Archivio di luglio 2008

I frutti avvelenati del capitalismo

A chi gli poneva il problema dei rapporti tra morale ed economia, l’allora premier britannico Harold MacMillan – si era negli anni ‘50 – rispose seccamente: questi problemi dovete porli all’arcivescovo. Una sentenza analoga l’ha emessa il guru dei paradisi fiscali, Adam Starchild, a proposito dell’interesse patriottico negli affari. “Home”, ha detto, “is where money is” (la patria sta dove stanno i soldi). Del resto, non era stato il grande Cicerone a sentenziare: ‘Ubi bene ibi patria’? Solo che, per Cicerone, il bene non si identificava con i soldi. Per Starchild, sì. Negli ultimi tempi questo atteggiamento ‘cinico’ di neutralità morale è stato contestato da una vivace letteratura intesa a pacificare i soldi con l’etica, in vista di un’autentica felicità. E questo rassicurante messaggio è stato promulgato non soltanto in libri saggi e articoli di grandi firme e di grande spessore, ma anche ribadito dalla fioritura di centinaia di corsi di formazione etica organizzati da grandi imprese. Particolarmente piccanti quelli promossi e organizzati dalla Enron, poi travolta dalle malversazioni dei suoi dirigenti. È un caso maligno che questa fioritura si sia verificata in una fase di esplosione della criminalità economica e finanziaria? Secondo me, non è un caso. La lingua batte dove il dente duole. E l’economia capitalistica soffre di un crescente mal di denti.

La sfilata, in questi giorni, di banchieri americani in manette difficilmente può essere presentata come un episodio eccezionale, dopo il tornado suscitato sette anni fa dai clamorosi scandali Enron-Wordlcom; e dopo le devastanti imprese dei grandi finanzieri d’assalto degli anni ‘80 (Milken, Boetsky, Siegel, Levine) descritti nel bestseller ‘La tana dei ladri’ da James Stewart. Ogni volta la cronaca dei misfatti è stata accompagnata dal compiacimento che fossero stati scoperti e puniti, e dall’assicurazione che non si sarebbero ripetuti e ovviamente dall’idea che si possa conciliare l’etica e l’impresa, con appositi corsi e un po’ di beneficenza.

Di fatto, in tutto il mondo la criminalità economica e finanziaria ha assunto dimensioni impressionanti; e, soprattutto, strutture imponenti. Quanto alle dimensioni, è ovvio che non si disponga di dati, ma soltanto di stime di massima. È certo che, con la globalizzazione, lo spazio economico occupato dalle attività criminali si è straordinariamente esteso. Accanto ai settori della criminalità tradizionale (droga, armi, racket, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, contrabbando d’alcol, tabacco, medicinali) prosperano i mercati della nuova schiavitù, della pirateria informatica, del commercio dell’antiquariato illegale, di quello delle specie protette, degli organi umani, delle scorie tossiche, dei prodotti nucleari. Le stime oscillano tra i mille e i 1.500 miliardi di dollari, equivalenti al 2-3 per cento della produzione annua mondiale. Poiché la produzione mondiale progredisce all’incirca al ritmo del 3 per cento annuo, ciò significa che per larga parte la crescita è dissipata in attività criminose. Quanto alle strutture, il mercato della criminalità è caratterizzato dalla presenza di grandi reti imprenditoriali (la ‘mafia imprenditrice’ di Pino Arlacchi) più simili a strutture politiche che a imprese economiche. Nel 1994 il Dipartimento di Stato americano affermava che nel giro di tre anni i rappresentanti dei maggiori gruppi criminali mondiali (mafia siciliana e russa, Cosa nostra americana, triadi cinesi, narcos sudamericani) si erano riuniti a Varsavia nel 1991, a Praga nel 1992 e a Berlino nel 1993 per concordare una pianificazione strategica dello sviluppo e del riciclaggio. Insomma, al G8 si affianca un ‘governo mondiale ombra’ (il C8?) che, ci si può scommettere, surclassa il primo quanto a prontezza ed efficacia delle decisioni. Chiunque abbia letto ‘Gomorra’ di Roberto Saviano si è reso conto della complessità assunta dalle organizzazioni criminose. La fase ‘eroica’, si fa per dire, dell’intrallazzo è stata da tempo sostituita dalla ‘grande organizzazione manageriale’.

