Vicenza conformista
Ogni tanto salta fuori l’improvvido che mi chiede: ma perchè, se di Vicenza vedi solo guai e magagne, continui a fare questo lavoro, cioè il giornalista? Spesso me lo domando anch’io, a che serve. Specialmente in una cittadina di 100 mila anime quasi tutte accomunate dall’ignorare chi, facendo semplicemente il proprio mestiere, vorrebbe dar loro qualche informazione per non portare il cervello all’ammasso. Poi chiudo lì la conversazione con l’interlocutore e con me stesso rispondendo che, alla fine dei conti, quel che faccio lo devo alla mia coscienza. E con questo chiudo, chi legge mi scuserà, il prologo diaristico. E non pago, mi sfogo un po’.
Di Vicenza non mi piace la forzata compressione di toni e degli istinti, l’immarcescibile “troncare e sopire”, il bisbiglio e la maldicenza al posto del confronto in campo aperto.
Di Vicenza non mi piace il conformismo di contabilizzare tutto in schei. Ma non mi piace neanche l’anticonformismo, falso e ridicolo, dei predicatori di solidarietà, questi cattolici che pensano di autossolvere la propria comodità borghese col volontariato, le marcette pacifiste e gli amorevoli sentimenti a buon mercato.
Di Vicenza non mi piace la destra cialtrona di mezze figure (abbiamo avuto come sindaco per ben dieci anni uno come Enrico Hullweck!), nè mi piace la sinistra, o pseudo-tale, che ha eletto a proprio protettore un democristianone idolo delle suorine come Variati.
Di Vicenza non mi piace questa finta quiete difesa con ferocia da cui traspare tutta la violenza repressa dei bravi uomini d’ordine. Quelli che negano spazi ai giovani d’idee appena diverse dal coro liberal-idiota. Per me dovrebbero sorgere uno, due, cinque, dieci centri sociali, di estrema sinistra, di estrema destra, di adepti di don Giussani e anche, se ce ne fossero, di seguaci di Charles Bukowsky (da non confondere con le torme di giovinastri alcolizzati per moda).
Di Vicenza non mi piace che su ogni considerazione di sè vinca la paura di inimicarsi questo e quello. Rari gli esempi di personalità con un minimo di personalità, e con le capacità intellettuali di esprimerla. Il dibattito pubblico ristagna nel nulla, e le nuove leve della politica pascolano in attesa del cambio della guardia offrendo una sconcertante pochezza di idee e di coraggio.
Di Vicenza, in definitiva, non mi piacciono i vicentini accomodanti, ipocriti, compromissori, timorosi e timorati di un Dio a cui non credono più, deboli di spirito e di attributi, permalosi, infidi, ignoranti e illusi.
Ciò che mi piace di Vicenza? I vicentini anti-vicentini. Quelli che coltivano il senso critico, quelli che non se la bevono, quelli che detestano i baciapile del vescovo (pochi) e dei banchieri e industrialotti onnipotenti (molti, anzi tutti). Quelli che amano Vicenza a tal punto da essere costretti a odiarla.
Alessio Mannino
Nessuna opposizione
Secondo il manuale della democrazia, l’opposizione a chi governa dovrebbe essere forte, netta e senza sconti. A Vicenza non è così. La giunta Variati è assillata da polemiche quotidiane, ma a conti fatti non viene seriamente messa in difficoltà. Per rendersene conto, basta una veloce panoramica dei personaggi e dei fatti dell’ultimo scorcio di cronaca politica cittadina.
