Archivio di gennaio 2008
Alifuoco: Aim disastro annunciato
(M.M.) «Il disastro di Aim era stato preannunciato con dati e cifre dal sottoscritto già cinque anni fa». Ha usato queste parole stasera Ubaldo Alifuoco (Pd) durante il su intervento in consiglio comunale di Vicenza mentre si discuteva il piano di riordino di Aim. Il consigliere democratico, uno degli alfieri dell’opposizione di centrosinistra nella battaglia contro il vecchio management, ha parlato del sindaco azzurro Enrico Huellweck come di una persona «ormai inchiodata alle sue responsabilità per avere fornito appoggio politico a manager le cui lacune sono state riconfermate dall’amministratore unico pro-tempore Mauro Zanguio».
Vecchia e cara Sit, soprattutto cara
Non voglio sembrare contraddittorio, ma c’è una bella ricostruzione su Il Giornale di Vicenza di oggi a firma di Piero Erle. In questo articolo si fornisce il dettaglio sul prezzo di acquisto della Sit da parte di Aim. Leggendo le cifre snocciolate dal maggior quotidiano berico si intuisce che la stessa Sit sia stata comperata dagli ex vertici di San Biagio ad una cifra di circa nove volte rispetto al capitale inizialmente versato dai soci. Complimenti per l’articolo : sì lo so io sono quasi sempre tremendo con Il Giornale di Vicenza quando si comporta in modo scorretto, ma lo lodo quando fa molto bene il suo mestiere. Faccio notare peraltro che i rilievi che muove Erle La Sberla li aveva messi nero su bianco in un post del mio amico Raf Perugini già il 15 novembre. Forse non abbiamo fatto abbastanza baccano, forse non era il momento giusto, forse Giuseppe Rossi non era ancora divenuto ufficialmente l’agnello sacrificale dell’affaire San Biagio. Rilevo ancora però, tanto per non sembrare tenero con Bepi Mattonella, che quest’ultimo dovrebbe spiegare come mai la Sit da lui guidata compra la sede in uno stabile di Parco Città (orrendo, degno di una ditta che si occupa di rifiuti) che ha costruito lo stesso Rossi. Quali e quanti passaggi di proprietà ha avuto quello stabile? Per caso l’acquisto da parte di Sit, che una sede già l’aveva, ha finito per avvantaggiare qualcuno? Magari ha finito per alleviare la posizione di qualche imprenditorotto vicino a Fi o ad An? Tengo a precisare, per dovere di cronaca, che i signori Alberto Filosofo, di area azzurra e Beppe Rossi, di area An, siedono od hanno seduto contemporaneamente nel cda di Sit. Vorremmo sapere se la procura stia indagando anche sull’acquisto del cubo di vetro di Parco Città da parte della stessa Sit. Ah dimenticavo. Stasera si vota il piano di riassetto di Aim. Più che in sala Bernarda la delibera andrebbe discussa all’Ucciardone.