Ma quali sono le cause di questa mutazione? Fondamentalmente due. E hanno a che fare non con la cattiva volontà, ma con la stessa struttura del capitalismo oggi. La prima è l’eccezionale concentrazione della ricchezza verificatasi nei paesi del capitalismo avanzato, e in specie negli Stati Uniti, negli ultimi 30-40 anni. La seconda è la liberalizzazione del movimento dei capitali. Quanto alla prima. In soli dieci anni, tra il 1979 e il 1989, la quota di ricchezza americana detenuta dall’1 per cento dei più abbienti è quasi raddoppiata, passando dal 22 al 39 per cento. A metà degli anni ‘90 quell’1 per cento della popolazione si era accaparrata il 70 per cento della crescita realizzata a partire dalla metà degli anni ‘70. Nei successivi dieci anni, dal 1990 ai primi anni del 2000, le grandi fortune d’America si sono triplicate o quadruplicate (questi dati sono tratti dal libro di Kelvin Phillips ‘Ricchezza e democrazia’, Garzanti ). Non si tratta più, come alcuni hanno osservato (vedi soprattutto Robert Reich) di aumento delle diseguaglianze, ma di vera e propria ’secessione’.

E qui torniamo alla questione dell’etica. Siamo tutti nella stessa barca, era la fondamentale legittimazione morale del capitalismo: la crescita, comunque ripartita, correva a vantaggio di tutti. Da decenni questo non è più vero. Reddito e ricchezza delle classi medie ristagnano. Il commercialista da 90 mila dollari l’anno, l’avvocato da 125 mila dollari non stanno nella stessa barca del banchiere che guadagna 1,5 milioni di dollari o del ceo (chief executive officer) che si porta a casa 40 milioni di dollari l’anno. Ciò che è avvenuto è la nascita di una nuova plutocrazia, che è in grado di dettare le sue condizioni al mercato; che detiene un potere di mercato. Chi dispone di potere di mercato, è più che probabile che ne abusi (leggere Adam Smith). E questa è la premessa ideale per lo sviluppo di una criminalità di mercato.

La decisione fatale assunta all’inizio degli anni ‘80 di liberalizzare i movimenti internazionali di capitale, e l’estrema facilità di realizzarli grazie all’istantaneità delle tecniche informatiche, ha fatto il resto. La velocità del crimine è enormemente superiore a quella dei mezzi posti in atto per contrastarlo. Il C8 è molto più efficace del G8. L’ammontare dei capitali riciclati rappresenta, secondo l’Ocse, tra il 2 e il 5 per cento del prodotto mondiale. Una parte di questo flusso passa per i cosiddetti paradisi fiscali. L’Ocse si è impegnata nella denuncia della distorsione di risorse operata da questi luoghi off shore, al largo dell’intervento fiscale e dell’informazione finanziaria, compilando nel 2000 una lista nera di 35 paradisi sparsi in tutto il mondo. L’Ocse ha definito con precisione le condizioni per ‘uscire dalla lista’. Due anni dopo, nel 2002, molti dei cosiddetti paradisi, in apparenza, sono usciti dall’inferno: da 35 sono stati ridotti a sette. Certo l’Ocse, della cui serietà non si può dubitare, avrà avuto le sue buone ragioni. Ma, come si è osservato, non si sono avuti finora riscontri di una così radicale emersione di questo immenso sommerso. Una rapida visita ai siti Internet che reclamizzano le operazioni possibili nei paradisi insistono sui requisiti di segretezza impenetrabile che esse offrono senza far cenno della lista Ocse e degli impegni assunti. Il governo americano ha più volte ribadito la sua opposizione a qualunque intervento rivolto a influenzare il regime fiscale internazionale, confermando che la concorrenza fiscale è parte del credo liberale; anche se offre al terrorismo una sponda preziosa. Diceva Keynes: “Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò di gioco, è probabile che vi sia qualche cosa che non va bene”.

