Archive del 19 febbraio 2009

Dirupi austriaci, precipizi italici

(m.m) Il quotidiano austriaco Der Standard da alcuni giorni sta tracciando scenari a tinte fosche perl’economia del piccolo Paesed’oltralpe. I crediti inesigibili che le banche austriache vantano verso le economie delle nazioni ex Patto di Varsavia ammontano al 70% del pil dell’Austria. Una voragine cui è esposto principalmente il Gruppo Unicredit, che controlla grande parte del sistema bancario dello stato asburgico. Ma la questione non è solo austriaca perché lì sono depositati milioni di conti di cittadini che provengono da altri paesi. Unitamente Der Standard cita altri dati, sempre relativi alla esposizione del sistema bancario dei paesi dell’eurozona verso quelli dell’est. La Grecia patisce un 19% sul pil, l’Italia il 14 (c’è di mezzo solo Unicredit?), la Germania l’8. Queste cifre peraltro sono riportate oggi sul Corsera nelle pagine economiche. In parlamento gira voce chei vertici della Bce e quelli di Bankitalia siano in possesso della mappa precisa delle esposizioni, banca per banca. Bankitalia avrebbe raccomandato al ministero dell’economia di non diffondere questi dati. Sarà vero? Il documento non viene fornito per evitare panico tra la gente? L’attesa serve a elaborare un piano anticrisi? O siamo invece alpunto in cui politici e banche centrali stanno assecondando un piano del Fmi teso a concentrare tutto il potere monetario mondiale nelle mani dello stesso Fondo Monetario Internazionale? Questa ipotesi, non mia, viene fatta balenare dal britannico UK Telegraph in un articolo tradotto dal magazine italiano EFFEDIEFFE.com, poi ripreso dal blog Mercato Libero). Tutto ciò avviene mentre il Daily Telegraph annuncia che Royal Bank of Scotland e i Lloyds di Londra potrebbero aggiungere a breve altri 1,5 trilioni di sterline al detito pubblico del Regno Unito. Frattanto in Italia si parla di San Remo e delle ronde anti rom. Però il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Quando Emma Marcegaglia ha chiesto al governo di evitare che le imprese versino per un anno all’Inps i contributi del Tfr, la miccia della paura si è accesa. Il burrone è vicino?

Stalingrado finanziaria per Unicredit

Normalmente chi si occupa di economia e finanza legge come primi giornali della giornata quelli anglosassoni, ovvero Wall Street Journal e Financial Times. Poi, a cascata, quelli europei: Faz, Suddeutsche Zeitung, Le Monde, El Pais. Difficile, invece, concentrarsi in una rassegna stampa seria e ragionata dei giornali austriaci. Un errore. Grave, in questi giorni. Ma partiamo dal principio.

La scorsa settimana il ministro delle Finanze austriaco, Joseph Pröll, ha infatti messo in atto un disperato tentativo di racimolare 150 miliardi di euro per un piano d’intervento per l’ex blocco sovietico a rischio default: non stupisce, visto che l’Austria ha prestato 230 miliardi di euro a paesi di quella regione, qualcosa come il 70% dell’intero Pil austriaco. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo valuta il tasso di debiti negativi – ovvero, di fatto inesigibili – al 10% con possibilità di arrivare al 20: peccato che una percentuale del 10 già rappresenta il crollo tecnico del mercato finanziario austriaco, come scriveva il quotidiano viennese Der Standard.
Eccoci, quindi, l’aggancio con il precedente richiamo alla lettura della stampa austriaca. Da alcuni giorni, infatti, oltre le Alpi i quotidiani parlano molto chiaro rispetto al futuro di due banche: Bank of Austria e la sua proprietaria, ovvero Unicredit, rischierebbero infatti «una Stalingrado monetaria» se le istituzioni internazionali non porranno in atto un piano di aiuto e salvataggio per paesi come la Lituania, l’Ucraina e la Repubblica Ceca, debitori e potenziali insolventi.

D’altronde, basta guardare ai dati. Stephen Jen, capo del monetario alla Morgan Stanley, valuta infatti in 1,7 trilioni di dollari la mole di denaro presa a prestito dall’Europa dell’Est, quasi tutta su short-term maturities. Ovvero, da ripagare in fretta. Basti pensare che entro quest’anno dovrebbero essere ripagati agli istituti europei finanziatori, qualcosa come 400 miliardi di euro: buona fortuna, il default è alle porte visto che il mercato del credito è una finestra sbarrata e il Fondo Monetario Internazionale è già corso in soccorso di Islanda, Ucraina, Pakistan, Bielorussia, Lituania e Ungheria (e ora tocca alla Turchia) dissanguandosi.

