Archive del 9 settembre 2008

Scontri in via Ferrarin: cronistoria breve

Gli scontri di Vicenza del 6 settembre hanno fatto il giro dei media nazionali. Le riprese fornite dai manifestanti sono finite anche sul blog di Beppe Grillo. Per avere un po’ più di completezza, soprattutto in relazione ai fatti, allego due pezzi di cronaca de Il Gazzettino a firma di Stefano Ferrio. Sono ben scritti e danno un quadro chiaro degli eventi. In generale tutta la stampa locale ha riportato con precisione gli eventi del 6 settembre.

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Olimpiadi finite

Dunque le Olimpiadi sono finite, e sono finite come dovevano: nel sangue, per il popolo tibetano; nel ridicolo, per l’Italia. ça va sans dire: non sia mai che ci smentiamo. I politici nazionali, prima e durante i giochi, si sono esibiti in una grottesca manfrina al suono di “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi …”. Gli sportivi non sono stati da meno. Prima di tutto, per esserci andati. La motivazione che ‘lo sport dev’essere al di sopra della politica’ ci sembra un’idiozia epocale, una di quelle frasi fatte stupide, trite e ritrite, che si ripetono per dar aria alla bocca e far finta di dire qualcosa di intelligente (?!), della serie: ‘L’importante è volersi bene, la mamma è sempre la mamma, non ci son più le mezze stagioni’ e via cazzeggiando. La seconda per come ci sono stati. La summa dell’improntitudine è stata l’affermazionedi un’atleta italiana (non ne ricordo il nome, ma non dev’essere difficile trovarla sul sito di Repubblica) la quale ha dichiarato: “Credevo che la Cina fosse diversa”. Scusi, pardon, ho sentito bene? Ha detto proprio: “Credevo”?! Ma dov’è vissuta la signorina, negli ultimi mesi: a Shangri-La, appunto? La terza per come li hanno terminati. Non ci hanno commosso eccessivamente – diciamo la verità – le uscite finali di alcuni altri atleti, a palle ferme e babbo morto (a proposito di frasi fatte: ma qui i morti ci sono davvero). Bravi, hanno fatto il loro bel dono simbolico, hanno pronunciato la loro bella dichiarazione umanitaria, naturalmente solo dopo che il Ministro La Russa (da che pulpito!) gli aveva dato il permesso di parlare. Ma prima? Possibile che prima – durante le innumerevoli interviste, subito dopo la gara, al momento della premiazione – possibile che un ‘Free Tibet’ non gli potesse mai scappare, magari solo sussurrato? Possibile che un straccetto giallo, rosso e blu, da sventolare di nascosto, da far intravvedere sotto il costume, non ci stesse nella valigia? A rifarsi una verginità alla fine son capaci tutti, ma, per favore, non pretendete che noi si passi da fessi.
Comunque è finita. E finalmente, diranno i cinesi: ora sì che in Tibet comincia la ‘festa’. I giornalisti torneranno a casa, e ad occuparsi dello strazio di un popolo e della sua millenaria cultura rimarranno davvero in pochi. Assumiamoci l’impegno di essere tra quei pochi. Raccogliamo e diffondiamo documenti, informazioni, foto, qualsiasi cosa. Cogliamo ogni occasione per alzare la voce – pacificamente, come insegna il Dalai Lama, ma fermamente: è il sathyagraha – per ricordare al mondo l’orrore che da cinquant’anni si consuma in Tibet, e che continua ogni giorno. Non permettiamo che il mondo dimentichi, o si distragga. Impegnamoci col cuore e con la mente: la libertà del Tibet è la libertà di ognuno di noi.

Giuliano Corà

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Asso di picche
                  Rubrica di Alessio Mannino                                          


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