Qui si innesta il problema, sempre etico e di forti risvolti culturali: quello della corruzione e dell’impotenza della politica nel suo rapporto con il capitalismo. In un libro recente (’Supercapitalismo’, Fazi Editore) Robert Reich denuncia, in quella che potremmo definire la mercatizzazione della politica, il rischio più grave che la democrazia sta correndo: se la politica diviene ostaggio del denaro, il collegamento tra concentrazione della ricchezza e corruzione della politica diventa inevitabile. Ora la politica, quella americana in particolare, sta diventando ostaggio del denaro. Certo, la corruzione politica c’è sempre stata. Ma siamo di fronte a una mutazione. Ciò che prima si comprava al minuto (favori, privilegi, tangenti), ora si compra all’ingrosso. Con il finanziamento elettorale si compra l’intera classe politica, di sinistra e di destra. I due partiti, ha dichiarato Ralph Nader, paladino dei liberal, si sono fusi in un solo partito al servizio delle imprese, con due volti truccati diversamente. Il finanziamento politico, nelle ultime due elezioni, è più che triplicato; e, considerati i risultati in termini di vantaggi acquisiti, è l’investimento più redditizio.

Ora: che tipo di controllo una classe politica può esercitare sulle imprese che la finanziano? La risposta, più che scettica, sta nel discredito della politica, documentato largamente dai più recenti sondaggi. E allora la risposta la si cerca nel posto più remoto: nella ‘coscienza sociale’ delle imprese. La cosiddetta ‘corporate social responsibility’ (Milton Friedman, padre del liberismo, inorridirebbe) è l’ultima trovata del Vangelo capitalistico. Nel 2006, più della metà di tutti i master in amministrazione aziendale prevedeva almeno un corso sul tema. Viene in mente una nota battuta: è come affidare a Dracula la presidenza dell’Avis. Poiché si è incapaci di imporre alle imprese una regola, gli si regala un’anima. Ora, è un po’ difficile immaginare una riunione del C8, il governo ombra della criminalità mondiale, dedicata al tema della social responsibility. Vorremmo assistervi. Senza scherzi. Un rientro del supercapitalismo nella società dalla quale si è emancipato comporta un lungo processo storico, non un corso di formazione aziendale. Comporta un ritorno della politica, alla guida della società.

da: http://oltrelacoltre.wordpress.com

Amara Genova

Sugli scontri del G8 a Genova c’è poco da dire. Dalla legge uno si aspetta che chi la vìola sia punito. Punto. Se a violarla sono i tutori della stessa legge la cosa si fa ben più grave. Non mi pare che la dinamica delle cose stia andando in questa direzione. Dico solo che a livello internazionale abbiamo rimediato la solita figura di merda perché quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto è vergognoso. Chi ha colpito con quella violenza persone inermi è nell’ordine: un criminale, un idiota, un cagasotto, un minus habens. Aggiungo solo una cosa. Sarà sufficiente leggere questo articolo del britannico Guardian per capire che siamo una repubblica delle banane (marce) nel cuore dell’Europa.

Acci acci Antonacci

Su Il Giornale di Vicenza di ieri, nella pagina dedicata agli interventi dei lettori è stato pubblicato un botta e risposta tra il direttore (la cosa la si desume dal fatto che la replica del giornale non è firmata) e una lettrice. Lascio al buon cuore di tutti ogni valutazione sulla risposta del direttore Antonacci, che credo si commenti da sola.