Lo zoo del centrodestra in consiglio comunale presenta esemplari privi di spessore, incapaci di stare addosso alla maggioranza di centrosinistra perchè mai abituati a farlo. Marco Zocca, vicino alla Maltauro, attacca il Pat della Lazzari con accuse – aver favorito precisi interessi, fra cui giganteggiano proprio quelli della Maltauro – che sarebbero potute essergli stare girate pari pari quando era lui assessore all’urbanistica. Si deduca da ciò la sua credibilità in materia. Lucio Zoppello è l’uomo del conflitto d’interessi sul piano Lodi: progettista e sponsor in aula contemporaneamente, olè. Gerardo Meridio, zitto e bastonato, non dev’essere stato quel grande scaltro che tutti pensavamo, visto com’è stato disarcionato dall’Ipab, dall’oggi al domani, e col contributo del compagno, pardon camerata di partito Francesco Rucco, altro di cui non ricordiamo brillanti exploits. Amalia Sartori, l’eminenza azzurra, la donna di ferro della sanità veneta, si sta facendo vedere un po’ di più in Sala Bernarda, forse perchè, imminente l’uscita di scena del suo protettore Giancarlo Galan dalla Regione, il suo potere subirà un fisiologico ridimensionamento e perciò dovrà cercare di ritagliarsi un nuovo ruolo. Arrigo Abalti gioca a mettere il cappello sulla corrente “finiana” del Pdl in città, ora che l’ex capo di Alleanza Nazionale vicentina Giorgio Conte è fuori dai giochi. Per l’intanto, l’ubiquo Arrigo si becca la sua tanto spasimata visibilità grazie alla carega conquistata alla Terme di Recoaro. Valerio Sorrentino, ex vicesindaco, proprio non li riesce di andar fuori dallo strettamente prevedibile, specializzandosi tuttavia nella prese di posizione di marca intollerante. L’unico che, almeno per acume d’analisi, spicca in questa pattuglia di mezze figure che è il Pdl consiliare è Maurizio Franzina, che difatti parla di “melassa rumoriana”. Un modo per indicare il vero problema della Vicenza di Variati: il rassicurante, appiccicoso senso di ecumenismo che promana dai gesti e dalle parole di Achille e dei suoi. Un “volemose bene” che malcela una chiara preferenza verso i poteri forti che durante l’era Hullweck erano stati relegati in una posizione subalterna. Ah, c’è anche Massimo Pecori dell’Udc, avvocato figlio del noto pm – tutto rigorosamente in famiglia a Palazzo di Giustizia. Non pervenuto. Il gruppo leghista annovera due parlamentari che si disprezzano fra loro, la Manuelona Dal Lago che sta vedendo franare il sogno di assaltare Palazzo Trissino con l’aiuto della coppia Alifuoco-Antonacci, entrambi in declino, e Alberto Filippi, che questo sogno lo coltiva a suon di palanche che sta mettendo di tasca propria per diventare il padrone del Vicenza Calcio. Ma, a parte la Dal Lago quando si entra nel vivo degli interessi (vedi sua dura presa di posizione sul nuovo Menti), gli altri del Carroccio, la Barbieri e Borò, non risaltano per iniziative degne di nota.
Ma dopotutto, non c’è da aspettarsi molto di più dai banchi del centrodestra, che all’inciucio, ai proclami non seguiti dai fatti e al quieto vivere magnone è allenato da sempre. Per dire: l’ex aennista Claudio Cicero (col suo fido scudiero Pigato) non attende altro che entrare in giunta, figuratevi un po’. Da Cinzia Bottene, però, da lei sì che avremmo voluto di più. Si è astenuta sul Pat pur avendo promesso che su vergogne come l’operazione nuovo stadio non avrebbe concesso nulla al sindaco. Resta, bisogna dirlo, l’unica voce che stona nel coro del pensiero unico destra-sinistra. Ma, appunto, solo con la voce, cioè coi discorsi e con le interrogazioni, perchè poi, al dunque, quando si va al voto, si ammorbidisce e lancia segnali di pace ad Achille, traditore della causa no-base.
L’unica opposizione a me sembra che provenga dall’esterno dell’aula consiliare, compreso questo blog. Ed è un bene, perchè significa che la politica non è ostaggio di due o tre partiti, e che là fuori, signori di destra e sinistra, c’è una società che vi vede, vi giudica e vi aspetta al varco.
Alessio Mannino
B. è un genio
A proposito del No B-day di oggi, ruberò un fulminante aforisma del grande, emarginato giornalista Paolo Barnard per dirvi che Silvio Berlusconi ha ipnotizzato il 60 per cento dell’Italia, ha fatto andare via di testa il rimanente 40 per cento, per cui di fatto controlla la mente del 100 per cento degli italiani. Un genio.
