al ruolo avuto dai servizi segreti anche alla luce degli strani contatti che Riina aveva con persone sconosciute anche ai suoi più stretti collaboratori». Una testimone prezioso, capace di fornire anche una lettura di sintesi degli avvenimenti di quegli anni. Eccola: «Molti misteri siciliani, la maggior parte dei delitti politici in Sicilia, non sono stati a favore di Cosa Nostra. Cosa Nostra ha avuto solamente danni da questi omicidi, quelli che ne hanno tratto vantaggi sono solamente politici. Diciassette anni dopo quella lettura sembra potersi applicare anche alla strage di via D’Amelio. Perché, in effetti, Cosa Nostra ne ebbe solo danni. La reazione dello Stato fu la promulgazione della legge sul carcere duro e l’arresto di tutti i boss più rappresentativi, da Riina a Bagarella. Ma chi, allora, ebbe dei vantaggi da quella strage? Ancora una risposta postuma di Ilardo: «Ci sono state tante e tante altre cose in Sicilia, come ad esempio molti omicidi che, da quello che mi è stato raccontato da persone inserite in Cosa Nostra, sono stati commessi dai Servizi Segreti e poi addossati a Cosa Nostra».
E adesso è chiaro perchè da qualche tempo negli uffici giudiziari siciliani si respira una tensione che sembrava dimenticata. Non solo perché, forse, si sta per venire a capo di una delle vicende più misteriose dell’ultimo ventennio. Ma, soprattutto, perchè si ha l’impressione di poter scoprire, attraverso di essa, le «regole generali» di un meccanismo che ha segnato tragicamente l’intera storia del nostro paese.
Nicola Biondo
da L’Unità del 18 luglio 2009; pagina 4
Memento Mori

L´ultima Ora d´aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-`93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino junior racconta che nell´autunno ´92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell´Interno Mancino e dal presidente dell´Antimafia Violante. A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l´abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).
Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ´92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio `92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione».Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ´92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l´incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c´è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell´ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l´erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la
strada del suo ufficio?). Poi torna a negare:«È così, ho buona memoria. Del resto c´è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l´interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto).
Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d´Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l´allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall´Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?
Marco Travaglio
da: www.voglioscendere.it
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Problemi tecnici
Fino ad un paio di ore fa il sito de LaSberla.net è stato fuori uso a causa di un problema occorso al gestore del sito medesimo. La difficoltà è stata sorpassato. Comunque mi scuso con i lettori per l’assenza momentanea dal web.
Marco Milioni – amministratore del blog
Caso Dal Toso: i rilievi di Èllero
(m.m.) Mentre procedono le indagini sulla morte del pensionato Martino Dal Toso, si registra una durissima presa di posizione dell’avvocato Renato Ellero, legale di Giovanni Sacchiero, uno degli indagati dalla magistratura berica. In un dispaccio inviato ieri pomeriggio alla stampa locale Ellero prende di petto la posizione assunta dalla amministarzione comunale del capoluogo che aveva de facto scaricato su Aim e Acque Vicentine ogni eventuale responsabilità per l’incidente del 4 luglio che è costato la vita proprio a Dal Toso. Al momento non ho notizia circa una replica da parte della giunta del comune di Vicenza.
Il monito del comitato
(m.m.) «Sulla questione della Torre Girardi salvo ripensamenti dell’ultima ora, il comune dovrà rilasciare la concessione in sanatoria. Illegittima per l’esistenza del vincolo paesaggistico, ma anche per ulteriori motivi, non meno importanti, di cui dirò in altra occasione. Sarà il futuro dirigente municipale ad assumersi la responsabilità di firmare quel provvedimento, sapendo però che noi non staremo certo a guardare». Sono queste le parole con le quali Paolo Crestanello, portavoce del comitato contro l’abusivismo edilizio, chiude una lunga lettera aperta a La Sberla. Una missiva corredata da quattro allegati Oggetto del contendere l’ok definitivo che l’amministrazione comunale di Vicenza potrebbe dare a breve per la regolarizzazione della Torre Girardi. Un maxi edificio in zona industriale sul quale pesa un annoso contenzioso per abuso edilizio. Nella sua lettera, che idealmente è rivolta alla giunta, Crestanello si affida ad una serie di ragionamenti sul piano del diritto, ma le sue parole pesano come pietre. Durante una serie di incontri con il pubblico, incontri preparatori alla stasura del nuovo piano regolatore cittadino, Crestanello ha chiesto spiegazioni all’esecutivo cittadino il quale non ha replicato pur ripromettendosi di rispondere.
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