Archivio di maggio 2009
La tempesta perfetta
Ho la voce un po’ roca perché sto facendo due, tre spettacoli al giorno nelle piazze. Sto tornando bambino. È fantastico. Non me lo aspettavo così, dal punto di vista mio, umano. Mi cambio in macchina, sudo, vado sul palco, cambio città. È fantastico. Riempiamo le piazze. Non una riga sui giornali, né un pezzettino di televisione. Niente. Una cappa di silenzio assoluta. Hanno paura. Hanno paura di migliaia di persone che vengono a sentire le liste civiche, e io che le presento nelle varie cittadine. La cosa che non riesco bene a capire è tutta questa gente che viene e aspetta una risposta da me. Mi guarda e la domanda che traspare dallo sguardo è: «Siamo in crisi? C’è la crisi?»
Si dice il corrotto, non il corruttore

«Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno». Lo dice Gesù all’apostolo Tommaso, che ha dovuto infilare la mano nella piaga del costato per credere nella resurrezione. Il processo Berlusconi-Mills (noto a tutti, grazie a un’informazione serva, soltanto come il “processo Mills”: si diceva il corrotto, ma non il corruttore) non ha nulla di spirituale né di trascendente. È una sporca storia di corruzione (leggi le motivazioni della sentenza), il paradigma del modus operandi di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Un grande corruttore che ha sempre comprato tutto e tutti, avendo sempre avuto la fortuna di incontrare gente comprabile.
Chi è stato? Nessuno
Buongiorno a tutti, oggi è il primo compleanno di Passaparola, da un anno siamo insieme a farci compagnia con questo appuntamento del lunedì e vorrei parlarvi di una questione che mi è capitata, ma non è un fatto personale, naturalmente riguarda un tema molto importante che è la nostra storia repubblicana, anzi il doppiofondo della nostra storia repubblicana. Tutto è cominciato qualche giorno fa quando il Capo dello Stato ha ricevuto al Quirinale due vedove simbolo dei ministeri della nostra storia repubblicana, la vedova del Commissario Luigi Calabresi e la vedova dell’anarchico Giuseppe Pinelli, quest’ultimo precipitò dalla finestra della Questura di Milano poco dopo la strage di Piazza Fontana, per la quale era stato sospettato, ingiustamente sospettato in base a quella pista anarchica che la Questura di Milano aveva imboccato a causa di una velina falsa, depistante, trasmessa agli organi di Polizia dall’allora Ministro dell’Interno, in particolare dall’Ufficio Affari Riservati del Viminale, quello che per anni, anni e anni è stato presidiato e guidato da un personaggio molto particolare, il Prefetto Federico Umberto d’Amato…
L’affaire Lario visto da Ellero
Caso Lario, parla Ellero from La Sberla on Vimeo.
(m.m.) Dall’affaire Lario-Berlusconi al caso di Noemi Letizia passando per la politica internazionale fino alle ultime frecciate nei confronti dell’establishment bancario. Il professor Renato Èllero, intervistato da La Sberla il giorno 8 maggio non fa sconti e punta l’indice diritto contro il premier: la smetta con le sue pulsioni giovaniliste perché «è un vecchio». Il filmato dura una quarantina di minuti ed è stato compattato in un formato non eccessivamente pesante. In questo contesto Ellero guarda avanti e parla anche del prossimo verdetto della corte costituzionale sul cosiddetto Lodo Alfano (lo scudo penale per le più alte cariche dello Stato): «Se a palazzo della Consulta si pronunceranno in termini di diritto e non in termini di opportunità politica, come è giusto che sia, il lodo Alfano, checché se ne dica, dovrà essere giudicato non conforme al dettato della legge fondamentale del nostro Stato. Affinché il medesimo provvedimento possa essere legittimo occorrerebbe una modifica della costituzione. Quindi azzardo a dire che tale legge, tanto cara al guardasigilli e al presidente del consiglio in carica, sarà bocciata».
Pallavolo, fatture false? Le indagini sono aperte
La procura della Repubblica ha avviato accertamenti sulla gestione della Pallavolo Minetti Vicenza relativa alla presidenza dell’ingegnere Giovanni Coviello per alcune transazioni commerciali che risalgono agli anni scorsi. A fianco della verifica tributaria aperta dalla compagnia della Guardia di Finanza del capoluogo, gli inquirenti stanno approfondendo sotto il profilo penale la posizione di un certo numero di fatture – il loro numero al momento è sconosciuto – che potrebbero riguardare operazioni gonfiate o addirittura inesistenti.
