Archivio di gennaio 2009
Ron Paul, il Renato Ellero americano?
(m.m.) Il senatore repubblicano Ron Paul è un soggetto strano. Texano, cristiano credente e tollerante, favorevole alla liberalizzazione delle droghe leggere, assolutamente contrario agli interventi americani in giro per il mondo, Iraq in primis. Isolazionista convinto è stato tra i più caustici e implacabili oppositori della dottrina Bush-Cheney. È stato candidato alle primarie per le presidenziali Usa. I grandi media lo hanno snobbato; internet invece lo ama. È un critico feroce delle corporation americane e della globalizzazione; è un fustigatore dei signori delle banche e della finanza mondiale: da anni si batte per l’abolizione del signoraggio bancario. È una persona che in tv non si esprime con la violenza dei suoi colleghi attorno alle questioni del cosiddetto terrorismo internazionale, ma al contempo mena fendenti alla Cia, all’Fbi e all’apparato militare che ogni anno riceve fondi enormi dallo Stato. Paul si definisce un realista e federalista convinto. È conscio che gli Usa siano nati da un mezzo genocidio, afferma che la storia non torna indietro, ma che questa non è una buona ragione per continuare ad ammazzare, soggiogare ed imbrogliare milioni di individui in giro per il mondo. Negli Usa conservatori così sono una eccezione. In Italia non ci sono manco le eccezioni. Per caso Ron Paul assomiglia un po’ al nostro opinionista Renato Ellero?
Il tiranno alle porte
Signori, il conto alla rovescia è cominciato. Tra poco quei pochi cenci di democrazia rimasti in Italia saranno definitivamente ridotti a brandelli. I poteri forti e le mosche cocchiere della politica stanno siglando un patto tra scellerati che ricorda la deriva poco prima del Ventennio. La legge sulla nazionalizzazione della Banca d’Italia si è arenata. Quella sulla class action pure. Giovanni Consorte, uno dei big della finanza nostrana, è stato de facto graziato dalla Cassazione. I prodromi bipartizan sulla riforma della giustizia ci consegneranno una magistratura ancor più addomesticata o con le unghie spuntate. Le anticipazioni del premier Silvio Berlusconi sulla riforma della giustizia fanno il paio con quelle del duo Casini-D’Alema. Le caste da intoccabili diverranno blindate. È chiaro. La legge deve valere per i poveracci, ma non per lorsignori. Ma lorsignori sono comunque spaventati. La crisi, quella dura, quella che spaventa anche i potenti, è alle porte. Ma vedendo lorsignori pascolare tra tangenti e dazioni finisce che qualcuno potrebbe anche incazzarsi. E allora arrivano i provvedimenti del ministro Bob Maroni, il bluesman leghista col pallino dei provvedimenti in salsa Pinochet. Con la scusa delle preghiere degli islamici sulle piazze storiche italiane (peraltro io prego il dio che voglio dove mi pare; è la costituzione che lo permette), si vuole limitare il diritto a protestare in strada. Sono pronte infatti le circolari che vietano i cortei non solo davanti ai luoghi di culto, alle ambasciate, alle caserme e ai centri commerciali (temono l’assalto ai forni?), ma pure davanti ad altri siti cosiddetti sensibili. Sensibili agli interessi del governo e delle caste quindi? A parte la bestialità costituzionale della proposta vorrei capire chi e come stabilisce che un sito è sensibile. Anche la mia gengiva è sensibile. Mi interdiranno anche quella? Questa merda la possiamo chiamare deriva fascista, stalinista, tirannide o barbarie, ma sempre merda è. Non ho altri termini per definirla. Ciliegina sulla torta, Maroni vuole imporre agli organizzatori dei cortei il versamento di una cauzione, una fidejussione bancaria, prima dello svolgimento di un evento di piazza. Avete capito? Siamo arrivati al punto che per esercitare un diritto costituzionalmente garantito dovremo pagare il pizzo al prefetto, ovvero al governo. Sputi cordiali.
