Archivio di marzo 2009
Caso Thiene: parla Di Natale

(r.p.) Il dieci marzo su questo blog avevo dato la notizia di un lungo esposto redatto da Angelo Di Natale. Il contenzioso? La nota querelle relativa all’«insabbiamento» delle indagini per molestie e violenze su due preti di Thiene. Poche ore fa Angelo Di Natale ha inviato una lunga nota a LaSberla.net nella quale fa il punto della situazione. Faccio notare un’altra cosa. Indipendentemente da come la si pensi sulla vicenda la denunzia verso due magistrati della procura berica e l’ex comandante dei carabinieri thienesi è un fatto. Bene, nessuno tra giornali, settimanali o tv locali, ha dato la notizia sebbene questa fosse di pubblico dominio. Questo la dice lunga sullo stato della informazione in questa disgraziata provincia. Aggiungo che Di Natale fa sapere di avere inoltrato una serie di segnalazioni all’Ordine dei Giornalisti del Veneto. Segnalazioni relative ad alcuni articoli de Il Giornale di Vicenza relativi alle vicende processuali dello stesso Di Natale. Questi documenti sono consultabili qui di seguito. Preciso peraltro che presto La Sberla metterà on-line anche tutti gli articoli pubblicati dal GdV all’epoca dei fatti del 2004.
Ho letto e apprezzato gran parte dei contributi sul caso Thiene. Fa bene, ed è motivo di speranza, rilevare che tante persone abbiano colto pienamente il senso della vicenda che nei suoi elementi oggettivi credo sia di assoluta chiarezza. Molti, e mi piacerebbe se fossero soprattutto giovani, si sono espressi nettamente in favore dei valori della verità e della giustizia ed hanno saputo valutare conseguentemente fatti e comportamenti. Poiché in alcuni interventi ho trovato domande, dubbi, chiarimenti, vorrei brevemente fornire qualche elemento ulteriore che spero possa essere utile. Io non ho in odio la “vicentinità”. Mi sono trovato per caso a vivere a Vicenza un’esperienza professionale che per me è stata positiva ed intensa. Mi sono limitato a fare il mio lavoro: raccontare fatti veri di pubblico interesse. Ciò mi ha forse sovraesposto perché, a parte qualche eccezione, non ho trovato colleghi animati dalla stessa coscienza professionale o votati – in contrasto con la parvenza del ruolo – alla stessa causa.
Angelo Di Natale
leggi tutto l’intervento
esposto I
esposto II
esposto III
Premio al cubo

Premio cubatura al cubo. Al governatore del Veneto che con precipitosa eccitazione volendo essere primo ha aderito al piano casa senza neppure conoscere i dettagli del progetto governativo. E dire che l’idea meriterebbe attenzione anche se a condizioni, condizioni tuttavia che il nostro non ha neppure postulato. Certo, meglio costruire sul costruito e rottamare l’esistente piuttosto che continuare a fare man bassa dei pochi suoli miracolosamente scampati alla cementificazione. Ma c’è modo e modo di intervenire sull’esistente, avvertiti anche del nostrano “peso el tacon del sbrego”. Tanto entusiasmo colpisce ancor più per il fatto che solo pochi giorni prima il nostro governatore in persona ebbe a presentare in grande pompa il nuovo piano strategico regionale nel quale si esaltavano le scelte mirate alla salvaguardia del paesaggio, dei centri abitati, della tradizione e dell’arte veneta. Una programmazione coi fiocchi, vecchia maniera. Adesso piani e norme urbanistiche azzerati in un amen?
E proprio quando i Comuni veneti sono impegnati a costruire laboriosi ed elaborati strumenti urbanistici. Non per nostalgia, tuttaltro ma per coerenza ed efficienza del sistema. E’ anzi questo il momento per liberarsi da un’urbanistica legalistica totalitaria e pianificatrice come invoca un contrappello di specialisti di scienze territoriali. Il cittadino dovrebbe essere posto nella condizione di ampliare la propria abitazione senza dover passare attraverso meccanismi farraginosi e poco trasparenti. Un’urbanistica “peer-to-peer” scambio alla pari di informazioni per una crescita libera fuori dal controllo centrale. Quest’ultimo sorveglia ma soltanto per impedire eccessi non per imporre il suo potere o quello delle sue archistar. Per ottimizzare questo metodo occorre ridare un’immagine compatta e leggibile alla città nel suo complesso ridefinendone i confini oggi slabbrati mediante interventi di risanamento e rinnovamento del patrimonio edilizio specie nelle aree degradate. E ancora spingere alla crescita interna delle zone già urbanizzate con la cosiddetta densificazione senza occupare nuovi suoli. In proposito il modello inglese potrebbe soccorrerci: licenza comunale per gli interventi in aree urbanizzate, licenza governativa (regionale) per l’espansione e a costi più elevati.