Che vacche le vacche padane

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Chissà per quanto tempo ancora dovremo sentir parlare di quote latte, di allevatori in rivolta e di Roma ladrona? Si tratta di una vicenda politica amministrativa ben nota alle cronache, soprattutto perché resa visibile dalle clamorose iniziative di lotta intraprese dagli allevatori del Nord Italia. Come non ricordare i presidi, i blocchi delle autostrade, i pestaggi con le forze dell’ordine e soprattutto gli schizzoni di letame che invadevano le nostre strade?
Ora che Ministro dell’agricoltura è diventato un politico padano, un veneto doc, uno di quei “duri e puri” mandato in quel di Roma soprattutto – così ha dichiarato Bossi recentemente – per risolvere l’annoso caso delle quote latte, come mai gli allevatori sono ancora così arrabbiati e minacciano forconi e pedate?
Luca Zaia deve risolvere i nostri problemi, deve tirarci fuori da questo pantano della Comunità Europea che ci impedisce di produrre e vendere il nostro latte, a Roma è stato messo per questo!”
E perdinci cosa dovrebbe fare questo giovanotto dalle belle speranze? Deve leggersi le carte, deve valutare e poi casomai deve decidere il da farsi. Conoscendo il tipo non credo che prenderà decisioni avventate, è fermo ad un bivio e a mo parere ha tre possibilità: uno, prende tempo e tergiversa (abbastanza pericoloso con gente che maneggia i forconi come fossero forchette; due, si dimette e si rifugia per la vergogna in un alpeggio in Valtellina; tre, mette nero su bianco e tira fuori i nomi di quelli che la Comunità Europea l’hanno truffata alla grande usando per di più una Banca amica, una Banca tutta padana che oggi più che mai sembra sia servita proprio per operazioni che chiamare “lecite” è un eufemismo. Sulla dolorosa vicenda degli allevatori e produttori di latte non si discute, sono stati costretti a subire limiti moralmente non comprensibili nella produzione del latte. La Comunità Europea ha imposto dei criteri molto ristretti che hanno comportato una severa penalizzazione dei produttori nazionali. Il contenzioso giudiziario che ne è scaturito a seguito dello “splafonamento” ha prodotto multe che si aggirano in centinaia di milioni di euro. Le multe non sono a carico solo degli allevatori ma saranno pagate da tutti i cittadini italiani costretti a sobbarcarsi il pagamento delle sanzioni comunitarie che si sono abbattute – e continuano ad abbattersi – inevitabilmente sul nostro Paese.
Ma che c’entra in tutto questo il neo Ministro dell’Agricoltura Luca Zaia? Che razza di “latte bollente” si trova tra le mani?
Da un’indagine svolta dalla Procura di Saluzzo, nel Cuneese, è scaturita una richiesta di rinvio a giudizio per parecchi allevatori delle regioni settentrionali; l’accusa è pesante come una balla di fieno: truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo gli inquirenti i responsabili di alcune cooperative del latte si sarebbero resi responsabili nella mancata riscossione delle cosiddette quote latte imposte dalla Comunità Europea.
Le cooperative, una sorta di scatole cinesi dallo stesso nome, Savoia Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque e Sei, con un meccanismo di “compensazione” fatto di anticipi e prelievi, riuscivano ad incassare l’intero ammontare del prezzo del latte prodotto baypassando totalmente i controlli imposti dall’Europa. Ma chi figura tra i titolari di queste cooperative? Un volto noto della politica padana, quel Giovanni Robusti ex parlamentare della Lega Nord, rappresentante dei produttori lattieri ed ora di nuovo parlamentare europeo grazie alla rinuncia di Bossi che ha optato per il più italiano Ministero delle Riforme. Ma non finisce qui, oltre a Robusti anche un altro allevatore ‘padano’ e attuale parlamentare leghista è tra gli inquisiti. Da qui forse nasce l’imbarazzo del Ministro Zaia nell’affrontare il problema allevatori del Nord Italia?
Imbarazzo aggravato dal fatto che per far girare meglio la ruota delle compensazioni gli allevatori si sono serviti di una banca. Non una banca qualsiasi ma una vera e propria banca padana. Quella Credieuronord che è balzata alla ribalta delle cronache per essersi guadagnata un insolito record: nascere e morire nel giro di tre anni o poco più lasciando a bocca asciutta e tasche vuote circa 3000 piccoli azionisti tutti rigorosamente padani doc. Insomma una patacca nordista con tutte le regole e i crismi del tanto vituperato pacco napoletano.
Come fare quindi a risolvere i problemi degli allevatori padani se questi hanno pure sul groppo rinvii a giudizio con accuse così pesanti? Come fare a far finta di niente sapendo che una Banca che vedeva nel suo Cda “la meglio nomenclatura leghista” ha consapevolmente e volutamente omesso di segnalare operazioni per diverse centinaia di migliaia di euro che aggiravano le leggi comunitarie? A Zaia, ragazzo per bene dal futuro radioso, mi sento di dare un consiglio: prenda tempo, vada in un alpeggio in Valtellina per un periodo di riflessione e al suo ritorno dica chiaramente che certe cose in Padania non s’hanno più da fare!E perdinci, che vacche le vacche padane.