Marco Milioni
Il giornale più venduto della città
Le statistiche dicono che Il Giornale di Vicenza sia il più venduto in città. Sì, Il Giornale di Vicenza è una corazzata locale sotto questo profilo. Ma quanto ad onestà intellettuale? Forse il foglio della Confindustria locale meriterebbe una riclassificazione: da quotidiano a magazine di satira. Sì perché è solo così che mi posso spiegare la manipolazione stracciona delle notizie ad opera dell’ammiraglia di viale San Lazzaro. Passo alla dimostrazione. Due giorni fa è scoppiato un vero e proprio casino. Il sindaco di Vicenza, in relazione alle marachelle dei vertici di Aim nell’affaire San Biagio-Valle, decide di querelare tra i membri del vecchio cda solo Beppe Rossi. Gli altri sono lasciati stare. Come mai si colpisce (giustamente) il piastrellista Rossi e non si colpisce (ingiustamente) il resto del vecchio cda? Come mai Il Giornale di Vicenza nei pezzi pubblicati ieri riduce le rimostranze di An al minimo? Perché Il Giornale di Vicenza non prende in considerazione il j’accuse dell’assessore al personale Maurizio Franzina? Quest’ultimo infatti su Il Vicenza di ieri fa delle pesantissime illazioni sul fatto che Aim avrebbe pagato fior di quattrini al GdV in termini di inserzioni pubblicitarie. Smentite dalle aziende direttamente interessate. Un fico secco. Per caso si bastona Rossi perché nel resto del vecchio cda c’è qualche pecorella smarrita che ha in tasca una particolare tessera di partito? An si querela, ma Fi e Lega no. Perché? An è figlia di un dio minore oppure qualcuno sta cercando di trasformare Rossi nell’unico capro espiatorio? Di più. Caro sindaco, per caso Lei ha deciso di non querelare tutto l’ex cda perché in quest’ultimo ci sono due azzurri di spicco? Per caso querelando i signori Bruno Carta e Sandro Bordin si sarebbe ritenuta la cosa uno sgarro all’europarlamentare azzurro Lia Sartori? Per caso Lei ha deciso di non inimicarsi ancora la Sartori visto che la signora è l’unica che le possa garantire uno scranno a Montecitorio o a palazzo Madama quando si voterà per le politiche? Comunque a dimostrazione di ciò che dico si confronti quanto pubblicato ieri dalla stampa locale. Si noti il differente approccio tra Il Vicenza, Il Gazzettino e Il Corriere Veneto da una parte e il GdV dall’altra. Meditate gente, meditate…
L’oro berico non luccica più
(M.M.) Un parcheggio invaso da rivoletti d’acqua grigiastra. L’asfalto di bassa qualità che si sbriciola, una viabilità intricata che si gonfia gome un budello al primo traffico. I capannoni anonimi che si specchiano nelle pozzanghere. Volti imbigiti che dopo dieci ore di lavoro fuggono verso un’auto posteggiata alla meglio. No non siamo in un film della Liverpool o della Detroit dopo il tracollo economico. Non siamo in un’area industriale depressa della provincia di Genova. No, siamo a Vicenza. Siamo all’uscita della scintillante Fiera dell’oro. L’hanno chiamata First, come ‘prima’. Ma forse dovevano chiamarla fist, pugno. Sì il pugno chiuso di chi resta con un pugno di mosche. «Siamo al palo – dice Patrizia messa in piega fiaccata dalle ore di lavoro su tailleur fasciante – gli affari vanno male. Dalla Fiera ci attendevamo di più e poi ormai spuntiamo prezzi da fame». Il nome di battesimo è d’obbligo, il cognome vietato «se il mio titolare sa che parlo con un giornalista mi brucia». Tradotto dal veneto: «Se el me paron el sa che go’ parla’ co un giornalista me brusa viva». Patrizia mi mostra una chiavetta usb. È un’addetta commerciale ma il titolare ha dato un pc portatile, usato, solo al suo collega maschio e così il data base con i nuovi contatti e i nuovi ordini («pochi») lo deve portare in ditta così. A mano. Poi Patrizia sale sulla sua Citroen, vorrebbe cambiarla. Ma la paga non è granché «quasi quasi mi conviene chiedere il part-time. Ho quarant’anni – assai ben portati peraltro – ma mia figlia non la vedo mai. Il tempo lavorato non vale i benefici ottenuti, che sono pochini». Poco più avanti c’è Fabio Lorenzi fiorentino purosangue. Prima di andarsene sulla sua Range Rover nuova fiammante spara una battuta da