Insomma sgravi e sostegni per chi demolisce e ricostruisce in modo più sostenibile ma in forza di un approccio virtuoso. Prima fra tutte la questione del riciclaggio del nostro orrendo patrimonio edilizio. Poi l’inefficienza degli uffici e del moloch di normative e competenze sovrapposte e intrecciate che fanno della burocrazia il vero potere nel nostro paese. Infine l’arretratezza delle nostre leggi e della cultura urbanistica ferma ad un’impalcatura normativa pensata nel 1942 per centri storici, periferie di palazzoni e zone industriali quando invece il 60% degli italiani abita casette sparse in aree indecise tra il rurale e l’urbano. Quella ideologia ha dato i suoi frutti non certo lusinghieri; invocarla ancora sarebbe distruttivo. Si tratta di rielaborare una nuova cultura urbana più libera e più responsabile.
Giovanni Bertacche
La verità su Variati
Ricevo e pubblico integralmente
Vicenza, lì 30 marzo 2009
Vi spieghiamo perché il sindaco Variati, pur dichiarandosi contrario alla nuova base, è in realtà favorevole che la stessa venga costruita. Da buon politico navigato pur di essere eletto, ha promesso, a chi ha contribuito concretamente ad eleggerlo primo cittadino, di impegnarsi a non far costruire la Ederle 2. In realtà noi giudichiamo i fatti e non le parole, il nostro sindaco si è comportato come tutti gli altri politici che lo hanno preceduto. Ha predicato bene per tenere tranquille le persone che lo hanno votato ed ha razzolato male per non aver posto una dura opposizione alla realizzazione della base. Poteva impedire l’inizio dei lavori e non l’ha fatto, aveva i mezzi per bloccare l’abuso edilizio e non li ha adoperati. Ai primi di ottobre del 2008 gli è stato segnalato l’inizio di demolizione di alcuni edifici all’interno del Dal Molin, considerati lavori abusivi perché mancava ancora un progetto esecutivo, il tutto supportato da riprese e foto presentate ed allegate agli esposti inviati in procura ed al sindaco in persona da parte del Comitato Salviamo l’Aeroporto.
Sono trascorsi più di venti giorni, senza alcuna risposta, dalla richiesta da parte dell’amministratore unico Francesco Basso a capo della società “Consorzio Volare”, che chiedeva all’ente comunale di valutare l’opportunità di partecipazione in forma ridotta alla composizione della nuova società, o quantomeno a seguire la vicenda dell’Aeroporto, visto che serve a tenere alto il prestigio della città e a creare nuove prospettive di lavoro. La mancata realizzazione della società “Consorzio Volare” comprometterebbe definitivamente la possibilità di avere un aeroporto nella nostra città, lasciando quell’area a disposizione degli Usa, che non aspettano altro di appropriarsene per ingrandire il loro progetto di occupazione. È questo che vuole signor sindaco?
Infine, il nostro primo cittadino non ha partecipato, delegando in sua vece l’assessore Lazzari, al sopralluogo della Commissione del Comipar, effettuato sull’area del Dal Molin per valutare l’incidenza dell’impatto paesaggistico; un’occasione, questa, persa per far conoscere le proprie osservazioni e deduzioni. Siamo tutti in attesa che Variati si rechi negli Usa per spiegare ai politici della Casa Bianca ed ai militari del Pentagono, nelle vesti di rappresentanza della città, il disastro che causerebbe alla città di Vicenza se la nuova base verrà realizzata sull’area sensibile del Dal Molin, ricca di falde acquifere e soggetta a forte impatto ambientale.
