Archive del 26 febbraio 2009

Appello contro la dittatura bancaria




La questione della Sovranità Monetaria non è questione economica. Riguarda tutti gli aspetti della nostra vita. La Banca Centrale Europea, proprietà delle Banche Nazionali Europee, come Bankitalia, emette le banconote di Euro. Per questa stampa pretende un controvalore al 100% del valore nominale della banconota (100 euro per la banconota da 100 Euro), appropriandosi del poter d’acquisto del denaro che crea a costo zero e senza garantirlo minimamente.
E’ un’incredibile regalia truffaldina ai danni della popolazione intera. Gli Stati pagano questa cifra con titoli di Stato, quindi indebitandosi. Su questo debito inestinguibile, pagheranno (pagheremo) gli interessi passivi per sempre. Con le tasse dei cittadini, o vendendo a privati beni primari, come le fonti d’acqua. Per contenere il debito pubblico, che è generato soprattutto dal costo dell’emissione del danaro che lo Stato paga alla BCE, ogni governo è costretto ad aumentare una pressione contributiva diretta ed indiretta sempre più alta nel tempo, che per alcuni soggetti, i più deboli, corrisponde ad un prelievo forzoso di oltre il 60% del proprio guadagno.
Questo enorme profitto è incamerato ingiustamente, illegittimamente ed anticostituzionalmente dalla BCE, ovvero dai suoi soci, le Banche Nazionali, a loro volta controllate da soggetti privati. Queste Banche sono di proprietà privata, e, soprattutto, di gestione privata, anche se ingannevolmente vengono fatte passare per “pubbliche”. Gli utili che traggono dalla emissione monetaria vengono occultati attraverso bilanci ingannevoli, in cui si fa un’arbitraria compensazione dei guadagni da Signoraggio con inesistenti uscite patrimoniali. Dopo 60 anni di Signoraggio (il guadagno sull’emissione) esercitato da Bankitalia e BCE, l’Italia ha un enorme debito pubblico generato esclusivamente dai costi per l’emissione del danaro pagati alle Banche Centrali.
Se l’emissione del danaro fosse stata affidata allo Stato, senza creare debito, oggi non avremmo un solo euro di debito pubblico e le tasse da reddito potrebbero non esistere od incidere minimamente sui redditi da lavoro. Tutti i costi sociali (pubblico impiego, opere, scuole, ospedali) si sarebbero potuti coprire con i proventi da IVA (imposta sul valore aggiunto) magari maggiorata al 30% per i prodotti di lusso e non popolari, e da tasse su transazioni soggette a pubblica registrazione.
Senza usura contro lo Stato da parte delle Banche Centrali, che ha costretto lo Stato a vessare i propri cittadini con tasse spropositate (ricordate il prelievo sul conto corrente voluto dal banchiere Ciampi, travestito da uomo politico?), non bisognerebbe lavorare 30 anni per comprare una piccola casa, pagando tassi da usura. Non esisterebbe il degrado sociale, la povertà, il precariato, la delinquenza come mezzo di sopravvivenza di massa. Senza il Signoraggio delle Banche Centrali gli Stati non avrebbero più debiti e non sarebbero più costretti a tassare e tartassare i propri cittadini, a sottoporli a forme di controllo poliziesco per la determinazione dei redditi. I guadagni da lavoro dipendente ed autonomo sarebbero tutti legittimi, provati e dichiarabili senza timore, senza evasione, senza elusione, e l’unica tassa da riscuotere sarebbe quella sull’acquisto di beni e servizi, favorendo quelli per la sussistenza con aliquote più basse ed  alzando le aliquote per i prodotti voluttuari e di lusso.
Ritornando la sovranità monetaria nelle mani degli Stati sovrani si eliminerebbe il debito degli stessi e di conseguenza di larga parte della popolazione. L’esistenza di noi tutti, condizionata e vincolata fin dalla nascita dal principio usurocratico del debito sarebbe sollevata dall’angoscia da rata, da scoperto di conto corrente, da pignoramento, da sfratto, da banca dati della puntualità dei pagamenti. Le nostre vite sarebbero liberate dall’assillo dal lavoro, del doppio lavoro, del bisogno di guadagnare tanto, per poi pagare il 60% del proprio guadagno allo Stato, perché lo Stato è sotto l’usura dei Banchieri.
Merita trattazione a parte l’analisi delle influenze sulla nostra vita dell’assillo economico. Influenze negative di carattere psichico, culturale, sociale. Con i drammi della povertà, dell’emigrazione, del doppio lavoro familiare, del lavoro precario, del lavoro insicuro, delle pensioni minime, che, senza la voracità da usura delle Banche Centrali, si sarebbero potuti evitare. Sottoponiamo l’appello a deputati, senatori, giornalisti, intellettuali, contestatori, anticonformisti, per promuovere la proposta di legge che faccia tornare l’emissione monetaria in mano statale, ovvero politica e popolare. Diffondiamo la verità negata: viviamo in una dittatura bancaria che impone a tutti l’angoscia esistenziale della vita basata sui debiti.