Non se la passa meglio la Russia che deve ripagare 500 miliardi di dollari di prestiti contratti dagli oligarchi, peccato che il rublo vada a picco, economia e Borsa pure e soprattutto visto che il budget del 2009 è stato elaborato basandosi sul costo del barile di petrolio – il cosiddetto Brent degli Urali – a 95 dollari, quindi un input importante per la casse di Mosca. Solo che oggi il petrolio viaggia sui 33-34 dollari e molti analisti parlano di 25 dollari al barile entro aprile-maggio: un bagno di sangue.
Insomma, o si salva l’Est oppure salta tutto. Ma il fatto che la Germania, attraverso Peer Steinbruck, abbia già detto all’ultimo vertice dell’Ecofin che quello del default dell’ex blocco sovietico è «un problema austriaco e non dell’Ue» aggiunge preoccupazione a preoccupazione. Il perché di questo è presto detto. Si avvicina, infatti, il momento della nazionalizzazione di una banca tedesca. Tutti i nodi non sono ancora stati sciolti ma il governo federale ha confermato che un progetto di legge per permettere la nazionalizzazione di un istituto di credito è in via di definizione e verrà discusso dal consiglio dei ministri di domani: una modifica legislativa è necessaria poiché attualmente in Germania l’acquisizione d’imperio da parte dello Stato non è permessa.

La candidata principale alla prima nazionalizzazione dalla fine della Seconda guerra mondiale è Hypo Real Estate, istituto di credito che ha già beneficiato di aiuti miliardari in questo ultimo anno e mezzo ma che versa ancora in enormi difficoltà: impossibile per Berlino non intervenire, visto che l’istituto è cruciale per il mercato dei Pfandbriefe, le obbligazioni ipotecarie: a tal fine il governo sta ancora trattando con il socio di riferimento, l’investitore J.C. Flowers, per trovare un’eventuale intesa sul prezzo.
Domenica intanto il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha detto che la situazione delle banche tedesche è fonte di «grande preoccupazione». Se a questo uniamo il fatto che i governi europei sono esposti per il 74% dell’intero portafoglio di prestiti dei mercati emergenti (un altro scherzetto da 4,9 trilioni di dollari) e che il Fondo Monetario Internazionale sta finendo le sue riserve di 200 miliardi di dollari, il quadro appare davvero fosco.

Almeno quanto quello prefigurato sull’inserto Business del Sunday Times da Simon Johnson, ex capo economista proprio del Fondo Monetario Internazionale, secondo il quale o il prossimo G7 porrà al centro della sua agenda il salvataggio dell’Irlanda oppure la tigre celtica andrà in default sul debito entro la primavera: si parla di 70 miliardi di euro di debito per un paese di pochi milioni di abitanti con un’economia a pezzi, il mercato immobiliare in fallimento e la delocalizzazione delle major statunitensi che sta distruggendo il sogno della ripresa.

I credit default swaps per assicurarsi sul default del debito irlandese venerdì scorso hanno toccato i 350 punti base, un dato devastante: per assicurare 100 dollari ne servono 3,5 di rischio paese mentre esattamente un anno fa bastavano 10 pence ogni 100 dollari.
La vera crisi sta arrivando, fino ad oggi abbia visto soltanto il trailer. Dalle stanze della politica romana, così come dai giornali italiani, registriamo un rumoroso silenzio al riguardo.

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12574
17.02.2009

La morte della morte e della vita

Se l’uomo non avesse paura della morte non si sarebbero inventate religioni, cosmogenie, ipotesi metafisiche, paligenesi, fedi, a cui la gente, anche, e forse soprattutto, la gente semplice si è affidata per lenire questa angoscia. Ma direi che la paura della morte, anzi un obbietto terrore della morte, è presente soprattutto oggi, nella società industriale. in quella agricola, dal tempo ciclico, l’uomo consapevole, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma è la precondizione della vita. Inoltre aveva il senso di un destino collettivo, della famiglia allargata, della comunità di villaggio, della specie e anche dell’eterno gioco del passaggio di testimone fra i vecchi e i giovani. E in questo modo riusciva, in qualche modo, a metabolizzare la morte. Noi invece non viviamo a contatto con la natura ma con oggetti, che non si riproducono ma caso mai di sostituiscono, alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, inoltre abbiamo perso ogni senso di un destino collettivo e quindi la nostra morte ci appare come esclusivamente individuale, definitiva, assoluta. E perciò inaccettabile. Se l’uomo moderno non avesse il terrore della morte perchè Berlusconi, che è un prototipo, non starebbe trafficando per vivere fino a 120 anni e nei necrologi c’è scritto di tutto tranne che la verità: «è morto»?

Massimo Fini
da: www.massimofini.it

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