Mannino e la cenrale del risentimento

Alessio Manino, cronista di Vicenza Più, mi ha inviato una lettera aperta che pubblico integralmente. Mannino replica ad alcuni commenti sulla sua condotta giornalistica apparsi su questo blog.

Caro direttore,
sapevo da un pezzo di stare sulle balle a molti, a Vicenza. Nessun problema, fa parte del gioco. Non sapevo però di far parte di una “centrale del risentimento”, di tifare per il “tanto peggio tanto meglio”. Nè, francamente, di coltivare oscuri “doppi fini”. Ora, grazie agli affezionati commentatori dei Tuoi articoli, lo so.
Ti dico la verità: leggendo divertito le stroncature che da alcuni Tuoi lettori per mesi sono piovute addosso a me, a Te e a una decina di altre persone (in passato tirando in ballo persino Marco Travaglio, Beppe Grillo e Massimo Fini, che delle beghe della nostra città, buon per loro, non sanno nulla), mi sono sempre astenuto dal replicare. Sai, sono rimasto ancora a quella basilare regoletta della buona educazione secondo la quale si risponde a chi ti parla dopo che questi si è presentato con nome e cognome. Qui invece i codardi abbondano.
E poi, su, come si fa a ribattere a critici di tal vaglia, le cui serrate argomentazioni, sempre uguali per ogni tema, ogni fatto, ogni vicenda, fluttuano da un nulla all’altro? Perchè Tu e, nel mio piccolo, il sottoscritto, portiamo fatti, nomi, circostanze. I nostri sagaci esegeti, invece, si limitano a suonare sempre gli stessi ritornelli. Consiglio loro l’uso del copia-incolla, fanno prima.
Si va da quello per cui può accadere di tutto – inchieste giornalistiche, indagini giudiziarie, assessori che cadono uno dopo l’altro, figuracce, ammissioni e dimissioni – basta che non gli si tocchi il Pd (o il Pdl, è lo stesso). Che è un po’ il modo di ragionare, da schietto familismo amorale, di chi difende il parente deliquente solo perchè gli è parente: lo considera innocente fino a quando non se lo ritrova a rubare a casa sua, suppongo. E poi c’è chi, a macchinetta, ripete solo insulti. Ma con questi non mi abbasso.
I doppi fini, infine. Se ho capito bene, se io, pazzo estremista, scrivo che esistono una o più lobby peritandomi di spiegare il perchè e il per come (i fatti!), chi non sa che dire ne deduce che, automaticamente, sarei al servizio di un’altra lobby. Cioè: se c’è qualcuno che lavora per interessi economici e politici precisi, significa che chi lo denuncia deve essere messo sul suo stesso piano. La possibilità che uno sia intellettualmente onesto non viene neppure presa in considerazione. E se malauguratamente alle mie esiziali cronache arrivano pure le conferme, niente da fare: i nostri cari accusatori fanno muro, allergici a ogni prova e controprova. Ora scommetto diranno che anche Giglioli, a cui sia io che te abbiamo fatto le pulci a suo tempo, si è aggiunto alla nostra potente armata brancaleone. (Che, ahimè, non viene pagata da nessuno. Perchè non esiste. Altrimenti io non sarei un precario quale sono, e Tu non saresti stato cortesemente sbattuto fuori dal Gazzettino).
Il problema è che, portando alle estreme conseguenze il sillogismo demenziale “lobby tu che lobby anch’io”, un povero giornalista che voglia ancora fare il suo mestiere con un briciolo di coscienza non dovrebbe mai denunciare alcunchè. Perchè, come anche un bambino capisce, dietro ogni affare politico o economico c’è un interesse, che lo si voglia o no. E intendiamoci, è naturale e legittimo che ci sia. Ciò che non è naturale, nè per niente legittimo, è che un interesse particolare, di partito o privato, si arroghi il diritto di far suo quello pubblico, il bene di tutti. In soldoni: esiste il dovere, da parte di un giornalista libero, di mettere a conoscenza dell’opinione pubblica quello che sa su chi beneficia di appalti, nomine, contratti, equilibri di potere e via discorrendo. Perchè è l’unico sistema sicuro e collaudato per avere un’idea del perchè viene presa una certa decisione piuttosto che un’altra. A me non sembra complottismo, questo. Mi sembra semplicemente buon senso, appena un po’ smaliziato.
Una battuta, per concludere. Oltre a uno standard minimo di buone maniere verbali, a me hanno insegnato anche qualche rudimento di logica. Aristotele ne riassunse così la base: “Tutti gli uomini sono mortali. Tutti i Greci sono uomini. Tutti i Greci sono mortali”. Ecco, non è che un allievo di Aristotele con la fissa che il Maestro parlasse per conto di qualche potere occulto si alzava e tutto indignato gli dicesse “eh no, mortale sarà lei, menagramo nichilista!”. Perchè non era un argomento, per l’appunto, logico. Era solo il sintomo di una triste pochezza. Da compatire, come si fa con lo studente ostinato nel non voler imparare nè capire un accidente.

Alessio Mannino

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