
«Siamo vicini alla fine… No si vive una situazione normale… Al contrario l’Italia è sull’orlo del baratro… Fandonie si tratta di vaneggiamenti catastrofisti…». Quante volte sui blog abbiamo assistito a controversie del genere? Ultimamente confronti di questo tenore li si legge spesso pure sui giornali. Io mi domando invece se la fine non la stiamo già vivendo. Ovviamente bisogna accordarsi sul valore che si dà alla parola fine. Se con questa si intende una condizione collettiva con intrere comunità alla fame e le orde di barbari armati per strada, ovviamente le cose non stanno così. Poiché però ci ‘picchiamo’ di vivere in uno stato, democratico e di diritto, il venire meno di una di queste fattispecie (stato, democrazia, stato di diritto) comporta automaticamente l’allontanamento dalla condizione precisa nella quale sia l’opinione pubblica sia la Costituzione ci collocano.
Le domande che bisogna porci sono semplici. Che cos’è lo Stato? Che cos’è la democrazia? Che cos’è lo stato di diritto? Siccome non sono un giurista, ma un semplice cittadino osservatore, sono costretto a fare uso del dizionario della lingua italiana. Lo Stato è una entità «giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su di un territorio». Democrazia: «Forma di governo nella quale la sovranità risiede nel popolo…». Stato di diritto: «Tale locuzione traduce l’originaria espressione tedesca “Rechtsstaat”, coniata dalla dottrina giuridica tedesca nel XIX secolo. Fondamento di questa forma di Stato è la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà dell’uomo. Il concetto dello stato di diritto presuppone che l’agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle leggi vigenti: dunque lo Stato sottopone sé stesso al rispetto delle norme di diritto, e questo avviene tramite una costituzione scritta. Il concetto di stato di diritto si esplica in due nozioni: lo stato di diritto in senso formale e lo stato di diritto in senso materiale… Un vincolo all’osservanza delle leggi sarebbe inutile ed inefficace se non fosse possibile garantire che le leggi stesse siano garanti dei diritti fondamentali. Pertanto gli elementi formali dello stato di diritto vengono sviluppati ed estesi dagli elementi materiali dello stesso, in particolare attraverso l’adozione di norme che tutelano i diritti fondamentali…».
Scusate il ripasso ma ne avevo bisogno. Questi pochi concetti letti anche su un libricino di educazione civica alle medie credo che vadano tenuti a mente. Ora basta domandarsi, l’Italia rispetta i parametri fissati dalle definizioni appena descritte? Proviamo così a dare qualche numero. In un suo rapporto l’Alto Commissariato contro la Corruzione stabilisce che in Italia il 40% della ricchezza è di natura illegale. L’Ocse stabilisce che nel Belpaese il 27% del lavoro è nero o sommerso. Secondo i dati ufficiali del Secit in Italia l’evasione fiscale ammonta a 200 miliardi annui, ma la cifra è per difetto. Sempre in Italia tra le aziende che fatturano più di 50 milioni di euro annui quelle che evadono parzialmente o totalmente sono il 98% (fonte Agenzia delle entrate fiscali). La Procura Nazionale Antimafia indica in 85-90 miliardi di euro il capitale illecitamente esportato dall’Italia all’estero. Sempre la Procura Nazionale Antimafia indica in 1.000 miliardi di euro i beni consolidati in disponibilità alle mafie. In Italia (lo documentano la Dia e la commissione parlamentare antimafia del 2003) le persone affiliate o organicamente collegate con le mafie sono un milione e ottocentomila, una intera città come Roma, ovvero il 3% della popolazione nazionale, senza contare i criminali comuni e coloro che infrangono la legge in altra maniera. Secondo il Ministero dell’Interno in Campania la camorra compie il 15% del totale delle estorsioni. In Sicilia la mafia arriva a quota 13%. Nella padanissima Lombardia il crimine organizzato estorce per una quota pari al 10%. Nelle tre regioni avviene quasi un terzo di tutte le estorsioni italiane (28%). Il voto mafioso condiziona l’esito elettorale di intere comunità (fonte: atti parlamentari della Repubblica Italiana). Il debito pubblico dello Stato ammonta a 1600 miliardi di euro, appena un terzo in più dei beni in mano alla mafia.
A fronte di queste cifre e a fronte delle sue difficoltà finanziarie chi guida il Paese (destra e sinistra) decide di concedere finanziamenti diretti i o indiretti alle imprese nell’ordine di 11 miliardi annui (fonte: Il Corriere Economia). Contestualmente i governi nazionali (tutti) dirottano verso la Conferenza Episcopale Italiana una somma annua oscillante tra i quattro e i nove miliardi di euro annui (fonti: atti parlamentari della Repubblica Italiana; La Questua - Feltrinelli editore). Che cosa si deve pensare a questo punto? Mi vengono in mente solo tre cose. Uno, lo Stato per la presenza delle organizzazioni mafiose colluse con la politica non riesce ad esercitare la sua sovranità su pezzi interi di territorio: quindi non è un vero Stato. Due, le organizzazioni criminali con il controllo di parte del voto falsano la rappresentanza democratica. Se ne ricava che anche la fattispecie di democrazia non può valere per l’Italia. Anche se va detto che ci sono ragioni ben più profonde per le quali le democrazie moderne si possono ritenere svuotate nei fatti. Tre, in Italia circolano 1,8 milioni di collusi con le mafie. Di più, la sanzione per i reati commessi è bassissima, meno del 5%. Quindi se ne ricava che uno Stato che non è in grado di fare rispettare le sue leggi non possa definirsi stato di diritto. Se a questo aggiungiamo un governo in cui vi sono personaggi che hanno avuto rapporti diretti con mafiosi e che stanno spingendo per l’approvazione di provvedimenti palesemente incostituzionali (lo sostengono molti costituzionalisti tra i quali l’illustre Franco Cordéro) il quadro è completo.
L’Italia non è uno stato. L’Italia non è una democrazia. In Italia non c’è stato di diritto. L’Italia non è una repubblica fondata sul lavoro. L’Italia è un tavolo da poker in cui mondo economico, mondo politico, mondo mafioso e mondo ecclesiastico, scambiandosi ruoli e casacche, si giocano avidamente una posta rapinata a quei coglioni di cittadini, vittime o vittime e allo stesso tempo complici, che mai criticano radicalmente la banda dei quattro. Al massimo la invidiano. Il baratro è vicino? No già ci siamo, magari un po’ ci piace pure. E possiamo anche scavare più a fondo.
Marco Milioni