Rosanna Sapori

Nucleare, in Francia una fuga dietro l’altra

nuke01.jpgTricastin, Romans – Sur – Isere, Saint Alban e ancora Tricastin. Nelle centrali nucleari francesi si susseguono le fughe radioattive e per la quarta volta negli ultimi 20 giorni è scattato l’allarme rosso in un impianto transalpino, in un periodo già molto travagliato per l’atomo europeo dopo l’incidente accaduto ai primi di giugno in Slovenia nella centrale nucleare di Krsko ed i 4 incidenti registrati in Spagna a luglio in soli 12 giorni nella centrale nucleare di Cofrentes nei pressi di Valencia.

A Tricastin lo scorso 8 luglio le autorità francesi resero nota la fuoriuscita nell’ambiente, avvenuta il giorno precedente, di 74 kg di uranio. A Romans – Sur – Isere lo scorso 18 luglio l’Autorithy per la sicurezza nucleare francese ammise la fuoriuscita di acque contaminate da elementi radioattivi, pur assicurando che l’incidente non aveva determinato impatti ambientali. A Saint Alban lo scorso 21 luglio 15 operai vennero contaminati dalla fuoriuscita di liquido radioattivo. Ieri 23 luglio, nuovamente a Tricastin 100 operai sono stati contaminati da elementi radioattivi di cobalto 58 fuoriusciti da una tubatura del reattore numero 4 fermo per manutenzione ed immediatamente evacuati dalla centrale.
Proprio intorno al sito nucleare di Tricastin, fra i più grandi al mondo, che non comprende solo la centrale, ma anche una serie di laboratori che lavorano l’uranio grezzo e depositi per le scorie radioattive, sembrano emergere molti scampoli di realtà, fino ad oggi sottaciuti, in grado d’incrinare più di una certezza riguardo alla capacità francese di gestire al meglio le conseguenze di quella sorta di “patto con l’atomo” che in Francia (dove il 78% dell’energia consumata viene prodotta dalle centrali nucleari) ha creato il mito dell’energia “facile”, pulita ed a buon mercato.

Gli incidenti nel sito di Tricastin avvengono da oltre 30 anni, anche se spesso sia la dinamica sia le conseguenze degli stessi sono state tenute nascoste per evitare polemiche e proteste.
Già dal 1964, prima ancora che sorgesse la centrale, il sito ospitava un deposito di scorie radioattive, provenienti da una vecchia fabbrica militare per l’arricchimento dell’uranio, stoccate senza alcuna precauzione, che avrebbero determinato nel corso del tempo la migrazione di 900 chilogrammi di uranio all’interno delle acque sotterranee che riforniscono i pozzi delle famiglie della zona. Ad esso si è aggiunto il deposito per scorie nucleari della Sogema, la società che a Tricastin arricchiva l’uranio per la costruzione degli ordigni nucleari, che contiene 700 tonnellate di scorie radioattive sepolte sotto un cumulo di quattro metri di terra
Nel 1986 una fuga di esafluoruro d’uranio dalla centrale portò il livello di radioattività dell’aria a 130 bequerel per metro cubo, «quando il dato normale è di 0.00001». Nel 1991 si verificò lo sgocciolamento di nitrato d’uranio sulla ferrovia della Sogema,. Nel 1997 si verificò una fuga di uranio arricchito nei terreni. Solamente un paio di settimane fa a due chilometri di distanza dalla centrale sono state trovate falde freatiche e pozzi privati dove il tasso di uranio rilevato dall’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare Irsn, arrivava a punte di 64 microgrammi per litro, ben oltre i 15 ammessi dall’Oms per dichiarare potabile l’acqua.