toscanaccio doc: «La fiera? Sul vocabolario c’è scritto che significa anche belva feroce. E la fiera di Vicenza ci ha morsicato per bene. Ormai non c’è più senso a venir qui. La qualità non è eccelsa e il prodotto acquistato si paga caro. In trent’anni la mia famiglia col laboratorio e con tre negozi ha guadagnato molto bene. Io ho 37 anni e quando babbo chiuderà baracca noi si sceglierà di investire un po’ in borsa e un po’ nel patrimonio immobiliare messo da parte. Farò trading on-line, ma con prudenza perché il mondo s’è popolato di pescecani». Rigorosamente con la ‘c’ aspirata. Giovanni invece fa l’operaio e lavora a Vicenza. La sua ditta di forniture industriali l’ha spedito in fretta in Fiera perché il titolare ha combinato «un casin» con un pannello. «Non c’è organizzazione. Tutto si fa alla rinfusa. I soci litigano tra di loro anche per le fesserie. I miei amici impiegati in fabbrica nel settore orafo hanno cambiato tutti lavoro. Due non l’hanno ancora trovato e presto me ne andrò pure io. Ho paura che tra poco si chiuda. E l’oro oggi è stracaro». Tre piccole storie. Tre storie le quali fanno intuire che il settore orafo a Vicenza nel suo complesso è in crisi. Il fatturato del settore cala. Soprattutto cala l’utile al netto delle imposte. Rispetto agli anni Ottanta e Novanta l’oreficeria offre meno posti di lavoro. Alcuni grandi distretti come Trissino si sono spopolati, imprenditorialmente parlando. Rimangono certamente alcuni grossi nomi che sono stati in grado di sfidare la crisi. Ma il settore nel suo complesso annaspa: Turchia, Cina e India incombono, non a caso quest’anno gli espositori stranieri hanno sorpassato quelli italiani. Ci si domanda a questo punto quale sia il futuro della Fiera. Nodo strategico per l’impresa locale o spazio per noleggiare stand per qualsiasi tipo di rassegna? Pare che l’attuale dirigenza si sia ormai orientata verso la seconda opzione. Rimane però il fatto che i vertici delle associazioni di catgoria, i singoli imprenditori e con loro la politica, non si sono accorti per tempo, durante gli anni ‘90, che erano in arrivo degli sconvolgimenti. Qualcuno ha messo comunque fieno in cascina. Molti altri stanno fiutando il businness del mattone rapace, con la benedizione di amministratori compiacenti. L’ultima sfida, al ribasso, è quella del saccheggio del territorio, mentre il precariato e la cattiva occupazione crescono. Il tutto nonostante gli strombazzamenti trionfalistici letti sui quotidiani, che però mai entrano nel merito dell’andamento dei profitti del comparto dei preziosi. Su questo versante la stampa è totalmente asservita. Non è un caso che l’unico articolo sensato letto in questi giorni è un trafiletto su Il Vicenza di del 21 gennaio, nel quale lo stesso Dino Menarin, a denti strettissimi ammette che la situazione sta volgendo al peggio: «Si recuperi competitività» chiede il presidente della fiera. Logica vuole però che per chiedere un recupero si sia perso molto terreno; ma non lo si deve dire troppo forte. Il flop della categoria è tabù.
Dal Molin no, Ceppaloni sì

Ve la ricoedate la manifestazione del febbraio dello scorso anno? Ve le ricordate 150.000 persone a Vicenza contro la Ederle 2? Ve lo ricordate il monito monocorde dei moderati del centrosinistra? «Non si può pensare di far cadere il governo per dire no alla base». Ve lo ricordate l’ultimatum-editto di ProdiSpogli-BerlusconiDalemaRutelli? Ve le ricordate le assicurazioni ingoiarospi della sinistra arcobaleno: «Non faremo cadere il governo sul Dal Molin per far tornare Berlusconi!». Cazzo! Silvio è lì che si lecca i baffi per tornare a palazzo Chigi… Ve le ricordate le reprimende della stampa ‘moderata’ sulla sacralità dell’alleanza con gli Usa? «Il governo non può cadere sul Dal Molin, una causa stantia, da ideali desueti». Però il governo può cadere per l’arresto della signora Sandra Lonardo in Mastella e perché un paio di magistrati scoprono che la campana famiglia lottizza anche la puzza dei piedi. Gli affari della famiglia sono sì un alto ideale. Complimenti alla sagacia della sinistra arcobalenomipiacelasedia.