E gli altri poteri (finanza internazionale, sistema bancario, multinazionali) se la ridono. A questo punto, se permettete, i travagli interiori del Pd, se partecipare o no alla manifestazione su cui Di Pietro ha messo il cappello, diventano, direbbe Bossi, “scorregge nello spazio”. Una vera opposizione non c’è, perchè B. è solo uno, e non fra i più potenti, fra i tiranni da abbattere. Molto più influenti e pericolosi sono quelli invisibili. Perchè la vera mafia è quella che non si vede…
Il pelo revisionista
Dopo che Quero l’ha giustamente sbertucciata, tutti a parlare della figuraccia della Donazzan. D’accordo: aver lasciato scrivere ad un’associazione di ragazzi non si sa quanto di destra, Strade d’Europa, un opuscolo sull’Europa vagamente revanscista e maldestramente scopiazzato (da Wikipedia, da un saggio di Sergio Romano e da un discorso del deputato pidiellino ed ex presidente di Azione Giovani, Fidanza), è stato davvero, come dice il popolo, pestare una merda. Ma è questo ossessivo pestare e rimestare nel comico e nel folcloristico che a noi fa strabuzzare gli occhi più che non una supponente assessora, tardo-fascista non pentita, che nella voglia di rivalsa per una storiografia ideologizzata a sinistra fa scrivere testi pagati dalla Regione a dei ragazzotti schierati e un po’ imbranati.
Perchè non si parla, invece, del flebile dissenso contro l’ennesimo furto ai nostri più elementrari diritti, l’acqua privatizzata? Una decisione che dovrebbe scatenare una rivolta nelle piazze, viene accolta, se non con gli applausi, con docile rassegnazione o con le odiose belle parole di contrarietà che non avranno alcun seguito concreto (vero Variati, smentito all’istante dal tuo caro Corò, presidente di Acque Vicentine ultrafavorevole all’esproprio?). Perchè non si parla della vergognosa permanenza di un voltagabbana e poltronaro matricolato come Meridio in consiglio comunale, che già prima dello scandalo Ristocenter avrebbe dovuto scomparire dalla scena politica per aver fatto dell’Ipab un proprio feudo di voti? Dia le dimissioni, si tolga dai piedi. Perchè non si parla del favoritismo con cui il centrosinistra pare trattare nel Pat la lobby del cemento e dei supermercati che fa capo a Maltauro, alla Unicomm di Cestaro e agli altri nuovi referenti tutti soci di Vicenza Futura, il consorzio che ha siglato l’intesa-capestro sul nuovo stadio (vedi VicenzaPiù di sabato 21 novembre)?
Questi sono problemi veri, di primo piano. Le magre figure della Donazzan meritano al massimo qualche riga sarcastica, come si fa con le notizie di colore particolarmente ridicole. Ma purtroppo in Italia tira più un pelo revisionista che…
Alessio Mannino
Distrutti dallo Stato
Oggi ho letto un’intervista in cui c’è l’Italia che non si trova in televisione. L’Italia che soffre in silenzio ma con dignità, che non china la testa anche se gliel’hanno piegata, che è conscia e lucida nel sapere che il diritto, la politica, la volontà popolare sono tutta una montatura. Ho letto le parole di Giorgio Sandri, padre di quel Gabriele ammazzato l’11 novembre di due anni fa in autostrada da due pallottole del poliziotto Luigi Spaccarotella, condannato in primo grado a sei anni di reclusione (il pm ne aveva chiesti più del doppio, ma il giudice, fregandosene della testimonianza di cinque testimoni oculari, non ne ha voluto sapere). Giorgio Sandri, oberato di debiti e senza più speranza, chiuderà il negozio di abbigliamento, aperto nel ‘74, di cui il figlio era l’anima. Vorrei solo sottoporvi gli stralci più significativi del suo sfogo, che parla da sè (Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2009)
Stanchezza. «Abbiamo sempre vissuto dignitosamente del nostro lavoro, ma in questa vicenda dolorosa abbiamo dovuto spendere tanto denaro. Gabriele curava i rapporti, mia moglie Daniela, l’amministrazione. Dopo essermi sobbarcato tutto sulle spalle, sinceramente, non ho più voglia, né forza. Ho sessant’anni, sono stanco».
