La sentenza fischi per fiaschi

Non c’è più partita: con quel due a zero tra giudici d’appello e Comune di Vicenza il trofeo Dal Molin se l’è aggiudicato il Consiglio di Stato. All’andata si era detto che l’accordo tra governi essendo atto politico non era materia per giudici e dunque i lavori della base potevano proseguire; nella partita del primo ottobre il referendum è stato giudicato inutile e andava quindi fermato. Pronunce secondo diritto? Il giudice è chiamato a decidere della legittimità degli atti della pubblica amministrazione cioè del rispetto dei limiti fissati dalle norme. Nel primo caso, quello dell’atto politico, il giudice ha puntato su un bersaglio sbagliato perché in discussione non era l’accordo bilaterale tra governi bensì la determinazione interna che autorizzava il progetto: aver scambiato questo per atto politico, un palese espediente per aggirare l’ostacolo in favore del governo. La più recente pronuncia invece confonde, si fa per dire, la legittimità con l’opportunità. Mi spiego. Poiché non viene individuata alcuna violazione di legge si concentra l’attenzione sul merito del quesito. E poiché questo avrebbe ad oggetto il desiderio che il Comune acquisisca l’area Dal Molin, aspirazione al momento irrealizzabile si dice per l’indisponibilità a vendere, la consultazione viene per questo ritenuta inutile. Inutile? non per questo illegittima. E siccome non spetta al giudice stabilire ciò che è utile o conveniente, ecco pure questa pronuncia deragliare platealmente su terreno politico. Oltre per lo slittamento, la pronuncia inquieta perché impedisce ai cittadini di pronunciarsi; ma il referendum ha un valore così simbolico da risultare illusorio? Una scelta politica con tutte le implicazioni del caso, non materia per giudici. Inutile convocare i cittadini a votare con un esito scontato? Ma se l’utilità della democrazia si dovesse misurare dai risultati, poveri noi, ci sarebbe da chiedersi perché la democrazia regge ancora nel nostro paese. Diritti costituzionali calpestati e nemmeno per un cavillo, ma per una palese ragione estranea al diritto! Il dramma di Vicenza da quando le asserite esigenze nazionali, fra l’altro neppure espresse e tantomeno dibattute in parlamento, hanno prevaricato ignorando di proposito quelle locali. E dire che la riforma del 2001 pone il Comune su un piano di parità giuridica con lo Stato (art. 119 Costituzione): almeno un confronto sulle rispettive esigenze s’imponeva. Niente. Sudditi non cittadini anche per la non mai abbastanza deprecata insensibilità del sindaco di allora, felice di assecondare il suo irresistibile compare al governo. In altro contesto, senz’altro necessario per l’utilità generale come la TAV, il governo è sceso a trattare con le popolazioni capeggiate dai loro sindaci; da noi una questione tanto controproducente dai risvolti pericolosi, il disprezzo più totale per il territorio e per i suoi abitanti complice appunto la passata amministrazione. E mentre sconcerta una decisione politica gabellata per giudiziaria, preoccupa l’indifferenza di alcune forze politiche e addirittura l’esultanza di altre e peggio ancora lo scherno del presidente della regione per le istituzioni cittadine. Spettacolo ignobile che non prelude a nulla di buono. È il momento di ripensare questa democrazia.

Giovanni Bertacche

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