Archivio di maggio 2008
Ecco l’ultimo numero de La Sberla
Finalmente on line l’ultimo numero de La Sberla. Scarica qui il file in formato pdf.
Non mi ci riconosco più
Io non mi riconosco più nel mio Paese. Ogni volta che torno da un viaggio all’estero, e ho quindi quel “recul”, quel distacco che è necessario all’osservazione e che manca quando stai troppo dentro una situazione, vengo colpito da come ci siamo ridotti. La straordinaria maleducazione, il cinismo, l’indifferenza. Il lettore ricorderà, forse, quel povero portinaio precipitato dal quarto piano sulla strada, a Porta Pia a Roma. Ebbene, i passanti tiravano dritto, presi dai loro impegni, e se il cadavere si trovava proprio sulla loro direttrice, lo scavalcavano. In un’Italia d’altri tempi non sarebbe stato nemmeno pensabile.
Ma ciò che più mi colpisce è la nostra volgarità. Eppure non è stato sempre così. L’italiano era anzi conosciuto per una sua naturale e popolana grazia, che insieme alle città d’arte, oggi distrutte dal turismo di massa, e alla bellezza del territorio, oggi distrutta dalla cementificazione, era uno dei motivi che attiravano i ricchi inglesi e francesi a fare il classico “tour d’Italy”. Ma non è necessario risalire all’Ottocento o ai primi del Novecento per ritrovare questo tipo d’italiano. Rivedetevi, se vi capita, i filmati dei funerali di Fausto Coppi, seguiti da un’enorme folla di estrazione ovviamente popolare. La gente è vestita modestamente, ma è composta e dignitosa. I volti sono intensi e persino belli nella loro asciuttezza. Nessun sgangherato applauso accoglie la bara all’uscita dalla chiesa. La folla onora in silenzio il suo campione. La commozione, autentica, è tutta interiore. Ho citato i funerali di Coppi perché mi sono ben presenti, ma la stessa antropologia la trovate in qualsiasi documentario degli anni ’50. Oggi se ti azzardi ad accendere la TV sei investito da spettacoli orripilanti: gente che ti rovescia adosso i suoi sentimenti più intimi e persino le proprie budella (del resto non c’è una pubblicità che reclamizza un prodotto che “ti aiuta a ritrovare la tua naturale regolarità”?). Cammini per le strade della tua città e sfiori i tavolini di certi locali trendy, carissimi, popolati da un sottobosco dai mestieri inefinibili, griffati dalla testa ai piedi, inguaribilmente kitsch. Non sanno che Lord Brummel diceva che la vera eleganza è quella che non si nota. Ma probabilmente non sanno nemmeno chi fosse Lord Brummel. In compenso sanno benissimo chi è Luisa Corna. A noi ci ha rovinato il benessere. Con questo delirio degli “status symbol”, queste sfacciate opulenze, vere o presunte, il disprezzo per i poveri, nessuno accetta più di stare nei propri panni. E la volgarità è proprio un “non stare nei propri panni”. Un primitivo può essere rozzo, ma non è mai volgare. Voi avrete forse visto, a volte, all’aereoporto certe gigantesche principesse nere avvolte nei loro abiti tradizionali. Sono eleganti. Vestite all’occidentale sarebbero ridicole. Ecco noi, con questa smania di uscire dall’anonimato della società di massa, siamo diventati ridicoli. Un’altra cosa che mi colpisce è il crollo di un elemento decisivo per la coesione di una società. Di qualsiasi società, vale a dire l’onestà. Quando ero ragazzino, negli anni ’50, l’onestà era un valore per tutti. Per la borghesia, se non altro perché dava credito, per il mondo operaio, per non parlare di quello contadino dove la classica stretta di mano valeva, come suol dirsi, più di qualsiasi contratto. Chi tradiva questi principi di lealtà verso i propri concittadini veniva inesorabilmente emarginato. Oggi avviene il contrario. Guardo alla tv i nostri uomini politici, di destra e di sinistra, e mi chiedo perché mai questi personaggi da avanspettacolo devono comandarci. E il ricordo va all’austerità di Luigi Einaudi, di Alcide De Gasperi, di Giorgio Amendola, di Giovanni Spadolini. Il mondo è cambiato, si dirà. È vero. Oggi, in Italia, si può diventare ministri arrivando direttamente dallo show-business. Giorni fa un amico londinese mi diceva, con una piega beffarda che gli stirava le labbra sottili: “Qui in Gran Bretagna si ride di voi”. Ho risposto: “Non c’è bisogno di essere stati educati ad Oxford per ridere dell’Italia. Neanche nel Burkina Faso ci prendono sul serio”.
