Archive del 9 febbraio 2010
Di Pietro, così non va
Non ci hanno colpito, del congresso dell’Italia dei Valori, la sconfitta del duro e puro De Magistris, la consacrazione della svolta istituzionale decisa da Di Pietro, la conferma dell’alleanza strategica col Pd, e nemmeno le parole forti usate da Gioacchino Genchi, l’intercettatore, contro il regime berlusconiano. Era una recita già scritta, in un partito con un padre-padrone e per giunta in finale di chiusura delle candidature per le regionali di fine marzo. A farci riflettere, invece, è stata l’inconsistenza ideale, una volta si sarebbe detto “ideologica”, della formazione dipietrista. Ebbene, qual è l’ideologia dell’IdV? In base alle parole del sui leader, essa si riduce unicamente ai «valori della Costituzione». Siamo di fronte, perciò, ad un partito che non ha nessuna aspirazione ad alcun cambiamento profondo, ma al contrario come scopo programmatico persegue la difesa dell’esistente ordine costituito messo nero su bianco dalla Carta del ’48. Una forza apertamente conservatrice e ostinatamente costituzionale, come si vede. Di qui il legalitarismo come bandiera e l’antiberlusconismo come ragione di vita. Ma l’ex pm di Mani Pulite, che stupido non è, vuole superare questa condizione di minorità politica proiettando nel futuro il proprio esercito di transfughi di destra e sinistra elaborando qualcosa di più del costituzionalismo in chiave anti-Silvio. Il problema è che questo “qualcosa” non c’è, e non può esserci. Per il semplice fatto che la Costituzione non ammette di essere radicalmente cambiata, e soprattutto per un altro, decisivo fatto: i presupposti perché ciò avvenga, ossia un rigetto di massa verso una democrazia di facciata ostaggio di oligarchie politiche, affaristiche, finanziarie, non sono neanche immaginabili, quanto meno per ora.
L’Italia dei Valori è il guardiano di valori che, sebbene disattesi nella realtà, la coprono e di fatto la puntellano convogliando il malcontento in un’azione difensiva, anziché offensiva, alternativa, di ribellione. È lo sceriffo che combatte una guerra, persa in partenza finché a comandare saranno i signori delle banche e degli affari, per il primato della legge. Ora, finché la legge è questa e tutti vi siamo sottoposti, un minimo di decenza impone di farla rispettare a coloro i quali, in linea di principio, dovrebbero esserne i primi custodi, cioè i politici, e in secondo grado a chi dovrebbe osservarla più di tutti, cioè coloro che hanno più mezzi per aggirarla: i poteri forti. Ecco il senso, ad esempio, dell’appello in difesa della Carta scritto dal direttore politico di questo giornale (la Voce del Ribelle, nda) e da Marco Travaglio. Ma non ci si aspetti un passo oltre a questo, dalle truppe di Di Pietro. Un mio amico e collega (Marco Milioni, direttore di questo blog, nda), anche lui convinto sostenitore del Manifesto dell’Antimodernità di Massimo Fini, spiegandomi i motivi per cui ha accettato l’offerta di De Magistris di candidarsi come indipendente nelle liste dell’IdV alla regionali, mi ha detto: «Lo faccio per due ragioni: primo, per utilizzare la tribuna elettorale come podio di diffusione delle idee antimoderne, per quel che potrò fare; e secondo, per sfogarmi un po’ e, nel caso venissi eletto, fare il guastatore».
Ecco: messa così, un’opposizione interna al sistema ha un senso. Ma un senso eretico, dal momento che questo mio amico dovrà vedersela con gli equilibri col Pd (che producono l’appoggio di un indagato come De Luca in Campania), e ancora di più con la sordità di un partito che dall’orecchio della rivolta contro questo modello di sviluppo e di vita non ci sente, perché l’orecchio per sentire non ce l’ha. Fuor di metafora: pensando esclusivamente a montare la guardia allo status quo legale (cosa, ripetiamo, giusta perché terra terra, perché ci fa ribollire il sangue passare per fessi in un’Italia eternamente dei furbi), i dipietristi non vengono sfiorati dal pensiero tremendo che sia tutto sbagliato, tutto da rifare.
Alessio Mannino
da www.ilribelle.com
Debito pubblico, Wall Street e l’ascesa di Hitler
Gli stati membri dell’Unione Europea hanno aumentato senza ritegno il proprio debito pubblico, facendo saltare il Patto di stabilità che avevano concluso. Già un ottavo delle loro risorse viene assorbito dai rimborsi dei prestiti che hanno sottoscritto. Il sistema evolve di modo che gli stati diventano macchine di drenaggio di soldi dei contribuenti verso le banche. Il 10 settembre 2009 la rivista economica tedesca Handelsblatt fece sobbalzare i suoi lettori, titolando: “Indebitamento dello Stato: l’esplosione”. Seguendo uno studio, non pubblicato, della Commissione europea, in alcuni Stati dell’Unione Europea, la crisi economica porterà ad una enorme crescita del loro indebitamento, di qui al 2020. Si valuta per la Gran Bretagna un debito che si attesterà al 180% del prodotto interno lordo. Alla fine del 2008 questo indebitamento non era che del 50% circa del PIL. Secondo l’articolo, l’indebitamento dello stato aumenterà in modo esponenziale in altri paesi dell’UE: in Francia, per esempio, del 120% del PIL, in Germania poco più del 100%.
La fatica del ricordare
È trascorsa da poco la “Giornata della Memoria”, il 27 gennaio, e siamo alla “Giornata del Ricordo”, il 10 febbraio. C’è un rapporto, tra le due date e le due celebrazioni? Ed esauriscono, prese insieme, il nostro bisogno e il nostro dovere di ricordare? E chi poi, con precisione, dovrebbe ricordare che cosa? E a quale scopo? Mi pongo queste domande proprio oggi, domenica 7 febbraio, perché all’uscita dalla mia chiesa c’era un gruppo di suorine che stava facendo la questua per una loro casa di riposo, dov’esse ospitano anziani del tutto poveri o provvisti di mezzi talmente modesti da non potersi permettere residenze comode o magari anche solo decorose per passarvi la vecchiaia. Queste religiose vivono esclusivamente della carità pubblica: e la loro è un’esperienza molto dura, al limite della sopravvivenza.
Jp Morgan contro Goldman Sachs
Stiamo assistendo ad uno scontro epico tra due giganti bancari, JPMorgan Chase (Paul Volcker) e Goldman Sachs (Geithner/Summers/Rubin). A rimanere disseminati sul campo di battaglia ci potrebbero essere i vostri fondi pensione.Il compianto economista liberale Murray Rothbard scriveva che sin dal 1900, quando William Jennings Bryan non arrivò per poco alla presidenza, la politica degli Stati Uniti è stata una lotta tra due giganti bancari, i Morgan e i Rockefeller. A volte le parti si sono invertite ma il burattinaio che tirava i fili è sempre stato uno di questi facoltosi giocatori. Nessun altro candidato di successo ha mai avuto una reale possibilità di vittoria perché i banchieri avevano il potere esclusivo di creare l’offerta monetaria nazionale e, quindi, avevano in mano le carte vincenti.
     
     
 
Rubrica di
Alessio Mannino