Marco Milioni
da: www.movimentozero.org/mz
P.S. La prossima legge cercherà di limitare drasticamente i blogger e l’informazione in rete. state in campana.
Il putsch
Senza tanto clamore il 19 gennaio a Roma è stato portato a compimento un putsch politico-giudiziario. La decisione del Csm rispetto alle inchieste della magistratura di Salerno sull’operato dei colleghi calabresi è destabilizzante e si pone al di fuori di un recinto di democrazia sostanziale. Il Consiglio Superiore della Magistratura, da organo deputato anche alla difesa della indipendenza dell’ordine giudiziario, si è trasformato in braccio disciplinare degli interessi occulti che fanno capo non solo alla parte peggiore della politica, ma anche a potentati malavitosi, massonici, economici, finanziari e clericali. C’è un salto di qualità straordinario in quello che sta accadendo in questi giorni perché se un tempo “le porcate” le si faceva in silenzio e possibilmente all’oscuro, oggi invece una azione giudiziaria che scoperchia una pignatta di malaffare, viene sterilizzata con una azione del Csm invocata dal ministro della giustizia. Siamo all’arbitrio istituzionale. E gli eventi di queste ore ci insegnano sei cose. Uno, l’inchiesta Why Not e quelle collegate hanno acceso i riflettori su di un sancta sanctorum che non doveva essere violato. Di mezzo ci sono decine di milioni di fondi europei giunti dall’Ue e finiti dio solo sa dove. I magistrati che hanno provato a fare chiarezza sono stati bruciati, tutti quanti. Una cosa simile è capitata ai giornalisti, vedi il caso di Carlo Vulpio al Corsera. Due, l’inchiesta cominciata da Luigi De Magistris deve aver toccato un livello altissimo non solo politico. Tre, il Csm con il suo comportamento ha voluto dare una lezione a tutti gli altri magistrati, pochini in questo momento, che in futuro potrebbero avere l’ardire di non limitarsi allo stretto necessario. Non a caso il capo della procura di Salerno è pure stato sospeso dallo stipendio. Quattro, il Csm non è voluto entrare minimamente nel vivo delle inchieste avviate da De Magistris, il quale ha scoperto pezzi interi di magistratura come garanti del malaffare quand’anche non direttamente coinvolti. Cinque, un putsch del genere non poteva avere successo senza l’avallo del Pd, che come maggiore forza dell’opposizione dovrebbe fare il diavolo a quattro. In seno al Csm stesso peraltro vi sono togati e laici di area centrosinistra, ma dal Pd non ho sentito alcuna voce in dissenso. Sei, rispetto a questa vicenda l’Associazione Nazionale dei Magistrati è stata a rimorchio della politica. Dal 20 gennaio quindi in modo incontrovertibile l’Italia non è più una democrazia, almeno sul piano sostanziale. Se la gente ha intenzione di farsi mettere i piedi in testa si accomodi pure. Ma da ora, senza giustificazione alcuna, i primi responsabili della deriva sono i cittadini seduti in poltrona davanti al Grande Fratello e davanti a Porta a Porta. I cittadini che si ammassano senza idee e senza soldi nei centri commerciali, sperando in un 3×2 del benessere da carpire con gli ultimi spicci rimasti dalla tredicesima. Fra schermi al plasma per vedere ancora più grandi le tette durante il GF9 (o i nei di Bruno Vespa) e fra vacanze low cost a ‘Sciarm el Sceik’ l’italiano si ubriaca di patina e di miseria aspettando la sua selezione al casting della vita; aspettando il suo colpo di culo. Così è visto che provare a costruire un Paese un pochino più decente è questione ormai obsoleta. E chi non è d’accordo con questo andazzo? Può solo sperare in un last minute per la democrazia: destinazione quantomai demodé per tutti i tour operator della politica. Tutto ciò però comporta conseguenze precise, almeno sul piano etico-morale. Da ora in poi qualsiasi azione intelligente, anche al di fuori delle regole, intesa a raggiungere uno stato delle cose in cui la legge sia giusta e valga in egual misura per tutti, va salutato con favore. Sandro Pertini diceva: «A brigante, brigante e mezzo». Gli inglesi dicono: «Fight fire with fire».