Vedrete, carissimi cittadini, che pure stavolta il nostro sindaco troverà una o più motivazioni per evitare il viaggio e per non esporsi in prima persona. Giovedì 26 marzo 2009 il Comune di Vicenza ha approvato a maggioranza la realizzazione della prima tratta della Ponte Alto – Isola, senza considerare che questo nuovo tratto di superstrada non risolverà il problema del traffico, bensì lo sposterà leggermente danneggiando altre persone. La soluzione ideale per tutti è dirottare in autostrada quei pochi TIR che ancora transitano per l’Albera. Questa nuova bretella può causare seri danni alle risorgive e ai palazzi storici presenti lungo la tratta, e procurerebbe un danno ambientale ben maggiore della Ederle 2, essendo l’ultimo verde ancora presente nella nostra città. A nostro parere, la bretella servirà poco ai vicentini e sarà invece indispensabile ai soldati Usa per il collegamento della nuova base.
Michele Lerro, comitato ‘Salviamo l’aeroporto’
La tv genera mostri
Caro Fini, sono un’ammiratrice di Paolo Bonolis, come di altri personaggi della tv, ma trovo scandaloso che prenda un milione di euro per condurre il Festival di Sanremo. Questo in un periodo di crisi economica in cui a tutti noi italiani è richiesto di tirare la cinghia.
Giorgia Melli, Bologna
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Siete stati voi, con la vostra idolatria per la tv e i suoi cosiddetti divi, a creare questi ‘mostri’. Ma la cosa più grave non è che Bonolis (che tra l’altro non è dei peggiori) o la Ventura, la Marcuzzi o Celentano o i cantanti prendano i cachet che prendono, in periodo di crisi o di non crisi. La cosa più grave è il peso che costoro hanno acquistato nella vita pubblica italiana, nel costume e persino nel dibattito delle idee. Ai vecchi tempi il pomeriggio di Natale, quando gli adulti sono stufi, un po’ stanchi e i bambini rompono si dava al cugino scemo e un po’ goliarda il compito di tenerli a bada divertendoli con qualche giochetto. I conduttori dello spettacolo televisivo non fanno niente di molto diverso con una platea di adulti infantilizzati e rimbecilliti dall’ascolto ipnotico. Ed è stata l’enorme platea del pubblico della tv a decretare non solo il loro successo ma anche il loro prestigio. Sulle questioni di costume ma anche etiche, ma anche politiche la loro parola è molto più interpellata e ascoltata di quella di Emanuele Severino o Salvatore Veca o Pier Aldo Rovatti. Nella nostra società il denaro è la misura del valore e se Bonolis prende un milione di euro e un ricercatore universitario 1.200, vuol dire che il secondo non vale niente, non conta niente rispetto al primo che è diventato il vero maître à penser. Ed è per questo, e non solo perché buttiamo i soldi a vanvera, che l’Italia è conciata com’è conciata.
Massimo Fini
da www.ilgiorno.it
17 febbraio 2009; rubrica delle lettere al giornale
L’Africa e gli aiuti scorsoi
Benedetto XVI parlando delle “nuvole nere” che si addensano sull’Africa ha citato “il flagello delle guerre, i frutti feroci del tribalismo”.
Per la verità finché l’Africa è rimasta tribale non ci sono stati nè “flagelli” nè “frutti feroci”. Nel 1970 assistetti a Nairobi a una Convention sulla guerra in Africa cui partecipavano i rappresentanti di moltissime etnie. Ciò che ne veniva fuori è che la guerra in Africa, fino ad allora, era stata una cosa ridicola, non solo rispetto a quanto abbiamo combinato noi occidentali, ma in senso assoluto. L’antropologia conferma che i neri africani sono stati maestri nel creare istituti per innocuizzare e canalizzare l’aggressività di gruppo, con la festa orgiastica, la guerra ritualizzata, cioè finta, la guerra fatta togliendo le alette alle frecce. Tutta la storia dell’Africa e delle sue mille etnie è stata una storia in cui si ricercavano gli accordi più che i conflitti. Salvo le eccezioni ovvie in una vicenda bimillenaria vale per l’intera Africa nera ciò che l’antropologo John Reader ha scritto per le popolazioni del delta del Niger: “Il rischio di conflitti era altissimo, in termini antropologici il delta del Niger avrebbe dovuto essere un focolaio di ostilità interetniche. Eppure ciò che distingue la regione durante i 1600 anni di storia documentata, non è la frequenza dei conflitti quanto la stabilità di pacifiche relazioni reciproche. Il modello prevalente è quello dell’accordo interetnico… che a sua volta definisce l’identità etnica in termini di obblighi verso gli altri. La gente è consapevole delle differenze e del dovere del rispetto reciproco”. (J. Reader, Africa).