Azzeriamo il debito degli Stati
Eliminiamo la schiavitù degli indebitati per sopravvivere
Riprendiamoci la nostra vita e la nostra libertà

Massimo Fini
Marco Francesco De Marco
Valerio Lo Monaco
Alessio Mannino
Andrea Marcon

da: www.movimentozero.org
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L’Ulss, il seminario e mister X


(m.m.) Un membro del consiglio di amministrazione della fondazione del seminario di Vicenza e un consulente tecnico dell’Ulss berica a contratto che sono la stessa persona. L’Ulss che decide di spostare alcune sue strutture importanti proprio in quel seminario di cui mister X è membro del cda. Mentre, guarda caso, mister X viene nominato per «seguire in prima persona» lo svolgimento proprio di quei lavori. A titolo gratuito? E a che titolo soprattutto? E su incarico di chi?
Queste domande se le pone il consigliere comunale Sandro Guaiti (Pd) il quale ha pure redatto una interrogazione urgente presentata la settimana passata in consiglio comunale, nella quale si svela il nome di mister X (è l’ingegnere Marco Carollo). Il sindaco Achille Variati (Pd) in aula ha fatto sapere che il comune non ha competenze specifiche ma il carteggio sul presunto conflitto di interessi è stato spedito al direttore generale dell’Ulss 6 Antonio Alessandri. La storia però si complica perché secondo indiscrezioni uscite dall’entourage di Alessandri pare che l’Ulss avesse tutti gli spazi per apportare le migliorie del caso senza ricorrere a quelli del seminario. Il motivo del primo no alla fondazione? Un aggravio di costi probabilmente patiti dall’azienda sanitaria. Sembra addirittura che la struttura tecnica dell’Ulss abbia espressamente chiesto alla direzione di non optare per la soluzione seminario. E sembra che per bypassare il niet degli uffici locali la regione, su pressione di una delle donne più influenti di Fi, abbia deciso di creare una sorta di commisario ad hoc che desse via libera all’accordo con l’ente religioso. Attendiamo notizie da palazzo Trissino, attendiamo notizie dall’Ulss, dalla regione e dal seminario. Quest’ultimo ci guadagna qualcosa? E il responsabile dei lavori?

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Elettrogas: Fazioli si dimette

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È burrasca al comune di Vicenza. Per settimane la maggioranza di centrosinistra aveva difeso a spada tratta il presidente di Aim Bob Fazioli. Questi era accusato dalla opposizione di centrodestra di avere in capo un maxi conflitto di interesse vista la sua appartenenza anche al cda di Elettrogas. Società fornitrice di Aim. Oggi Fazioli si è dimesso da Elettrogas e il Pdl con una nota a firma di Maurizio Franzina affonda il colpo.

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Dall’autostrada alla strada

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«La crisi morde, sta mordendo dovunque». Lo leggo un po’ dappertutto sui giornali. Sicchè ieri ho staccato il sedere dalla scrivania e ho cominciato a girare con l’auto tra i caselli di Montebello, Montecchio Maggiore, Vicenza Ovest, Vicenza Est e Grisignano di Zocco. Questi sono l’universo autostradale vicentino se si esclude la minuscola Valdastico. E Autostrada a Vicenza vuol dire A4, che vuol dire camion e furgoni, che significano economia delle medie e piccole aziende del mitico Nordest berico. Ma sono rimasto di stucco. Alle 17,15 a Vicenza Est non ho visto tir in entrata e in uscita. Sulla A4 in direzione Venezia ne ho visti ben pochi, qualcosa in più verso Milano. Alle 17,30 mi sono fermato all’autogrill di Vicenza Est. Ho scambiato due chiacchiere con alcuni camionisti fermi nei parcheggi.