Quale società sia direttamente nell’occhio investigativo dei militari del colonnello Antonio Morelli al momento è riservato, ma di certo c’è che un rapporto di polizia giudiziaria è all’attenzione dell’autorità preposta per valutare il comportamento non solo dell’ing. Coviello. Sarebbero più d’una le persone nei confronti delle quali le Fiamme Gialle del capitano Tommaso Commissione avrebbero avviato verifiche. Sul contenuto del rapporto in merito al sospetto di una presunta evasione fiscale gli inquirenti non aprono bocca.
La verifica fiscale è cominciata qualche settimana fa e sarebbe partita da una segnalazione della Finanza di Napoli. Gli investigatori si sono recati negli uffici di via Goldoni prima dell’ultima partita di campionato dell’11 aprile che purtroppo ha sancito la retrocessione della Minetti nella A2. Di sicuro i finanzieri hanno acquisito documentazione in merito alle fatture segnalate dai colleghi partenopei, quindi sono iniziate le verifiche incrociate per stabilire se è stato violato il decreto legislativo 74 del 2000.
Giovanni Coviello ieri ha voluto precisare, tramite un comunicato di cui si assume la propria responsabilità per negare un fatto di cui invece è a conoscenza, e cioè che i finanzieri si sono recati nella sede della Pallavolo Minetti A1 in via Goldoni più di un mese fa, che «nessun accertamento è in atto da parte della Guardia di Finanza nei miei confronti per la società Piùsport Vicenza srl». Il dirigente sportivo aggiunge che «solo della società Piùsport Vicenza, infatti, ero amministratore unico e di quella società sono responsabile per la sua gestione, che per anni ha consentito la vita della squadra di volley di A1 della città (e del suo vivaio) prima di cederla nel 2008, nell’ambito di una condivisa volontà di rafforzamento del progetto sportivo e con atti regolari, approvati anche dalla Federazione e della Lega Pallavolo di serie A femminile».
Fin qui Coviello, il quale smentisce che accertamenti sono in corso a suo carico per la società Piùsport Vicenza srl. In realtà, poiché il rapporto investigativo è coperto per adesso dal segreto istruttorio, non è noto a quali accertamenti fiscali e per quali società sia stato sottoposto Coviello da parte della GdF di Vicenza. Mentre risulta che anche l’autorità giudiziaria ha aperto un’inchiesta – non si sa se rubricata direttamente come violazione della legge fiscale o inizialmente come atti non costituenti notizia di reato suscettibili in un secondo momento di iscrizione sul registro degli indagati per le persone coinvolte – per verificare la veridicità di un certo numero di fatture che ad avviso degli inquirenti conterrebbero irregolarità non solo tributarie. Nell’arco di un paio di settimane, comunque, i contorni dell’inchiesta condotta dai finanzieri della compagnia saranno più precisi per gli eventuali risvolti penali, in maniera tale cher l’ingegnere Coviello, il quale sa di essere al centro di una delicata verifica tributaria, e coloro che gli erano vicini nelle trascorse gestioni della squadra che militava in A1, possano prendere le appropriate iniziative rivolgendosi a un avvocato.
da: Il Giornale di Vicenza del giorno 11 maggio 2009; pagina 17
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La Cina alla conquista del mondo

A lanciare l’allarme è stato il ministro delle Finanze della Corea del Sud, un mese fa: la Cina sta approfittando della crisi finanziaria per espandere la propria influenza nel mondo. E lo fa senza dare nell’occhio, ma con notevole efficacia, al punto che secondo alcuni osservatori sta proponendo un nuovo modello di sviluppo, destinato a rivaleggiare con quello anglosassone, meglio noto come «Washington consensus», la cui formula è nota, ma sempre meno popolare: privatizzazioni, libero commercio, diminuzione del ruolo dello Stato e deregolamentazione.
Impariamo dal papà di Abba
All’alba del 14 settembre scorso i due proprietari di un bar in via Zuretti, a Milano, Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, entrambi pregiudicati (l’Italia è zeppa di pre-giudicati a piede libero, ma non per responsabilità dei magistrati, come si tende a far credere, ma delle leggi che hanno il dovere di applicare) uccisero a colpi di spranga Abdoul Guibre, detto Abba, 19 anni, un ragazzo di colore originario del Burkina Faso ma di cittadinanza italiana, che insieme ad altri ragazzi aveva portato via dal loro negozio due confezioni di Ringo e un Kinder. Il processo è iniziato due giorni fa. L’accusa è di omicidio volontario aggravato da futili motivi. Ma è probabile che i due se la cavino con una pena relativamente mite: perché hanno chiesto il rito abbreviato, hanno confessato, tenteranno di risarcire il ‘danno’ con centomila euro.