Enrico Rosa
I nostri soldi all’editoria privata/2
Era Italia Oggi a pubblicare, insieme a Libero, il 12 maggio 2007, una propria «elaborazione sui dati della Presidenza del Consiglio dei ministri» che riclassificava la tabella sui finanziamenti all’editoria. Se ne ricavava un fondato e inequivocabile documento intitolato: «I grandi giornali battono quelli politici. Sono Corriere, Repubblica e Sole i re del contributo pubblico». Senza conteggiare gli importi di mutui e vecchi contributi per l’acquisto della carta erogati in base alla legge del 1981 e ancora attivi nello stato patrimoniale di molti giornali, la tabella si riferiva ai fondi della Presidenza del Consiglio del 2006 e al credito agevolato relativo al 2004. E assommava sei tipologie di benefici: agevolazioni dirette per stampa di partito, di movimenti e di cooperative; crediti d’imposta (2004), contributi per l’acquisto della carta, riduzione delle tariffe postali per le spedizioni in abbonamento di quotidiani e allegati, costi pubblici della ristrutturazione (legge 416) e provvidenze per la teletrasmissione all’estero. In tutto venivano considerate 54 testate, finanziate per un importo complessivo sui 200 milioni di euro. Ne emergeva un quadro impressionante. La RCS, il Sole 24 Ore e il gruppo Espresso-Repubblica, da soli, incassavano in un anno 58.916.624 euro (rispettivamente 23 milioni e mezzo, 19 milioni e 16 milioni). Più o meno la stessa cifra riconosciuta complessivamente a tutte le testate di partito, di movimento e di cooperativa messe insieme. Altri 20-25 milioni di euro se li aggiudicavano i “giornali indipendenti” regionali o sportivi, con in testa La Stampa (7 milioni di euro), il gruppo Giorno-Carlino-Nazione con più di 3 milioni, il gruppo Caltagirone (Messaggero-Mattino-Gazzettino) con poco meno di 3 milioni e il Corriere dello Sport con quasi 2 milioni. Al quarto posto assoluto, il tricìpite Avvenire (proprietà Conferenza Episcopale, forma Fondazione ed equiparazione a coop) con più di 10 milioni di euro. Al quinto, l’ammiraglia dei giornali politici, L’Unità, con più di 9 milioni. Seguivano l’ineffabile Conquiste del Lavoro con 6 milioni e mezzo, e l’arrembante Libero con 5 milioni e mezzo. Complessivamente, la triade di battaglia politica quotidiana contro i vizi e l’assistenzialismo della politica – Libero, Il Foglio e Il Riformista – risultava mantenuta dall’erario per più di 11 milioni di euro.
Beppe Lopez
dal libro La Casta dei giornali
Edizioni Nuovi Equilibri
I nostri soldi all’editoria privata/1
I contributi pubblici per l’editoria dovevano sostenere i giornali di partito, ma sono andati, per la maggior parte, agli editori privati. In fondo non c’è differenza, perchè i veri giornali di partito sono Il Corriere, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Messaggero, Il Foglio, Il Riformista, eccetera, eccetera. Dietro a questi giornali ci sono gli interessi economici di persone e di gruppi privati. Il salotto buono del Corriere con Ligresti, Passera, Della Valle e Elkann, tra gli altri. La Confindustria, De Benedetti, Berlusconi, Cordero di Montezemolo, Caltagirone… Gli editori sono loro, i soldi sono sempre i nostri.