Come Cucchi. «Gabriele era stato etichettato come ultras ma il calcio, con la sua morte, non c’entrava nulla. Come nel caso di Stefano Cucchi, costruire un contesto per incasellare una vittima della cieca brutalità, aiuta a divulgare l’immagine più adeguata a un racconto fallace. Le loro parabole non sono così dissimili… L’importante per la fabbrica della menzogna, è far passare un messaggio distorto. Così sostenere che Cucchi era solo un drogato, in un quadro menzognero, non fa una piega e le affermazioni di Giovanardi, servono solo a offendere la Pìetas».
Politici. «Il Muro di Berlino è caduto da vent’anni ma le barriere di omertà e potere non crollano mai. I nostri politici chiedono e promettono solo al momento delle elezioni, ma a loro, dei cittadini, non interessa assolutamente nulla».
Stato assente. «In due anni lo Stato non si è mai avvicinato per sapere come stessimo. Non c’è stato uno straccio di assistente sociale che abbia bussato da mia moglie per dirle: Scusi signora, ha bisogno di un’aspirina? Forse, ammazzandole un figlio, le abbiamo fatto venire mal di testa’. Il vuoto. Fossimo stati dei disgraziati, Daniela avrebbe potuto tranquillamente morire. Entra e esce dalle cliniche. Piange in continuazione, frequenta psicologi e neurologi. In più, ha cominciato a bere. Quando apro l’armadio, invece di trovare camicie e vestaglie, osservo bottiglie di vino. E’ una rovina totale, un degrado gravissimo, di cui non frega niente a nessuno».
Forze del disordine. «Generalizzare sarebbe sbagliato e troppo semplice, ma anche nel caso Marrazzo, me lo lasci dire, i carabinieri fanno una pessima figura. Solo dall’interno può nascere un movimento di pulizia e rinnovamento. Nel mio piccolo, gliel’ho suggerito: ribellatevi, nell’immaginario collettivo pagate per il comportamento dei vostri colleghi. Però le dico la verità. Sono saturo, esasperato, sconfitto».
Fumo negli occhi. «Da mesi si parla solo di escort e trans. C’è un disegno preciso. Fumo negli occhi per distogliere l’attenzione dalla crisi che attanaglia il Paese. Assumersi le proprie responsabilità, ogni tanto, non farebbe male».
Leggi liberticide. «Spero non ci siano incidenti. Non dovrebbero mai avvenire. La tessera che il Viminale vuole imporre però è arbitraria e anticostituzionale. Se mi trovassi a Milano e volessi andare allo stadio, non potrei. Attenti a indicare categorie assolute. Quella del tifoso cattivo è una classificazione che non mi ha mai convinto. Anche a Tor Pignattara, in occasione della fiaccolata per Stefano Cucchi, si è parlato di tafferugli provocati dai centri sociali. Credo che in piazza, per protestare, non scendano definizioni ma soltanto cittadini scontenti».
Disillusione. «Hanno fatto di me un estremista. Ero un uomo tranquillo, pensavo ai miei figli, alla mia vecchiaia felice, a un finale di partita quieto. Tutto distrutto, cancellato, perso. Cristiano ha avuto un bambino. L’altro ieri ha compiuto 7 mesi. L’ha chiamato Gabriele. Non riesco a godermelo e Cristiano stesso, non è più la stessa persona di prima. Fa l’avvocato penalista e quella toga adesso, la indossa con fastidio».
Giorgio Sandri, infine, dice una grande verità: «Un tempo c’erano Moro, Berlinguer e Almirante. Oggi, pallidi epigoni. La questione non è essere di destra o di sinistra, il problema è essere uomini».