Energia facile, pulita ed a buon mercato che inizia a manifestarsi sempre più lontana da una realtà costretta a specchiarsi con il dramma dei lavoratori sottoposti alla contaminazione radioattiva e degli abitanti dei comuni che sorgono in prossimità del sito di Tricastin, costretti a convivere con la paura e privati perfino dell’acqua, essendo ormai proibito berla, nuotarci, mangiarne il pesce ed irrigare i campi, destinati ad inaridire in questa fetta di pianura francese immolata, come tante altre, sull’altare di un atomo che sta iniziando a scolorare e preoccupare sempre più.

Marco Cedolin

da: http://marcocedolin.blogspot.com

Gli alfanoidi

Popolo bue

buoi.jpgIn Italia c’è sempre un argomento da propinare al popolo bue per distoglierlo dalla attenzione dai problemi reali. Il nostro mitico Berlusconi ne ha trovato un altro: le intercettazioni. Mamma mia! E che cosa hanno intercettato di così compromettente?
La telefonata tra Berlusconi e Sacca, in cui Berlusconi raccomanda due giovincelle a Saccà, il quale si è prodigato in millanta ossequi al padrone Berlusconi.
Una vera persona degna di ogni rispetto, secondo Saccà, ma di che cosa? Di dare il buon esempio di un’Italia onesta e perbene? Ma dove? Di usare il proprio potere per il bene comune? Ma dove? E allora, siccome si scoprono tutte queste cosette un po’ scomode per il “povero” Berlusconi, non è bene che il popolo bue sappia che cosa realmente combina l’attuale premier. Eh no! Non è bene che la gente sappia che l’onorevole Carfagna, stando a quanto riferito dalla stampa argentina, è diventata ministro per aver fatto un “servizietto” a Berlusconi, come risulterebbe a da un’altraintercettazione telefonica. Eh no! Non è bene che la gente lo sappia. E allora? Cosa succede nei Paesi esteri? Succede che il premier si dimette e che, magari, chieda anche scusa ai cittadini. Da noi invece, siccome siamo sempre i migliori, non solo il premier non si dimette, ma non chiede neanche scusa ai cittadini. Colpa dei giudici! Colpa di chi fa le intercettazioni! Non è colpa di chi combina certe furbate!
Questi sarebbero i veri problemi: l’immunità parlamentare da reintrodurre, impedire le intercettazioni (così i politici faranno le loro porcate senza che la gente lo sappia, no?).
E’ l’economia? L’Italia è in fase di stagnazione e di calo dei consumi, e questo non è forse un problema? I prezzi dei carburanti sono alle stelle, e questo non è forse un problema? Ma no, cosa volete che sia di fronte ai problemi dei giudici che si permettono di usare le intercettazioni nei processi? Che cosa volete che sia se Bassolino ha preso tangenti sull’immondizia di Napoli? Che cosa volete che sia se il governatore dell’Abruzzo Del Turco sia finito in manette per lo scandalo sanitario? Ma insomma, ma perché queste intercettazioni? Perché questi giudici devono applicare le leggi? Non è possibile… E che dovrebbero fare, caro Berlusconi e cari politici di destra e di sinistra? Andare a giocare a dadi? L’Italia sta colando economicamente a picco e noi abbiamo dato in mano il governo a gente del genere? E poi ci lamentiamo? Ma di che cosa? Governo ladro e anche opposizione ladra.