Marco Milioni
Pierdalemando
«Le fondazioni “Italianieuropei” di Massimo D’Alema e “Liberal” di Pierferdinando Casini – si legge su La Stampa del 19 gennaio - lanceranno le loro proposte congiunte per la riforma della giustizia». Anzi, dei giudici, visto che nessuna di quelle anticipate sveltirebbe di un nanosecondo i tempi biblici dei processi, anzi alcune li allungherebbero ancora. La trovata, poi, di studiare la riforma dei giudici col partito di Cuffaro, Cesa, Bonsignore e altri noti galantuomini, partito che nel 2001-2006 ha votato tutte le leggi vergogna berlusconiane, è destinata a incrementare il tasso di entusiasmo dell’elettorato Pd. Ma vediamo cosa bolle in pentola.
Uno, anziché dai singoli pm, le intercettazioni dovranno essere richieste dai capi delle procure (è più facile controllare 150 procuratori che 2 mila sostituti), rispettando un rigoroso “budget annuale”. Geniale: se la Procura di Palermo arriva a esaurire il budget per gli ascolti a settembre, negli ultimi tre mesi dell’anno sospende la caccia ai mafiosi latitanti. I boss, opportunamente avvertiti, potranno incontrarsi, chiacchierare e telefonare indisturbati fino a Capodanno.
Due, se i giornali raccontano intercettazioni, com’è lecito, una volta depositati gli atti, gli editori incorreranno nelle sanzioni previste dalla legge 231 sulla responsabilità penale delle imprese: così, per evitare la rovina dell’impresa, nessuno pubblicherà più nulla (a meno che le notizie non facciano comodo agli interessi politici o affaristici dell’editore).
Tre, sulla carriera del pm, un’idea ottima e una balzana. Quella ottima è l’obbligo per ciascun magistrato di fare esperienza sia come pm sia come giudice (il contrario della demenziale separazione delle carriere); quella balzana è l’immissione periodica di avvocati nei ranghi della magistratura saltando i concorsi. Non si vede perché mai un laureato in legge, per diventare magistrato, debba sostenere un concorso, e un iscritto all’albo forense no.
Quattro, netta separazione fra pm e polizia giudiziaria (copyright Violante-Alfano). In pratica il pm se ne resta in ufficio ad aspettare che la polizia gli porti le notizie di reato. E se non gliele porta? Non può sollecitarle o agire d’iniziativa. Così addio alle indagini sui potenti, specie se politici o amici degli amici: le forze di polizia dipendono dal governo e difficilmente indagheranno autonomamente, senza ordini del pm, sui reati di membri o sostenitori o alleati dei governi. Tantomeno sui delitti commessi da poliziotti. Senza gli impulsi dei pm, non avremmo mai avuto i processi per le sevizie degli agenti al G8, per le deviazioni del Sisde, per la mancata cattura di Provenzano da parte del Ros del generale Mori, e così via. La controriforma svuota dall’interno l’indipendenza del pm e anche del giudice, che resterebbero formalmente autonomi, ma non potrebbero più occuparsi dei reati dei colletti bianchi, perché le relative notizie verrebbero bloccate alla fonte. Un abominio incostituzionale.
Cinque, a decidere sulle misure cautelari non sarebbe più un solo Gip, ma un organo di tre giudici «in contraddittorio con la difesa dell’indagato», cioè dell’arrestando. Strepitoso: prima di arrestare qualcuno, lo si avverte, così può scappare. E si impegnano tre giudici al posto di uno anche per infliggere l’obbligo di firma. Mentre un solo gip continuerà a infliggere ergastoli col rito abbreviato.