Massimo Fini
da: www.gazzettino.it
Travaglio sul caso Schifani
Io vorrei sfogliare con voi i giornali della settimana per mostrare quali sono i problemi che affliggono l’informazione dei quali tutti noi, tutti voi credo, siamo molto preoccupati. Parto da un caso che mi ha coinvolto ma che, in realtà, non è il mio caso: si chiama “caso Schifani” anche se molti l’hanno chiamato “caso Travaglio”. Dieci giorni fa sono stato da Fabio Fazio a raccontare alcune cose già presenti in alcuni libri mai querelati e in alcuni articoli querelati da Schifani che però ha perso la causa perché un giudice ha stabilito che tutto quello che aveva scritto di lui l’Espresso era sostanzialmente vero, non c’era alcuna diffamazione. Quella sera, come già mi era capitato sette anni fa quando ero andato a presentare un altro libro nelle stesse identiche condizioni da Daniele Luttazzi, è intervenuta la prima gallina che fa l’uovo, sempre in questi casi, cioè l’allora ministro e ora capogruppo del Popolo della Libertà provvisoria Maurizio Gasparri il quale ha dichiarato che ci sarebbero state delle conseguenze politiche. Per un attimo mi sono domandato “fanno dimettere Schifani?”, in realtà volevano far dimettere me da non so cosa e far cacciare tutti i capi possibili e immaginabili della Rai come se io avessi chiesto il permesso o addirittura avessi ricevuto ordini dai capi della Rai, figuriamoci, per dire quelle cose. Mi ha molto colpito il fatto che tra i più solerti a intervenire contro il fatto che avessi raccontato una cosa vera, documentata e già nota, c’è stato il direttore di Rai3 Paolo Ruffini, già noto per aver collaborato alla chiusura del programma di Sabina Guzzanti “Raiot” – anche lì perchè si dicevano troppe cose vere tutte insieme. Ha dichiarato che ho “gratuitamente offeso la seconda carica dello Stato”. Effettivamente era gratis, perché nessuno mi ha pagato per farlo. In realtà, Ruffini ha un conflitto di interessi quando parla di Schifani. Forse nessuno, o pochi, lo sanno ma Paolo Ruffini non è [solo] omonimo dell’ex ministro democristiano e dell’ex Cardinale di una certa Palermo anni Settanta: è il figlio del ministro e il nipote del Cardinale. Ma di più: la mamma del direttore di Rai3 Ruffini è la sorella dell’On. La Loggia che non è omonimo dell’attuale parlamentare di Forza Italia (che era socio di Schifani e di Nino Mandalà, poi condannato per mafia, nella famosa società Siculabroker tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta): è proprio lui! Praticamente, Ruffini è il nipote di La Loggia. Quindi, le storie della Siculabroker gli basterebbe fare un giro di opinioni in famiglia per conoscerle. (LEGGI TUTTO)
Marco Travaglio
da: www.beppegrillo.it
Segreto di Stato e scorie
I siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori potranno essere coperti da segreto di Stato. Lo prevede il decreto entrato in vigore il primo maggio, quindi del governo Prodi. Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 aprile 2008, numero 90. Prevede che: “Nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento”. “Le amministrazioni non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno, comunque, facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione”. “Sono suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti, le attività, i luoghi e le cose attinenti alle materie di riferimento”. L’articolo 261 del Codice penale prevede per chi rivela un segreto di Stato una pena non inferiore ai cinque anni di reclusione. Se un sindaco dovesse divulgare ai suoi cittadini l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel suo comune finirebbe in galera. Se un sindaco non informasse i cittadini tradirebbe il suo mandato nei loro confronti. I nostri dipendenti ci trattano come dei sudditi. Se la nostra volontà non coincide con la loro cambiano le leggi, impongono il segreto di Stato sui rifiuti tossici, sulle centrali nucleari. Gli altri Paesi hanno il segreto sulla sicurezza nazionale, sulle basi militari. Noi abbiamo il segreto di Stato sulla spazzatura, su chi ci avvelena, sulle sue motivazioni, sui suoi interessi. Le centrali nucleari non sono una soluzione per l’energia. I maggiori esperti mondiali sono d’accordo e attraverso il blog raccoglierò le loro testimonianze. Gli inceneritori non sono una soluzione per lo smaltimento dei rifiuti. I maggiori esperti mondiali sono d’accordo e attrraverso il blog raccoglierò le loro testimonianze. Il cittadino ha il diritto di essere informato sulle scelte dei suoi dipendenti. Prodi ha firmato il decreto, Veltrusconi lo userà, ma i cittadini non rimarranno a guardare. Libera informazione in libero Stato.