Alessio Mannino
Un comizietto
L’euronorevole dipietrista Luigi De Magistris ha deluso. È venuto ad “ascoltare” le ragioni dei No Dal Molin al Presidio di Ponte Marchese, riassunte malamente dal portavoce Marco Palma, poi seguito dai più interessanti Fulvio Rebesani (Più Democrazia), che ha illustrato lo scempio del diritto perpetrato dalla magistratura sulla base Usa, e dal direttore di questo blog, Marco Milioni, che invece ha ricordato fulgidi esempi di illegalità politica in cui Vicenza ha brillato in questi anni. Lui, l’indipendente eletto nell’Italia dei Valori, si è limitato ad un elenco di belle parole, tutte giuste per carità, ma che hanno eluso la posizione del suo partito sulla Ederle bis e non hanno fornito nessuna idea forte sulle questioni di fondo che il caso Dal Molin pone alla coscienza dei cittadini.
L’Idv vicentina sarà pure contraria alla base, come lo è in gran parte, sempre a livello locale, il suo alleato Pd. Ma Di Pietro quella volta lo disse chiaro e tondo: è una caserma-dormitorio, la si faccia e basta. Sarà pure “indipendente” quanto vuole, De Magistris, e può dire di parlare a titolo personale su tutto e di più, ma questa doppia politica dei partiti che pretendono di mettere la propria bandierina sul dissenso senza esservi coerenti comincia davvero a stufare.
Riguardo alla visione generale sullo stato del diritto in Italia, che è uno schifo che da solo giustificherebbe una rivoluzione, l’ex pm ha fatto discorsi ragionevoli, condivisibili, sensati. Talmente sensati da risultare scontati. Ha parlato di borghesia mafiosa, di collusione criminale fra politica e affarismo, di ambiente come campo di sfruttamento dei beni pubblici a vantaggio di cupole di potere. Ha fatto presente come imposizioni dall’alto, qual è il Dal Molin, sono scientificamente calate in realtà dove la capacità di protesta popolare è debole (ma Vicenza in questi anni ha dimostrato di non essere più una meretrice al valium, o almeno di non essere soltanto questo). Ha persino osato l’inosabile: ha sostenuto che sarebbe ora di superare la Nato. E ha concionato sulla “democrazia partecipativa”, intesa solo come ribellione dal basso per spronare la politica sorda e nemica del “popolo”.
Un piacevole comizio, insomma. Ma nulla di più. Non ha parlato di come spazzare via, o per lo meno tagliare le unghie ai famosi poteri forti che lui aveva così ben denunciato nelle sue inchieste da magistrato. Ce lo dice qualcuno, prima o poi, come si fa? Sì, ha accennato ad un’economia compatibile con l’ambiente, e ad un’Italia che valorizza l’arte, il paesaggio, le sue bellezze, invece di lasciarle distruggere dalle ecomafie. Ma sa cosa vuole dire, questo, De Magistris? Cambiare radicalmente modello di sviluppo, rinunciare a tanto presunto benessere, fregarsene della competizione globale e mandare a quel paese banche, grande industria, borse internazionali, tutto. D’altronde, lo ammesso lui stesso che non basta la via giudiziaria e che la soluzione non può essere che politica. E allora che politica sia: fuori le grandi idee. Ma lui, come Di Pietro, non le ha. (Mentre ci vede chiaro uno come l’ex senatore Rossi, di cui riproduciamo un video qui sopra). Uscire dalla Nato? Benissimo. Ma significa assumersi la responsabilità di rompere con gli Stati Uniti: bisognerebbe dirlo, anche questo. Democrazia del popolo? Finiamola con la genericità acchiappa-voti di blandire le popolazioni che insorgono. Anche qui, ci vuole il coraggio di chiarire: la democrazia rappresentativa ha fallito, e la democrazia diretta si costruisce disertando le urne e dando vita a comunità locali autogestite.