Sei, le responsabilità disciplinari dei magistrati vengono affidate a un’Alta Corte di Giustizia esterna al Csm, un plotone d’esecuzione per un solo terzo formato da toghe per due terzi da politici. Così sarà più facile punire i magistrati sgraditi ai politici. D’Alema e gli amici di Casini sanno già dove mettere le mani.
da: www.voglioscendere.it del 21 gennaio 2009
Verdi e SD versus regione Veneto
Tomaso Rebesani e Ciro Asproso (coordinatori cittadini rispettivamente di SD e Verdi) hanno inviato oggi un dispaccio unitario che pubblico integralmente qui di seguito.
È normale esprimere delusione per quanto deciso ieri dalla Conferenza dei Servizi Regionale, che ha approvato – a maggioranza – la relazione sull’impatto paesaggistico della nuova base americana. È sacrosanta l’indignazione del sindaco, per la protervia e la faziosità della commissione regionale, che non ha tenuto in alcun conto le riserve e le richieste di chiarimento presentate dal Comune.
E’ altresì doveroso, da parte nostra, dichiarare piena solidarietà a Variati per le insolenze e per le scorrettezze praticate da Galan in tutta questa vicenda. Tuttavia, non ci sorprende affatto il parere favorevole della Regione alla valutazione paesaggistica. Già lo scorso dicembre avevamo denunciato la “trappola” della Conferenza regionale e consigliato al sindaco di smarcarsi in tutta fretta, per non avallare politicamente l’irritualità e l’incompetenza di una siffatta commissione, obbligata dall’arroganza del potere al rilascio di una VIA bonsai. La Regione Veneto non ha mai adottato né approvato il Piano paesistico, avendolo snaturato all’interno del Piano Territoriale di Coordinamento. Gli stessi ambiti paesaggistici sono individuati unicamente nell’allegato V al documento preliminare al PTRC. Viene spontaneo chiedersi, in base a quali parametri si sia potuto esprimere un qualsivoglia parere di conformità dell’insediamento militare al Dal Molin. Al punto in cui siamo non resta che il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: in assenza di un atto formale del governo italiano, la deroga alla Valutazione d’Impatto Ambientale è un arbitrio intollerabile che va smascherato e denunciato alla Grande Camera di Strasburgo. Nondimeno, l’esclusione della popolazione locale dagli strumenti di partecipazione ed analisi, si configura come un’aperta violazione dei trattati comunitari.
Ciro Asproso
Tomaso Rebesani
Vicenza, 21 gennaio 2008
Il Nord e i suoi finti alfieri
(m.m.) Ci sono partiti come la Lega e pezzi di partiti, specie in Forza Italia, che hanno basato le loro fortune sulla cosiddetta questione settentrionale. “Se non ci fosse il Nord che manda avanti la carretta… Ora i soldi del Nord rimangano al Nord!”. Per quanti anni abbiamo sentito questa tiritera? Le cronache di questi ultimi giorni, ce ne fosse bisogno, dicono esattamente il contrario. I privilegi di bilancio accordati a Roma capitale sono semplicemente una ciliegina sulla torta. I fallimenti di città come Catania e Taranto hanno provocato eco ancora avvertibili. Ma viene da ridere se si pensa che i più duri fustigatori del sistema dei privilegi del sud siano l’alleato principale di chi quei privilegi li protegge. Meridionalismo e antimeridionalismo; compagine pro Nord e contro il Nord sono semplicemente comparse nella grande Farsa dove le chiacchiere, le urla e ormai pure i peti sono lo strumento per fingere di combattere la guerra ai privilegi. Ma i privilegi sono gli stessi al sud come al nord. E chi sbraita contro questa o contro quella sconcezza di solito lo fa per continuare a mangiare dalla greppia. Considerato questo quadro ho intervistato il professor Renato Ellero, che essendo stato senatore della Lega dal 1994 al 1996 certi trucchetti dei cosiddetti alfieri del Nord li conosce bene, tanto che 12 anni fa, nauseato, ha abbandonato la politica militante.