Il nero, di suo, non è un violento, è un istintivo, che è cosa diversa. E allora perchè il Ruanda? Perché il Darfur? Sono state le intromissioni esterne a disgregare l’Africa. Non intendo tanto il colonialismo classico quanto quello recente, economico. Il primo si limitava a conquistare territori, ma poichè le comunità dei colonizzatori e dei colonizzati rimanevano separate, questi ultimi continuavano a vivere come avevano sempre vissuto, con le proprie tradizioni, valori, socialità, economia. Il colonialismo economico ha bisogno di conquistare mercati e quindi di stravolgere i valori, gli usi, i costumi, le istituzioni, la “way of life” degli indigeni per piegarli ai nostri consumi.
Le popolazioni africane sono state costrette ad abbandonare le economie di autoproduzione e di autoconsumo, su cui avevano vissuto e spesso prosperato per secoli e millenni, per integrarsi nel mercato globale. Ora esportano qualcosa ma le esportazioni non sono nemmeno lontanamente sufficienti e colmare il deficit alimentare che si è così venuto a creare. E quindi la fame (l’Africa era alimentarmente autosufficiente, al 98%, fino al 1970) ma l’intrusione del nostro modello è stata ancor più devastante sul piano culturale e esistenziale frantumando gli antichi equilibri di quelle popolazioni. Da qui la violenza “feroce”. Nè ha giovato all’Africa il passaggio dalle comunità tribali agli Stati, ad imitazione occidentale. Un capo tribù, strettissimamente, fisicamente legato alla propria gente, deve essere attentissimo alle sue esigenze. Il capo di uno Stato, protetto da polizia ed esercito, può fregarsene.
Anche l’influenza del Cristianesimo e dell’Islam è stata negativa. I neri africani non solo non sono monoteisti, ma spesso non hanno neppure dei, sono animisti. E quando si crede che il proprio dio sia l’unico che si perde il rispetto dell’identità degli altri. E mi piacerebbe sapere cosa sono andati ad insegnare i nostri bravi missionari a gente che spiritualizza persino la materia, mentre noi, proprio nel solco del pensiero giudaico-cristiano declinato in senso economico, abbiamo finito per mercificare anche l’uomo.
E i nostri penosi “aiuti”, inglobando ulteriormente l’Africa nel modello occidentale, non fanno altro che strangolarla definitivamente.
L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Anni fa durante un G7, i sette paesi più poveri del mondo, con alla testa l’africano Benin, organizzarono un controsummit al grido: “Per favore, non aiutateci più!”. Non furono ascoltati.
Massimo Fini
da www.massimofini.it
I racconti del terrore della crisi
I professionisti dell’ottimismo cercano di scorgere una ripresa, una luce in fondo al tunnel della Grande Crisi. Noi, che pure non siamo professionisti del pessimismo, ci limitiamo a osservare sgomenti l’inanità degli sforzi dell’amministrazione Obama, tesa a salvare il sistema senza avere soluzioni. Ancora dollari, migliaia di miliardi (ossia milioni di milioni) sono iniettati nel sistema finanziario in un’operazione disperata di costosissimo “mesmerismo”. Come il signor Valdemar descritto da Edgar Allan Poe, il sistema è morto ma la trance degli infiniti “salvataggi” in limine mortis ci fa giungere ancora le sue voci aspre e spezzate, mentre la decomposizione avanza. Il racconto di Poe si conclude così: «di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso». Chiameremo così anche l’inflazione?
da: www.megachip.info
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La penultima spiaggia
Una delle cose più comiche di questa società dello spettacolo è il vedere sfilare sugli schermi tv, una dietro l’altra, le facce impudenti di coloro che hanno prosperato creando la catastrofe per tutti noi, accuratamente nascondendoci quello che stavano facendo, o coprendo. Parlo di banchieri, “centrali” e meno centrali, ma anche di giornalisti, commentatori, di pagine economiche e di prime pagine. Tutti lautamente retribuiti per non dire quello che sapevano, o che avevano l’obbligo professionale almeno di supporre.