«Sono scarico – mi dice Ferruccio che vive nel Bassanese – e confesso che mi vergogno a dire il mio cognome. Sono un padroncino, mio cugino mi dà una mano. Mi sono ridotto a stare fermo nel camion un paio di giorni alla settimana, notte inclusa, sperando che arrivi qualche lavoretto da prendere al volo. Ho mezzo mutuo da pagare per camion e furgone. La casa no grazie a Dio, ma se gli ordinativi non riprendono dovrò scegliere tra camion e casa. Mia moglie ha un impiego part time e abbiamo due figlie a carico». Mi saluta col sorriso triste di chi è riuscito a sfogarsi almeno per un po’ e poi torna a chiacchierare con i camionisti turchi, rumeni e lèttoni fermi nel piazzale senza che nessuno capisca una parola l’uno dell’altro. Gli sguardi, il vino e un po’ di arance messe in comune su uno sgabello di alluminio alla fine fanno il lessico mancante. In Italia intanto si parla di ronde. Si cerca di fugare il razzismo a parole, ma fra i guidatori dei bisonti fermi in quell’area di servizio il razzismo è un lusso che si lascia ai salotti televisivi della politica.
Rino invece lavora alla DHL e guida il furgone. Spera di laurearsi prima o poi in lettere visto che ha cominciato l’università due anni fa. «Noi della logistica e dei trasporti – spiega – abbiamo il polso reale dell’economia, come i bancari e come chi lavora nella distribuzione di gas ed elettricità. Vivo in provincia di Vicenza da tre anni e ora leggo sui giornali che i licenziamenti e la cassa integrazione fanno paura. In fabbrica non se la passano bene. E la situazione non è stata mai così buia. Devo dire che il mio posto non è a rischio al momento; lavoriamo con ritmi più blandi se si guarda al passato, il che non è un male se si pensa alla qualità della vita. Ma mi sembra di vivere una calma irreale. La calma prima della tempesta».

Mi fermo un po’ ad osservare la gente che fa benzina. Pare che Rino abbia ragione. C’è un certo senso di lentezza. Come se beffardamente il tempo cominci a riappropriarsi delle persone. Dopo poco arriva una gigantesca Audi nera targata Brescia. Esce un signore brizzolato sui 45, vestito casual ma molto distinto, senza fronzoli. A mala pena gli occhiali scuri riescono a nascondere un volto teso. Sembrerebbe un libero professionista di alto livello, ma i jeans fanno a cazzotti col giorno lavorativo. Mi avvicino con garbo. Gli spiego che sono un giornalista e che sto raccogliendo alcune impressioni sulla congiuntura. Mi fissa e sospira. Frattanto il contatore del carburante segna cifre con le quali la mia povera Polo farebbe tre pieni. Mi racconta che è un grossista di apparecchiature elettriche. Oggi è riuscito a recuperare un credito fermo da mesi. La srl di cui è amministratore unico nonché socio di maggioranza al 55% fallirà la settimana prossima. Tentenna quando dà al benzinaio il bancomat. La carta di credito non ce l’ha più. «Ho paura che non me lo prenda, sono agli sgoccioli». Un sobbalzo e il display dice ok. Il benzinaio abbozza una specie di sorriso come se quella scena non fosse la prima. «Questo – spiega il futuro ex manager – è il mio ultimo pieno, la mia S8 se la riprende la banca. Ho ipotecato i miei due terreni, il mio attico e tutti i miei tappeti persiani. Finiranno ai creditori, spero che bastino. Tornerò a vivere con mia madre in campagna vicino a Montichiari in una casa di 80 metri quadri. Lì per fortuna c’è ancora la mia stanzetta dove ho completato gli studi di ingegneria senza mai imparare la differenza tra un coniglio e una lepre. La mia compagna mi ha lasciato un anno fa quando le cose in ditta si sono messe male. Torno a casa sulla soglia dei cinquanta dopo aver girato mezzo mondo in business class, senza mai aver visitato i luoghi in cui mi recavo e finendo oggi senza avere il becco di un risparmio. Mi sento un perfetto imbecille. Lo scriva per cortesia. Lo scriva». Alle 18,30 faccio rotta verso il casello di Alte-Montecchio. Un anno fa in orario di punta i tir intasavano la viabilità. Oggi si passa in un baleno. E senza telepass.

Marco Milioni

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Asso di picche
                  Rubrica di Alessio Mannino                                          


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