Il mio amico Dragan
Ricevo e pubblico integralmente.
Il mio amico Dragan suona la fisarmonica seduto sul marciapiede del corso principale della mia città.Ha un piccolo cucciolo di cane accovacciato a fianco e una immagine sacra accanto ad un piattino. Dragan ha una moglie vestita con una lunga gonna scura ed un foulard e quattro figli rimasti in Serbia. Ogni volta che mi vede mi lancia un sorriso sdentato e intona una delle canzoni che mi piacciono. Non mi chiede soldi e si informa sempre se sta bene la mia famiglia. Si accontenta di poco, una moneta che qualche passante generoso lascia nel suo piattino, ma la maggior parte passa avanti distratta, sorda alle sue melodie. Dragan ogni sera riparte con la sua enorme fisarmonica, la seggiolina, lo sgabello, il cucciolo di cane, e lo vedi camminare a fatica, appesantito dal suo fardello e dagli anni, con a fianco la vecchia moglie e un amico cieco con una lunga canna bianca. Non so se Dragan sia un nomade, uno tzigano, uno zingaro, non me l’ha mai detto e io non l’ho chiesto, ma ogni volta che da lontano sento le note della sua fisarmonica, sorrido anch’io, perché la mia città mi sembra più allegra e la vita più leggera. Dragan probabilmente oggi ha paura, perché in Italia si è aperta la caccia allo zingaro, al diverso, all’immigrato irregolare, e la violenza non fa distinzioni, colpisce alla cieca. Quello che sta succedendo nel nostro paese, i campi dei nomadi bruciati a Napoli dalla camorra, nel plauso della popolazione che evidentemente dimentica (o tollera piu’ facilmente) le centinaia di morti ammazzati dalla camorra stessa nelle strade della Campania, con le famiglie dei rom, donne anziani e bambini, costretti a fuggire terrorizzati nel cuore della notte, ricorda molto da vicino “i pogrom” del secolo scorso nell’Europa dell’Est, le “pulizie etniche” balcaniche, ed e’ indegno di una nazione civile. Il clima generale di paura e diffidenza, alimentato e cavalcato irresponsabilmente da politicanti senza scrupoli, ha dato la stura ai sentimenti peggiori, all’odio, alla xenofobia. La responsabilità individuale dinanzi alla legge per i reati commessi, da punire giustamente con la necessaria severità, è diventata responsabilità collettiva di tutto un popolo, una responsabilità etnica di stampo razzista, nello spregio totale delle piu’ elementari regole del diritto in quella che è considerata la culla del diritto. Non si chiede solo la giusta punizione dei responsabili dei reati, o il rispetto delle regole, ma “l’espulsione” dalla nostra società di tutti i nomadi, comprese donne e bambini, e alcuni, a forza di sentir palare di ronde, si sentono autorizzati a farsi giustizia da se’, in un crescendo di isteria collettiva.Intanto il nuovo governo, invece di fermare questa deriva di violenza, si produce in spettacolari arresti ed espulsioni di massa di immigrati irregolari, quasi a voler dare un segnale tangibile alla marea montante dell’odio per il diverso. Nel paese dell’impunità dei potenti, si pensa addirittura di istituire una nuova figura di reato, il reato di “ clandestinità”, magari mettendo in galera o relegando per sei mesi nei Cpt, le migliaia di badanti irregolari che svolgono un prezioso lavoro sociale per le famiglie italiane. Il nostro paese, per secoli terra di emigrazione, sta smarrendo i suoi valori fondanti e il concetto di solidarietà viene lasciato a poche anime belle. In questo contesto, mentre anche la Spagna di Zapatero accusa il governo italiano di xenofobia e l’Europa comincia a interrogarsi attonita, la nostra opposizione parlamentare tace, invece di denunciare con forza questa situazione, e Veltroni inaugura la stagione della “ concordia” e delle riforme condivise con chi sta progettando di portare l’esercito nelle nostre città contro i pericolosi migranti. Non so se Dragan suonerà ancora le sue belle melodie balcaniche con accanto il suo cagnolino: tira una brutta aria in Italia, un vento maligno di intolleranza e razzismo.