Altro che eleggere persone, per quanto perbene come lui, in Europa. Un’Europa, tra l’altro, che col Trattato di Lisbona ci strapperà nel silenzio bipartisan la nostra sovranità nazionale, ultimo gracile baluardo contro la finanza delle banche centrali. L’Italia dei Valori, l’anno scorso, quella truffaldina costituzione europea l’ha votata assieme a tutti gli altri partiti. Che ci sta a fare, De Magistris, in quel bivacco di manichini pilotati dalle multinazionali che è il parlamento di Strasburgo? Fa quel che può, certo. Ma con questa logica arrendevole e presenzialista purchessia non si cambierà mai niente sul serio. Ecco spiegati alcuni motivi per cui, sebbene preso singolarmente De Magistris sia degno di stima e il suo partito abbia quanto meno il merito di far battaglia sul diritto pre-politico ad una legge uguale per tutti, l’opposizione dell’Italia dei Valori è quella, miope e handicappata, di chi pensa che basta farla rispettare, la legge, affinchè tutto rifiorisca. No: bisogna spaccare tutto ciò che ci non ci va più. E ricostruire daccapo.
Alessio Mannino
Difendo Gentilini
E io difendo il mostro Gentilini. È stato condannato per istigazione all’odio razziale, il vicesindaco di Treviso, secondo la legge Mancino sui reati d’opinione. Dovrà pagare una multa di 4 mila euro e soprattutto gli sarà fatto divieto di fare comizi e «partecipare a qualsiasi attività di propaganda» per i prossimi tre anni. Questo per le parole pronunciate nel video che ho pubblicato qui sopra.
Razzismo bello e buono, il suo, niente da dire. Ma pronunciato nella cornice declamatoria di una festa di partito, dove si fa a gara a fomentare gli istinti più grevi per strappare l’applauso più forte. In modo non molto diverso, cioè, da un Beppe Grillo che dà dello psiconano a Berlusconi o ad una Sabina Guzzanti che coinvolge il Papa in una satira dallo sfondo sodomitico. Ma il punto decisivo è che non si dovrebbero mettere le manette alle idee, per quanto aberranti esse siano. La legge Mancino è sbagliata non nel merito, che appunto è opinabile, ma più in profondità, nel concetto stesso che la ispira: quello di distinguere opinioni giuste e opinioni che non lo sono. Mentre in democrazia nessuno ha il diritto di giudicarne inammissibile una piuttosto che un’altra.
L’unico discrimine dovrebbe essere il ricorso alla violenza, che mai può essere tollerato (questo da un punto di vista interno al sistema: ma se una democrazia che non è più tale meritasse di essere rovesciata, l’uso della forza verrebbe da sè, com’è accaduto in tutti i grandi rivolgimenti storici, per esempio nella Rivoluzione Francese, madre di tutti i regimi democratici moderni, cioè anche del nostro presunto tale).
Ecco perchè sono solidale con Gentilini, e prima di lui e dopo di lui con tutti coloro che vengono trattati da delinquenti per ciò che pensano: perchè se si è democratici, lo si deve essere fino in fondo, senza eccezioni. L’ennesima prova, questa, che la nostra è una democrazia per modo di dire.