da: www.giuliettochiesa.it
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La mafia alla conquista dell’Europa
Petra Reski è una giornalista del settimanale tedesco Die Zeit. Ha scritto il libro: “Mafia. Von Paten, pizzerien und falschen priestern”. Il titolo in italiano sarebbe: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Sarebbe perchè il libro, tradotto in molte lingue, finora non ha trovato editori italiani. Petra descrive l’inarrestabile penetrazione delle mafie italiane in Europa. Per la Frankfurter Allgeimeine Zeitung il suo libro è il migliore sull’argomento mai pubblicato. Petra ha ricevuto minacce e passa il tempo a difendersi nei tribunali tedeschi da querele e denunce delle persone da lei citate. Il libro è considerato il “Gomorra” tedesco e Petra rischia di fare la fine di Saviano. Le mafie italiane sono, con tutta probabilità, la prima azienda del nostro Paese. Il fatturato presunto è di 100/150 miliardi di euro all’anno. Tutto in nero. Un capitale che va investito. Dopo l’Italia, mercato ormai saturo di capitali mafiosi, c’è l’Europa. Il Pil di molti Paesi europei dipende anche dai soldi riciclati della mafia. Esportiamo capitali e mafie. Tra qualche anno Bruxelles sarà nostra, cosa nostra.
Il cancello solitario

(m.m.) Oggi Vicenza è un cancello lasciato solo. Su questo blog avevo pubblicato l’appello di Salvatore Borsellino in relazione al caso Genchi. Si chiedeva a tutti i cittadini italiani un gesto di presenza anche simbolica davanti a ciascuna questura del Paese. Sulla vicenda del superconsulente siciliano ho già scritto un post su MZ e non approfondirò qui l’argomento perché in rete c’è moltissimo. Stamani alle dieci non c’era nessuno. Anzi per essere precisi c’era solo Carlo Rizzotto, coordinatore per il Vicentino dell’IDV, che coerentemente con quanto annunciato i giorni scorsi ha fatto un passaggio veloce e silenzioso. Ma comunque significativo. Non un rappresentante dei cosiddetti grilli, non un rappresentante dell’associazione Libera, non un altro esponente politico, di comitati pro o contro la Ederle Bis, di associazioni, di gruppi condominiali. Nulla di nulla. Vicenza è una realtà marginale anche quanto a coloro che dicono di battersi contro le storture del sistema. C’è un vuoto siderale di pensiero, cultura e azione nelle teste dei vicentini e quanto accaduto oggi non è che l’ultimo indizio. Magari durante le prossime ore passerà qualcun altro, ma alle 10.30 stamani davanti al cancello della questura di Vicenza in viale Mazzini non cera un cane. Oggi Vicenza è un cancello lasciato solo.
Spazziamoli

In Lettonia i cittadini inferociti hanno preso a sassate le sedi governative obbligando l’esecutivo alle dimissioni. In Gran Bretagna è successo con la casa di un banchiere giudicato tra i responsabili del crac della Royal Bank of Scotland, che oggi all’estero gode di una lauta pensione pagata coi soldi del contribuente di Sua Maestà. In Francia gruppi di operai arrabbiati hanno sequestrato un paio di manager di multinazionali che avevano annunciato licenziamenti. Hanno fatto bene, anche se hanno fatto poco. In Italia invece il dissenso viene tuttora sedato grazie alla tv, alla coglioneria degli italiani, alle veline, al calcio, allo shopping… è una sindrome di Stoccolma patinata. Ma durerà? Ad ogni modo, sotto il profilo etico e morale, non esiste più alcun impedimento perché ciò che è accaduto in Europa accada pure da noi, magari moltiplicato per dieci, cento, mille. Lo stato di diritto, sempre che sia mai esistito, è stato mandato al macero da coloro che lo dovevano difendere. L’economia è un coacervo di intrallazzi in cui il meno colpevole meriterebbe la gogna. I signori delle banche al posto di essere “garrotati” si arrogano la facoltà di redigere piani anti crisi. Loro non possono proporre soluzioni al problema. Loro sono il problema. Spazziamoli.
Marco Milioni