Mattia Pilan
Tre metri dentro al culo

Ricevo e pubblico integralmente
Anche Vicenza ha il suo ponte Milvio; è ponte degli Angeli dove i seguaci di Gin e Step del libro ‘Ho voglia di te’ scritto dal vate del nulla Ferico Moccia, hanno agganciato il loro eterno amore, tra una discussione su Amici della De Filippi e un’altra sui tronisti di ‘Uomini e Donne’. Insomma Moccia e i suoi seguaci (i mocciosi di ‘Tre metri sopra il Cielo’) sono sbarcati a ponte degli degli Angeli, ma è ora che il nuovo sindaco i loro lucchetti li butti nel fiume. Ache questo sarebbe un segno di discontinuità con la precedente amministrazione. Se continua di questo passo, a forza di auto-rincoglionirci, non saremo tre metri sopra il cielo ma ce lo metteranno tre metri dentro al culo, visto che Moccia è parte integrante di quel sistema di mezzi di distrazione di massa che tanto va per la maggiore.
Raffale Bonini
Il portavoce J&B anzi JBD
(m.m.) A leggere Il Giornale di Vicenza di oggi si apprende che l’attuale sindaco Achille Variati sia intenzionato ad assumere Jacopo Bulgarini D’Elci in qualità di portavoce personale, alla stregua di quanto fece il suo predecessore. Spero che Variati abbia il buon gusto di pare di tasca sua il suo portavoce. Se così non fosse si esporrebbe alle critiche che avevano caratterizzato l’assunzione dello speaker personale di Enrico Huellweck.
Pasticci di giunta
Durante gli ultimi due anni l’azione del centrocentrosinistra vicentino nei confronti della vecchia giunta della Cdl è stata durissima. Soprattutto nel versante di Aim. Le accuse al vecchio cda sono state continue proprio in ragione delle cattive performance della spa di San Biagio oppressa da una forte esposizione finanziaria nonché da grane giudiziarie che funenstano tuttora i componenti del precedente board della multiservizio vicentina. Di più, durante gli ultimi anni il forcing politico del centrosinistra nei confronti della vecchia maggioranza ha interessato particolarmente il caso Marghera. Nello specifico i colonnelli del centrosinistra (ma non solo loro) hanno messo sulla graticola l’acquisizione della piattaforma di Marghera da parte di Aim. Piattaforma ambientale (posto sotto sequestro e non remunerativa sul piano economico, tanto si leggeva nelle cronache locali) che apparteneva a Carlo Valle e che lo avrebbe tratto in salvo dalle secche finanziarie proprio grazie ad un esborso maggiorato da parte di Aim. Esattamnete un anno fa era cominciata la bufera giudiziaria su Aim e in quel frangente le critiche della minoranza aumentarono di intensità. L’affaire Marghera venne fatto politicamente a pezzi. Nell’occhio del ciclone finirono Beppe Rossi (area An, all’epoca presidente di Aim) e Carlo Valle, chiacchieratissimo imprenditore legato al mondo dello smaltimento dei rifiuti. Piccolo particolare: a stabilire il valore del tanto vituperato concambio fu il commercialista (area Pd) Gianni Giglioli. Stranezza delle stranezze Giglioli (nel riquadro tratto dal sito de Il Giornale di Vicenza) risulta anche come superconsulente del cda di Aim in una funzione che non è mai stata chiarita. Lo stesso consulente venne accusato in sala Bernarda dal consigliere Franca Equizi di essere molto vicino ai piani alti dell’Assindustria berica. J’accuse mai smentito. Ma la cosa che pare incomprensibile è che lo stesso personaggio, indirettamente messo sulla graticola per il caso Marghera proprio dal centrosinistra, ora che il Pd ha conquistato la poltrona di sindaco, finisce proprio a fare l’assessore con delega alle Aim. Come mai? Oltretutto il neoassessore alle partecipazioni municipali dovrà spiegare alla città se intende chiarire la sua posizione in merito alla sua carica di socio al 5% nella immobiliare berica SA spa. Società i cui veri titolari sono occulti perché riparati dal solito giochino delle scatole cinesi coperte da società fiduciarie. Non è una gran partenza per la nuova giunta del Pd guidata da Achille Variati.