Alessio Mannino
Il guru Calearo
Il Paese in subbuglio per la (sacrosanta) bocciatura del lodo Alfano. Un delirante Silvio Berlusconi che vede rossi dappertutto e scambia lo Stato come un’azienda di sua proprietà, dove chi lo critica va additato come anti-italiano. Una sempre più laida sinistra che pur di dar contro al nano di Arcore nega l’esistenza dei poteri forti, la cui ultima creatura è la fondazione Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo (che, scriveva Fortebraccio, non è un incrociatore: purtroppo, aggiungiamo noi). Anzi li difende pure e tramite i giornalisti embedded come Lucia Annunziata dà spazio ai Rutelli che sognano un governo di avvoltoi della finanza stile Mario Draghi: gli affari sono affari. Intanto la crisi economica e sociale continua a macinare vite e posti di lavoro, le banche si arricchiscono indisturbate, Obama, burattino di Wall Street e imperialista impenitente, riceve il Nobel-farsa, il saccheggio dell’ambiente e la speculazione edilizia miete vittime, prima in Abruzzo e poi a Messina. In tutto questo, l’ex presidente di Assindustria Vicenza e deputato del Pd Massimo Calearo rivela al mondo, ansioso di sapere cosa mai starà pensando in questi giorni, la sua opinione: “Io so che se vince Bersani, esco dal Partito Democratico” (La Repubblica, 8 ottobre 2009). Ecco il vero problema degli italiani: la disfida fra Bersani e Franceschini. E poi dice che uno diventa anti-democratico…
Alessio Mannino
Io non manifesto
Il motivo per il quale non aderisco alla pagliacciata sulla libertà di stampa messa in scena oggi in tutta Italia dalla federazione dei giornalisti l’ho spiegato diffusamente sul numero odierno di VicenzaPiù. Ma l’ha spiegato ancora meglio Beppe Grillo in un’intervista apparsa sul Fatto Quotidiano di questa mattina: “Loro (i giornalisti, ndr)… ci fanno una manifestazione che è finta, solo perchè il Nano non risponde a dieci domande sulla fica. Ma stiamo scherzando? I giornalisti che manifestano per la libertà di stampa mi fanno pensare a una puttana che cerca di tornare vergine”. Perfetto.
Alessio Mannino
Cicero: a noi!
Camerata Cicero: a noi! Ora pure sul testamento biologico Claudio Cicero e il fido scudiero Domenico Pigato si sono uniti alle file di governo. Non se ne lasciano più scappare una in Sala Bernarda, pur di mimetizzarsi nella maggioranza di Variati. I capigruppo del centrosinistra, la triade Formisano-Rolando-Soprana, dovrebbero salutarli romanamente, invitandoli a diventare definitivamente dei loro: ex destrorsi, a noi!
Cicero è come una rotatoria: gira gira gira, l’importante è muoversi. Chi si ferma è perduto. E l’importante è il potere. Il potere di fare, disfare, progettare, pianificare, in un inesausto mal della pietra e del compasso. A lui solo questo interessa: costruire, costruire, costruire. La politica, secondo l’ex assessore di Hullweck alla mobilità, s’indentifica in un’orgia di modellini e planimetrie, studi ingegneristici, tracciati di viabilità, nuove strade, faraonici tunnel (come quello, approvato da Variati, che sventrerà il terreno sotto la stazione ferroviaria), tangenziali, aereoporti e via così, per la gioia dei costruttori. Di cui uno – ma guarda la coincidenza – è proprio Pigato.
Cicero è il politico post-ideologico per eccellenza: da Alleanza Nazionale ad una lista civica il cui solo programma era “più cazzuola per tutti” fino all’approdo nella melassa variatiana. Purtroppo è un tipo permaloso che se criticato poi rifiuta di farsi intervistare. Altrimenti gli faremmo volentieri una sfilza di domande sul suo attuale credo ideale. Così, giusto per tenerci aggiornati. però quella che le sintetizza tutte gliela rivolgiamo direttamente qui: ma scusi, caro Cicero, sarà pure vero che per concorrere ad amministrare una città, sia anche dall’opposizione (vabè, si fa per dire), non bisogna appellarsi ogni minuto ai Grandi Valori; tuttavia, non pensa che dalla destra aennista a quella-cosa-chiamata-Pd corra una qualche differenza, magari di fondo?
Perchè se non è così, abbiamo ragione noi che da tempo andiamo sostenendo, guardati di traverso come dei pericolosi sovversivi, che in politica è tutta una guerra per bande accomunate da un pensiero unico. Che poi è quello suo, Cicero: fare per fare, costruire per costruire, sviluppare per sviluppare. Sinceramente, sa cosa auguro a lei e a chi la pensa come lei, cioè tutti salvo qualche sparuto vero ambientalista (verdi, legambientini e sviluppisti sostenibili sono una blanda parodia)? Di mangiarvi il cemento, quando ogni pezzo di terra sarà stato ricoperto delle vostre maledette buone intenzioni.
Alessio Mannino
     
     
 
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Alessio Mannino