da: www.beppegrillo.it
Il legislatore da basso impero

«Non emetteremo mai una legge o un provvedimento che possa ridurre anche di un briciolo la libertà dei cittadini e quella sulle intercettazioni sarà la prima legge che approveremo». Lo ha detto Silvio Berlusconi, parlando dal Palapartenope, dove partecipa alla seconda convention internazionale ‘Italiani nel mondo’. «Le intercettazioni – ha spiegato – saranno consentite solo per terrorismo, mafia e camorra». Per chi dovesse ordinare intercettazioni al di fuori di questa categoria, Berlusconi propone «cinque anni di prigione per chi le ordina, cinque per chi le esegue e due milioni di multa per chi le usa». Queste le parole dell’ex premier azzurro contenute in un lancio di agenzia dell’Agi diramato ieri. Il miglior commento arriva forse dal blog di Grillo. Pubblico qui di seguito il suo intervento.
Lo psiconano ha già iniziato la campagna elettorale. Alla sua età gli rimane poco tempo per rovinare in modo definitivo l’Italia. Ha appena concluso in Senato la campagna acquisti con Dini e Mastella. Topo Gigio Veltroni è stato opzionato. Il suo dovere di sfasciare la maggioranza l’ha fatto. Prenderà il posto di D’Alema nella casa circondariale delle libertà e scriverà tanti libri sull’Africa per la Mondadori. Palleggerà anche, di tanto in tanto, con Ronaldo e Cafù nella villa di Arcore. Testa d’asfalto ha già pronto il suo programma elettorale. Una «legge semplicissima» per limitare le intercettazioni «soltanto alle indagini per terrorismo, mafia e camorra». Un atto dovuto ai delinquenti politici, con cinque anni di carcere per chi effettua intercettazioni illegali o le divulga. E, in caso di pubblicazione, «due milioni di multa all’editore». Non capisco questa prudenza. Perché autorizzare le intercettazioni alla mafia? Togliamo anche quelle. E anche alla camorra. Per il terrorismo varrebbe la pena di specificare: quello rosso e basta. Se è nero, non vale. Intercettazioni solo per i comunisti terroristi. Se lo psiconano deve fare una legge del cazzo, tanto vale che la faccia bene. Metti che qualche suo amico sia amico degli amici e riceva una telefonata… e che il giudice non sia in vendita. Sarebbe imbarazzante. La scena della sconfitta di Prodi a Palazzo Madama è un miraggio. Dicono che abbia perso Valium. Non è vero, hanno perso tutti. In aula c’erano le persone che hanno distrutto il Paese. All’appello non mancava nessuno. Festeggiavano, mangiavano mortadella, sputavano, inciuciavano, stappavano spumante, svenivano, insultavano. Il Senato è stato per qualche ora la più grande discarica d’Italia. Questi signori sono nostri dipendenti. Dobbiamo riprendere in mano la nostra vita. Non è quella cosa miserabile che ci hanno fatto credere. Lo psiconano tiene l’Italia in ostaggio da quindici anni. Altri cinque anni non li reggerebbe nessuno. Neppure lui, con o senza le intercettazioni.
Senatus docet
In seno alle istituzioni il parlamento è gerarchicamente sovraordinato rispetto ai consigli regionali, a quelli provinciali ed a quelli comunali. Gianantonio Stella sul Corsera di ieri 25 gennaio 2008 cita una serie di epiteti proferiti dal Senatore Nino Strano di AN: «Cesso! Sei un cesso… Merda, sei una merda…, checca, sei una checca squallida». Il Senatore Tommi Barbato (Udeur), sempre secondo Stella arriva allo sputo. Dieci anni fa – lo si legge sempre nello stesso corsivo – Gianfranco Fini (AN) usò in parlamento questo epiteto: «Siete dei puttani». Il rilievo era indirizzato all’UDEUR. Al quale nello stesso anno Gianfranco Miccichè (FI) si rivolgeva così: «Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi, vermi». Ecco, poichè il parlamento è sovraordinato rispetto alle assemblee municipali, è bene dire che i consiglieri i quali ritengono oltraggiata la res pubblica, usino le medesime parole.