Raf Perugini

Bassolino jr

(m.m.) Che cosa sta succedendo nei conti degli enti locali italiani? Che sorprese ci riserveranno i conti quando sarà determinato l’esatto ammontare dei debiti relativi ai cosiddetti swap o derivati? La situazione non è rosea. Il comune di Milano è finito sotto inchiesta da parte della procura meneghina proprio per i derivati. Tra gli indagati per la stessa vicenda c’è pure il figlio di Antonio Bassolino (quest’ultimo governatore della Campania in quota al PD). La notizia è apparsa sul sito del Corriere. L’ho ripresa perché meritevole, secondo me, di molta attenzione.

Aim, la città e le scelte

Durante le ultime otto settimane le voci sul futuro di Aim si sono rincorse e moltiplicate. Attualmente non si conosce quale sarà la composizione del prossimo consiglio di amministrazione a San Biagio.

I PRIMI SCENARI. Poco dopo l’elezione di Achille Variati (Pd) a sindaco sembrava che la presidenza fosse appannaggio sicuro di Ubaldo Alifuoco, a palazzo Trissino girava voce che la cosa non dispiacesse affatto allo stesso primo cittadino. Poi però l’euforia del centrosinistra per l’inattesa vittoria sul centrodestra si è chetata; nei corridoi del potere sono cominciati i distinguo.

LA SVOLTA. Ad Alifuoco (del Pd, come al collega di banco e di partito Marino Quaresimin) ampi settori della maggioranza e della opposizione riconoscono di avere fatto un buonissimo lavoro in aula, proprio in relazione alla vicenda della municipalizzata. Molte delle staffilate più dure nei confronti del vecchio management (ora alle prese con guai giudiziari) sono partite proprio da Alifuoco e Quaresimn. Ai quali va però affiancato l’instancabile lavoro di spada e fioretto dell’ex consigliere verde Ciro Asproso, nonché il lavoro incessante ‘di clava’ dell’ex consigliere Franca Equizi, probabilmente la più intransigente oppositrice della passata amministrazione della Cdl.

Alifuoco però ha una sua storia particolare. Le sue vicinanze con i salotti cittadini di Assindustria non sono mai state viste di buon occhio da molti esponenti del centrosinistra, anche nel Pd. Idem la sua vicinanza all’onorevole leghista Manuela Dal Lago. L’ipotesi, solo l’ipotesi, che Alifuoco potesse pensare, una volta presidente, di avallare un piano di dismissioni parziali di Aim, già a maggio aveva mandato in fibrillazione molti ambienti della politica e dell’economia locale. Quali? Quelli ovviamente che non condividevano il futuro di una spa comunale nella quale il ramo energia sarebbe finito in mano a una cordata di imprenditori cittadini (il progetto è conosciuto col nome di piano Borra ed è stato ampiamente illustrato sulla stampa cittadina).

LA PROSPETTIVA. Durante gli ultimi giorni le cose sembrano cambiate. Pare che gli sponsor di Alifuoco si siano momentaneamente quietati. Prende corpo l’idea di una Aim in mano ad un manager super-partes, di fama nazionale. Questo almeno riporta la stampa locale. Ammesso pure che i giochi di potere sul versante di San Biagio abbiano per un momento perso peso, sullo sfondo però rimane la domanda più importante.

Quale sarà il futuro della municipalizzata? Quale sarà, sul piano generale, la strategia che il nuovo consiglio di amministrazione dovrà seguire? L’unico organo deputato a decidere a tal proposito è il consiglio comunale. Sarà l’aula a decidere se Aim rimarrà una realtà cittadina, se si aprirà ad alleanze provinciali o di più ampio respiro. Personalmente ritengo che Aim debba mantenere un profilo cittadino o puntare ad una grande multiservizio provinciale con Schio e Valdagno. La privatizzazione va osteggiata senza indugio. Prima di ogni slancio in avanti però l’azienda va risanata e rimessa in carreggiata. Servono impegno e dedizione. In questi anni difficili sia il consiglio comunale che la città tutta dovranno essere messi in grado di controllare la situazione nonché di valutare l’operato dei manager, della giunta e dello stesso consiglio. Gli azionisti della compagnia siamo noi cittadini. Il resto sono chiacchiere.

Marco Milioni

Invitiamo Mattrach a Vicenza/2

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