Il padre di Abba, Assan Guibre, un operaio metalmeccanico che si è trasferito da noi 22 anni fa, portandosi in seguito la sua numerosa famiglia e incrementandola (moglie e cinque figli), ora cittadino italiano, intervistato dal Tg2 la mattina della prima udienza ha detto pochissime e semplici parole. «Io ho fiducia nella giustizia italiana». E al giornalista che lo incalzava: «Ma lei oggi vedrà in aula gli assassini di suo figlio» ha risposto: «Io non sono la giustizia». Come a dire che i suoi sentimenti personali non avevano rilievo sulla sentenza.
Il comportamento di Assan Guibre mi ha colpito. Non solo per la dignità dimostrata in un momento così traumatizzante come un processo che non può che rinfocolare il dolore per il figlio perduto. Ma che un uomo che viene da un’altra cultura e da un’altra religione, la musulmana (dove vige il principio dell’occhio per occhio, dente per dente) dichiari la sua fiducia nella nostra magistratura, oltrepassando i propri sentimenti, dopo che noi da quindici anni non facciamo che delegittimarla ad opera delle nostre classi dirigenti, in cui impera un buonismo bipartisan (a destra a favore di lorsignori, a sinistra dei criminali da strada) pronto a dimenticare subito le vittime dei reati e a trovare ogni giustificazione per chi delinque e, in un paese dove non c’è gaglioffo, d’alto e di basso bordo, che non si proclami vittima di un complotto della magistratura, lo trovo commovente. Anche se dovrebbe essere normale. Assan Guibre si è comportato come dovrebbe ogni cittadino in un processo, che sia parte lesa o imputato. Ma ormai per trovare un cittadino italiano che si comporti in modo dignitoso davanti alla giustizia bisogna andarlo a cercare in Burkina Faso, uno dei sette paesi più derelitti del pianeta.
Massimo Fini
da: www.massimofini.it
Il Napoleone delle utilitarie
Nel 2011 ci saranno cinque o sei produttori mondiali di automobili. Il mercato è sempre più piccolo, possono sopravvivere (ma per quanto?) solo le aziende che si fondono tra loro. È la versione automobilistica di Highlander, alla fine rimarrà in vita una sola casa; o forse nessuna. Il collasso dell’auto è storico, sistemico, non dipende dalla crisi, da un decennio vi è una contrazione mondiale delle vendite. Nel 2009 l’auto ha avuto un crollo di un terzo negli Stati Uniti e di un quarto in Europa. I titoli di Borsa sono andati a picco. La Fiat di Marchionne, il Napoleone delle utilitarie, è passata da un valore di 17,702 euro a 7,470. Gli aiuti di stato alle società automobilistiche sono come le sovvenzioni alla stampa, soldi sprecati nel voler tenere in vita degli zombie economici. La Fiat vuole fondersi con la Chrysler, la Saab e la Opel. In Italia è presentato come un trionfo. Le fusioni hanno, come primo effetto, le ristrutturazioni. Da cinque stabilimenti si passa a due, da decine di migliaia di dipendenti si scende ad alcune migliaia. Viene chiamata efficienza. Adeguare le risorse produttive alla richiesta del mercato. Marchionne non ha forse scelta, ma con questa mossa salva, e forse incrementa, soprattutto il suo stipendio. Un risultato di tutto rispetto. Marchionne ha accennato a «una riduzione graduale della capacità produttiva». In pratica una eutanasia dolce delle fabbriche e degli operai. Ha senso investire soldi pubblici per licenziare, contrarre, chiudere? Il settore dell’auto non tornerà mai più ad essere quello che è stato in passato. Noi siamo i veri investitori, non la famiglia Agnelli. Noi cittadini, con le tasse trasformate in sussidi nazionali e europei dati a aziende senza prospettive di sviluppo. L’auto è il passato. Le energie rinnovabili, la rete e l’accesso alla conoscenza, i trasporti pubblici non inquinanti sono il futuro. Vogliamo davvero investire nella creazione di altre centinaia di milioni di auto? È questa l’idea di sviluppo di chi ci governa? Ogni euro speso dallo Stato per l’economia deve creare un nuovo posto di lavoro, non un nuovo licenziamento.
da: www.beppegrillo.it