Marco Milioni
La strana giunta
Ci sono due strani articoli oggi sulla stampa locale. Sono un po’ criptici. Il primo è a firma di Ivano Tolettini e approfondisce la questione, tra le altre, di un possibile coinvolgimento dell’ex sindaco Enrico Huellweck nella vicenda giudiziaria di Aim. Il secondo, ancora più criptico, è a firma di Giuliano Zoso (pubblicato sul Corriere Veneto) e traccia una prima panoramica sulla nuova giunta berica. Chi è esperto in decriptazione giornalistica si accomodi…
Governo ombra e ombra di governo
Se Berlusconi è l’imitazione ridicola di un politico, Veltroni è l’altra faccia della stessa medaglia. Guardando ai nomi di coloro che Veltroni ha chiamato a formare il c.d. governo ombra abbiamo sussulti «ridaioli», perché troviamo nomi di gente che nel governo, o giù di lì, c’era quando, scapoli furbacchioni non avevamo ancora ceduto alle lusinghe matrimoniali. Guardando ai nostri figli, ormai in età matura, possiamo solo scuotere la testa ed essere rammaricati per il fatto che il «topo grigio» di grillesca definizione non ha seguito la sua asserita inclinazione missionaria, in terra d’Africa. Se il governo Berlusconi ci sembra più pronto per uno studio fotografico ove si realizzano i calendari sexi, quello di Veltroni ci sembra l’immaginifica trasposizione di un ben preciso sito di Gerusalemme: il muro del pianto! Potremmo dire povera Italia e poveri italiani ma, in verità questi, non ci fanno alcuna pena. Votano come tanti pecoroni l’uno dopo l’altro mugugnando ormai detesticolarizzati. Speriamo solo di vederli racattar radici per poter soddisfare almeno le brame della fame. Il problema vero è se sia il governo ombra l’espressione ectoplasmica della politica, o l’effetto dirompente di un eccesso d’uso di quella che a Venezia si chiama «ombra». Ma ad imbarazzare i toni intellettualistici della nostra politica, arriva il problema, di cui non ci importa nulla, di dover piazzare le autoreggenti rosse della politica, e, soprattutto, il c.d. «governo penombra» della Mussolini. Non abbiamo certo simpatia per Mussolini Benito e basta pensare alle centinaia di migliaia di morti delle seconda guerra mondiale per condannarlo in eterno ad un impietoso giudizio di spregio. Ma, aveva un suo carisma, disastroso certo, ma pur sempre carisma. Purtroppo per lui non bastava l’impietoso giudizio della storia: doveva capitare pure la nipote, nota per la raffinatezza della sua espressione culturale, per la squisita finezza ed eleganza dei lineamenti, e per aver recitato in films di alto contenuto culturale, che, non sapendo che fare e che dire, invece di ringraziare per il posticino ben remunerato ricevuto da chi invidia molto la democratica liberalità del nonno, pur avendo lei gli stessi voti del Presidente della cooperativa bocciofila di Gattinara, ha inventato questo governo penombra. Comprendiamo che guardando ai films di alto contenuto culturale da lei recitati abbia un po’ di invidia nei confronti delle foto artistiche della Carfagna, ma gli anni passano per tutti. Va detto che, allora, la Mussolini non ebbe aiuti chirurgici! A questo punto pensiamo sia opportuno affogare nell’alcool la nostra demoralizzazione cui osta però il fatto che siamo quasi astemi. Abbassiamo le tapparelle in segno di lutto e, declinando le generalità, cerchiamo di farci passare per apolidi.
Il signore delle voci