Un consigliere comunale immaginario
Chiesa: non si voti col ‘Porcellum’
Le nostre possibilità di influire sugli eventi sono ridotte, ma dobbiamo comunque agire, per quanto è possibile, dovunque è possibile. In primo luogo chiedendo al Presidente della Repubblica di non sciogliere le Camere. Andare infatti alle elezioni con questa legge elettorale è un insulto alla democrazia e alla Costituzione. Il fatto che ci sia già stato un tale, gravissimo vulnus non è una ragione per ripeterlo. I risultati di questa legge sono sotto i nostri occhi, adesso.Se si devono sciogliere le Camere lo si faccia solo dopo che il Parlamento ha votato una nuova legge elettorale. So bene che le probabilità di ottenere la prima e la seconda cosa sono scarse. Ma ciò non ci esime dal dire quello che pensiamo e dal proporlo. Grave è la responsabilità di tutte le sinistre (quelle finte, quelle moderate, quelle istituzionali, erroneamente definite radicali) di avere permesso, senza dare battaglia, che si compissero gli scippi alla democrazia che ci hanno condotto in questo vicolo cieco. Nel merito: bisogna tornare al proporzionale, con le preferenze, uscendo dalla farsa di questo attuale, finto bipolarismo, basato su un maggioritario truffaldino che è servito alla casta a espropriare i cittadini italiani del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Proporzionale che deve essere corretto con una soglia di sbarramento al 5%. In tal modo si otterrebbero risultati importanti, per la democrazia, cioè per tutti: 1) Togliere dalla scena politica i partitini personali, quelli ceppaloneschi, quelli rospiani, quelli dipietristi. Tutta robaccia che è servita a ricattare il paese, fatta di piccoli ducetti corrotti. Dove andranno a finire, in quale schieramento si collocheranno, non è molto importante: sempre monnezza è. 2) Costringere i partitini della sinistra a coalizzarsi in qualche modo e a non andare in ordine sparso a farsi e a farci massacrare. E impedire ai cretini delle varie ultrasinistre di costruire altri partitini, ancora più piccoli, farciti di falci e martello. Si vada o non si vada a elezioni anticipate disogna dire ai partiti della sinistra istituzionale che li si appoggerà solo a condizione che rinuncino a farsi le loro liste all’interno dei loro apparati. Le liste si dovranno fare all’aperto, insieme ai cittadini, in assemblee pubbliche, a tutti i livelli, alle quali potranno partecipare (e candidarsi) iscritti e non iscritti. Dove possibile si dovranno fare vere e proprie primarie (sul serio, aperte a tutti) dalla quali far emergere proposte vincolanti per le candidature a tutti i livelli. E quei candidati saranno i candidati di tutti, partiti e non partiti. Altrimenti – lo si deve gridare a tutta voce – non vi voteremo. E andrete alla sconfitta, ma senza di noi. Una cosa va detta anche ai cosiddetti “movimenti” (che si muovono, per altro, molto poco). Giunto è il momento di smetterla di coltivare ciascuno il proprio orticello, continuando a parlarsi addossso, ciascuno nella propria nicchia. Non avere fatto nessuno sforzo per un’azione comune – in particolare sul terreno della comunicazione di massa – ci ha portato tutti a dover assistere impotenti a questo disastro politica e istituzionale. Continuando in questo modo si assume una grave corresponsabilità politica, che non può essere ridotta dalla distribuzione gratuita di slogan e parole radicali. Subalterni si è e lo si resta. Questo vale in modo particolare per molte componenti del movimento pacifista che, non a caso, sono state inquinate, assorbite, paralizzate dai giochi della politica delle oligarchie. Diamoci tutti una bella, salutare svegliata, riducendo i conati di indignazione fine a se stessa e trasformandola in azione politica.
Giulietto Chiesa
da: www.giuliettochiesa.it